rita rossi Rita Rossi- Avvocato Cassazionista, Presidente sezione emiliana di Persona e danno


Lei ha lavorato con il professor Cendon all’impianto della legge n.6/2004, che introduceva nel libro primo, titolo XII, del codice civile il capo I°, relativo all'istituzione dell'amministrazione di sostegno. Ha curato pubblicazione dedicate proprio sui principi ispiratori e sulle procedure. Può riassumerci quali erano questi principi e su quale normativa vigente volevano incidere.

 

Vorrei precisare, prima di tutto, che il padre morale della legge n. 6/2004 è il prof. Cendon. Io mi sono avvicinata all’Amministrazione di sostegno quando è divenuta legge. Piuttosto, ho messo a punto, insieme al prof. Cendon il progetto di legge volto al completamento della prima riforma. Vogliamo riuscire ad abrogare l’interdizione, la quale oggi non ha più ragione di esistere mentre continua ad avvilire i disabili psichici ed i loro familiari.
Dunque, Lei mi chiede quali sono i principi ispiratori della riforma del 2004 e su quale normativa vigente volevano incidere.
Va detto che il progetto riformatore che prevedeva l’introduzione dell’Amministrazione di sostegno nel nostro ordinamento venne messo a punto negli anni ’80, proprio a ridosso dell’approvazione della legge n. 180 sulla salute mentale (la ‘legge Basaglia’, per intenderci, che mise fuori legge i manicomi).
All’epoca – primi anni ’80 – si tennero tra gli studiosi – vari eventi interdisciplinari, con la partecipazione di giuristi e psichiatri, che condussero, poi, ad un importante convegno triestino svoltosi nel 1986. Il tema al centro della discussione era l’approntamento di un nuovo diritto per i malati di mente.
Ecco fu lì che, all’esito di quel convegno, Paolo Cendon raccolse le idee e i suggerimenti, e mise a punto quella che poi divenne (vent’anni più tardi) la legge n. 6/2004. Dice spesso Paolo ai convegni (con una buona dose di modestia) : “Il mio ruolo è stato quello di un assemblatore di idee e di testi, una sorta di paziente scrivano/collettore”.
Ho fatto questo accenno all’origine della riforma perché i principi ispiratori si colgono da qui, da questo intreccio tra salute mentale e diritto privato.
Il principio che costituisce il caposaldo della legge n. 6/2004 è enunciato nell’art. 1 della legge: “tutelare le persone prive, in tutto o in parte, di autonomia”: un no forte e chiaro, dunque, alle situazioni di abbandono, di disinteresse verso i deboli.
Il secondo principio fondamentale, strettamente legato al precedente, è a sua volta proclamato nell’articolo di apertura della legge: “con la minore limitazione possibile della capacità di agire”. E’ il secondo no, altrettanto chiaro e forte, ad una risposta oppressiva ed avvilente, impersonata invero dall’istituto dell’interdizione.
Questi due principi fondamentali della riforma possono riassumersi eloquentemente nell’espressione “Non abbandonare e non mortificare”.
La normativa su cui la riforma del 2004 è andata ad incidere è esattamente quella relativa all’ infermità di mente. Ma, è più corretto dire che la legge n. 6 ha introdotto una normativa che prima non esisteva. Il codice civile contemplava, infatti, gli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione, come risposte alle persone inferme abituali di mente (quelli che volgarmente si chiamavano “i matti”). Ma si trattava di una risposta custodialista ed oppressiva e non era applicabile alle persone prive di autonomia per cause diverse dalla disabilità psichica grave. In altri termini, esisteva tutta una zona grigia non coperta dall’ordinamento: quella delle persone non in grado (in tutto o in parte) di cavarsela da sé negli atti della vita quotidiana, a causa di una invalidità fisica o di una disabilità psichica non grave o, ancora, a causa delle limitazioni derivanti dall’essere anziani, e via dicendo.


Le chiediamo, di conseguenza, a oltre dieci anni dall’entrata in vigore di quelle modifiche, con i dati quantitativi e qualitativi a disposizione, quale bilancio si può trarre dell’attuazione della norma: quali i punti di maggiore positività e quali invece con maggiore criticità?
E’ una domanda difficile, o meglio una domanda che richiederebbe una risposta complessa ed articolata.
Questo perché l’attuazione della riforma richiedeva e richiede uno sforzo organizzativo sul territorio, con l’approntamento di puntelli organizzativi ad opera della comunità circostante. Non è soltanto un problema di applicazione della legge, da parte del giudice, ma occorre un coordinamento tra ufficio giudiziario, Comune, volontariato, ed operatori socio-sanitari.
Comunque, il bilancio dei primi dieci anni è senz’altro positivo, sul piano dell’accoglienza della legge e del formarsi di una sensibilità adeguata nella cittadinanza per accettare favorevolmente il nuovo sistema di protezione.
Anche le iniziative di formazione degli amministratori di sostegno si sono diffuse ovunque, sia pure con differenziazioni territoriali.
Tra i punti di maggiore positività metterei l’abrogazione pressochè definitiva dell’inabilitazione e la riduzione consistente del ricorso all’interdizione, grazie –appunto – alla diffusione crescente dell’amministrazione di sostegno.
E sempre tra i punti positivi metterei l’accoglienza della nuova misura di protezione che si riscontra in non pochi beneficiari. E’ quasi sempre il fatto di poter essere ascoltato dal giudice per esprimere i propri desideri che fa sentire al disabile di essere protagonista lui stesso. Questo, ovviamente, non avviene sempre.

Tra i punti di maggiore criticità, collocherei senza alcuna incertezza il fatto che, purtroppo in taluni uffici giudiziari si continua ad interdire le persone (ecco la ragione del nuovo progetto di legge) e l’ avversione che, talvolta, i familiari del beneficiario manifestano nei confronti dell’amministratore di sostegno.
E, infatti, quando amministratore di sostegno è una persona esterna alla rete familiare, può accedere che i familiari lo considerino come un intruso e un ‘guastafeste’. Quando la funzione di ads è affidata ad un familiare, si innescano talvolta delle ‘guerre intestine’ e nascono sospetti fonte di conflittualità. Così, si vanifica il senso della riforma.
Un altro profilo critico riguarda le regole procedurali. Il dna dell’amministrazione di sostegno vorrebbe che la sua attivazione e la successiva sua gestione, da parte del giudice, fosse svincolata il più possibile da ferree e rigide regole processuali. Purtroppo, però, specie quando i familiari del beneficiario presentano ricorsi, si assiste a complicazioni notevoli proprio sul piano dello sviluppo processuale. Certo, è questo un problema che riguarda gli operatori giuridici (avvocati e giudice) ma esso finisce con l’incidere sulla fluidità stessa e sulla funzionalità dell’istituto.


In questo sito si parla della vecchiaia e della cronicità, ma anche di diritti civili e di libertà di scelta per gli anziani in campo etico e bioetico. La figura dell’AdS incide in questa salvaguardia delle prerogative previste per tutti i cittadini, spesso, se non violate, almeno aggirate per i vecchi?

Certo. La figura dell’Ads deve servire proprio a valorizzare i desideri e la volontà del beneficiario. Questo significa che tra i compiti essenziali dell’ads vi è proprio quello di affiancare l’interessato non soltanto nella cura degli interessi patrimoniali, ma anche negli aspetti dell’esistenza quotidiana che riguardano la cura personae e le scelte sanitarie e bioetiche.
Ho parlato di affiancamento per sottolineare che, fin quando possibile, il beneficiario dell’ads decide e sceglie per se stesso, sia pure supportato dall’ads. Nei casi più gravi, quando cioè il beneficiario non conserva una capacità cognitiva in grado di assicurare una decisione consapevole, allora l’ ads viene autorizzato dal giudice ad esprimere o negare il consenso sanitario in nome e per conto del beneficiario (ricostruendone ed esprimendone la volontà).


Oltre al beneficiario, molti gli attori chiamati in causa, unitamente al magistrato: i familiari se presenti, la rete di volontari disponibili, i servizi sociali, le Regioni, gli avvocati e forse qualcun altro. Tutti questi soggetti si sono mossi in maniera univoca per applicare la legge, rispettandone i valori o ci sono state fughe in qualche direzione anomala?

Direi che la stella al merito va attribuita agli avvocati. Non dico questo perché sono avvocato, beninteso, ma perché è grazie alla disponibilità dell’avvocatura, e nella realtà concreta, è grazie al senso di responsabilità e allo spirito di sacrificio degli avvocati più giovani che si è riusciti a supplire alla mancanza di persone in grado di assumere il ruolo di ads.
I giudici fanno quello che possono: spesso presso un ufficio giudiziario esiste un solo giudice tutelare, che deve fare fronte a tutte le domande di Ads e alle questioni annesse e connesse. Le risorse umane purtroppo sono scarse.
La parte peggiore – mi permetto di dire – la fanno talvolta i familiari, quando sono in gioco interessi patrimoniali rilevanti.


E’ sempre a carattere più personale. Quando ha accettato l’intervista, ha detto che questo argomento le stava molto a cuore. Perché? Quali erano le aspettative, le innovazioni, le speranze che lei ascriveva a questa norma e qual è oggi la sua valutazione, da donna e cittadina prima ancora che da studiosa o avvocato?
Ho avuto l’onore e la fortuna di avvicinarmi all’amministrazione di sostegno grazie alle parole di quel filosofo del diritto (unico nel suo genere) che è il prof. Paolo Cendon.
All’epoca, proprio perché la legge era entrata in vigore da pochissimo, non avevo un riscontro operativo di come funzionasse. E, devo dire, che credetti davvero di essere di fronte ad un diritto di nuovo tipo, fatto a misura d’uomo. Quello che mi affascinava era la possibilità di apprestare a favore delle persone bisognose di supporto una risposta ritagliata su misura, diversa di volta in volta. Era questa flessibilità che mi sorprendeva in positivo.
Poi, nella realtà operativa e giudiziaria, devo dire, le cose non vanno sempre così. Gli interessi economici, le gelosie, i contrasti che spesso inquinano i rapporti familiari, da un lato, e dall’altro, la superficialità e la necessità di fare in fretta, aggrediscono lo stesso dna di un istituto.
Vorrei concludere dicendo semplicemente che se questa legge potesse davvero essere applicata secondo il progetto autentico di chi l’ha immaginata fin dall’inizio, sarebbe davvero un sogno.