enzo-ciconteEnzo Ciconte- docente e storico della criminalità organizzata.

 

Nel suo libro racconta come sin dai tempi più antichi il vincitore si prendesse le donne per stuprarle e renderle schiave, giungendo ai giorni nostri con i crimini contro le donne dell'ISIS, passando per il Medioevo, le regressioni del Concilio di Trento sino a giungere al "femminicidio".

Vorrei però che il filo conduttore di questa intervista fosse il coraggio delle donne, il "gnornò delle donne ribelli" e anche degli uomini contro la violenza. Qual è stata la sua lettura di questa evoluzione?

Il coraggio delle donne è la vera scoperta contenuta nel libro. Io sono convinto che ancora oggi, nonostante tutti i libri scritti sull'argomento, noi non conosciamo per intero la storia delle donne e soprattutto di quelle che in modo più o meno aperto e visibile hanno avuto il coraggio di ribellarsi, di dire signornò, gnornò. Le donne ribelli ci sono sempre state; solo che sono state oscurate, marginalizzate e presentate tutte sotto una luce negativa perché rompevano l'ordine naturale delle cose. Nei casi di stupro, la tradizione voleva che la ragazza violata accettasse una forma di compromesso: o i soldi in cambio della verginità perduta o il matrimonio riparatore. Nella cultura dominante del tempo sembrava una soluzione accettabile ed onorevole per la donna. Ma ad un certo punto ci furono giovani che hanno osato dire gnornò, che hanno rotto lo schema di conciliazione e che si sono ribellate al senso comune che finiva per premiare il maschio predatore.


Nel panorama che lei traccia dello stupro e delle varie forme di violenza alle donne, in Italia e all'estero, si sofferma sul sud, con un atto di rispetto alle donne (e agli uomini) della sua Calabria, rompendo lo stereotipo delle meridionali soggiogate sempre e comunque agli uomini. Ci sono alcune vicende raccontate, che narrano questa ribellione. Ci vuole far conoscere questa parte della storia?

Per un lungo periodo storico le donne meridionali, e quelle calabresi in particolare, sono state rappresentate come subalterne, dominate dall'uomo, quasi schiave. È evidente che c'erano donne che avevano queste caratteristiche, ma c'erano anche le altre di cui nessuno parlava e che non venivano valorizzate. Io stesso, lo devo confessare con franchezza, leggendo le carte giudiziarie, ho via via scoperto una realtà sconosciuta. Ho trovato una donna calabrese in grande parte sconosciuta. E per questo ho insistito tante nel mettere in luce questi fatti. Sia chiaro: queste donne che si ribellano non hanno il deserto dietro di loro, ma hanno una concreta storia calabrese dove le donne erano parte fondamentale del movimento contadino per le terre incolte e mal coltivate lungo un periodo storico secolare, dal 1848 al 1948. E poi almeno dall'inizio dell'Ottocento ci sono le brigantesse, donne coraggiose, intraprendenti, che non avevano paura di nulla, che imbracciavano il fucile e seguivano i loro uomini nelle boscaglie. E poi ancora, ci sono le tante donne i cui mariti erano emigrati. Dovevano mandare avanti da sole la famiglia (spesso erano lasciate sole con uno o due figli) e stare attenti alle insidie dei desideri sessuali dei maschi che le consideravano delle prede perché erano rimaste sole e dei loro stessi desideri sessuali, di donne giovani, che non potevano appagare. Donne così erano forti, non c'è dubbio. È questo il retroterra delle donne che dicono "gnornò".


Ciò che collega il passato e il presente è il sentimento di vergogna che è stato inculcato nella donna che ha subito una violenza.
Dice nel suo libro che la violenza non colpisce solo per l'atto in sé, ma perché le conseguenze si estendono tutto attorno alla donna e al suo ambiente: diffamazione, senso di colpa, vergogna, l'onta del processo e perdita dell'onore, quando il delitto d'onore (per gli uomini) è stato abolito in Italia solo nel 1981 (L n. 442 -5 /08/1981). Cita che anche una donna sposata, violata in casa, è considerata una deprivazione per il marito, che difficilmente si erge a suo difensore. Per non parlare delle madri degli stupratori. Quanto a suo parere permane ancora nella cultura italiana?

È la storia più intrigante perché mostra donne coraggiose per il tempo in cui vissero e per la cultura del tempo che poneva al centro la verginità come un valore assoluto e il sentimento di vergona per la violenza subita senza che ne avessero colpa alcuna. Credo che quel tipo di cultura sia oramai tramontato anche se ogni tanto fa capolino. Ma è la sopravvivenza d'un passato che non tornerà mai più.

 

Un intero capitolo del libro, ma anche menzioni in altri capitoli, parlano degli uomini che hanno detto no ad una morale corrente, ma anche alle palesi ingiustizie verso le donne, con una visibilissima differenza tra classi sociali. Non a caso Lei ferma la sua ricerca sugli atti processuali all'anno, non proprio lontanissimo (L. n. 66 – 9/02/1963-15 anni dopo la Costituzione)in cui alle donne vennero aperte le strade a tutte le professioni, ma anche prima come si suol dire "qualcosa si era mosso" sia tra gli uomini di famiglia, ma soprattutto tra i magistrati. Cosa era successo?

Anche qui siamo di fronte ad uno stereotipo: l'uomo calabrese è per sua natura violento e dunque facile all'ira, in particolare quando si tratta di attentati all'onore delle proprie donne. Un uomo violento, vendicativo, rozzo e selvaggio, con il sangue agli occhi di fronte ad offese sessuali. Ovviamente ci sono stati uomini così, ma il tratto dominante che s'incontra nelle storie che io ho trovato nelle carte giudiziarie è quello di uomini che non uccidono, non si vendicano con il coltello o con il fucile, ma accompagnano le loro donne offese in tribunale. È una richiesta di giustizia, di un risarcimento giudiziario. La mia ricerca si interrompe nel momento in cui le donne entrano in magistratura e portano inevitabilmente il loro punto di vista di genere. A me interessava invece vedere il comportamento dei giudici, fino ad allora tutti uomini, nei confronti di un reato commesso solo e soltanto da altri uomini. È una singolarità dello stupro, non credo che ci sia un reato che abbia come autore un solo genere. E anche in questo caso le pronunce dei giudici sono sorprendenti, molto diverse da quelle che ci hanno raccontato.


Un'ultima domanda più personale. Lei si è occupato prevalentemente dello studio delle organizzazione criminali, la 'ndrangheta in particolare al Sud e al Nord. Già però aveva scritto un altro volume sullo stesso tema, anche se più circoscritto nel tempo e nei luoghi ( Mi riconobbe per ben due volte. Storia dello stupro e di donne ribelli(1814-1975) Edizioni dell'Orso 2001).
C'è un legame tra questi due argomenti nella sensibilità dell'uomo e dello studioso?

Non c'è un legame diretto. C'è una sensibilità mia per quello che – nel bene e nel male – si muove nella mia terra, e non solo in essa, perché lo studio delle mafie significa lo studio della storia d'Italia come quello dello stupro significa lo studio delle mentalità e della giurisprudenza, dell'immaginario e della legislazione italiana. E poi c'è la mia storia personale. Io ho fatto il dirigente della FGCI calabrese, il segretario della Federazione del PCI e il deputato del PCI fino al 1991. Poi la mia storia ha un'altra piega. Ma facendo il dirigente politico ho appreso che se non capivi le donne non capivi la Calabria e l'Italia. Ricordo, ad esempio, la discussione sul divorzio e la paura che in Calabria vincesse la conservazione. Io e pochi altri eravamo convinti del contrario. Per me giocò molto la storia delle donne calabresi, nascosta e oscurata, ma che si muoveva sotto traccia. Al momento opportuno seppe venire fuori. E quella battaglia fu una di quelle occasioni storiche. Dopo di allora l'Italia cambiò.