renato-frisancoRenato Frisanco- ricercatore sociale, studioso di volontariato e terzo settore

Come studioso, ma anche partecipe alla storia del volontariato, meglio di chiunque altro può dirci chi è oggi il volontario, come si è trasformato il suo profilo in questi anni, cosa lo distingue dalle altre componenti ricomprese nel termine di "terzo settore"ed infine quanti sono?

Il volontario è un cittadino responsabile che si attiva dedicando tempo e competenze agli altri, alla comunità (tab. 1).

Opera in modo disinteressato e con passione, perché crede nel valore della persona, con cui instaura relazioni di reciprocità, e dei "beni comuni", che sono a disposizione di tutti i cittadini e che generano la qualità della vita. 

tab1Se in passato operava soprattutto singolarmente e per una testimonianza di fede, oggi è motivato da istanze diverse e spesso plurime, come il desiderio di partecipare (azione civica), di dare un contributo fattivo nella realizzazione di qualcosa, di spendersi per una causa che lo ha coinvolto in prima persona, di restituire parte di quanto goduto nella propria vita e di realizzarsi come persona. Le due istanze, fare qualcosa "per gli altri e per sè", oggi coesistono consapevolmente e connotano in modo particolare la partecipazione dei giovani, alla ricerca di una stabile identità.Si nota inoltre un certo cambiamento nel modo di fare il volontariato, meno vincolato di un tempo all'appartenenza associativa e più situazionale, realizzato in forme più occasionali o discontinue e magari con una presenza in più di una associazione.
La meta finale del volontario è il miglioramento della società in cui vive e per fare questo testimonia valori e opera insieme ad altre persone in associazioni orientate a progettare i loro interventi con innovazione e per il cambiamento sociale in coerenza con l'esercizio di un ruolo culturale e politico. Nel momento in cui il singolo volontario promuove il cambiamento esterno cambia e migliora anche se stesso, arricchendosi nei valori di senso, nella vita relazionale, oltre ad accedere o ad affinare specifiche competenze (tab. 2).

tab 2Il volontario non è il giovane che fa il servizio civile, non è il cooperante volontario che lavora in un Paese in via di sviluppo, non è nemmeno il socio di una bocciofila o di una associazione sportiva dilettantistica, perché è tale solo se è mosso dalla gratuità e dalla solidarietà insieme. In tal modo promuove il bene dell'altro in cui si riconosce come persona instaurando un rapporto non asimmetrico, ma di sostanziale equivalenza nell'etica della condivisione. E' proprio la condivisione la molla generativa del cambiamento sia nel rapporto con gli altri che nella comunità o contesto nazionale.
Difficile conoscere il numero dei volontari perché le statistiche e le ricerche sono al riguardo inattendibili, a cominciare dalle rilevazioni ISTAT che conta i volontari in ordine al solo requisito della gratuità (in questo caso sono quasi 5 milioni, se aggregati alle organizzazioni non profit, e più di 6 milioni, se calcolati sulla popolazione). Così come le definizioni usate dai vari istituti di ricerca nelle indagini demoscopiche sono incomparabili perché disomogenee rispetto alla frequenza con cui si fa volontariato (continuativo od occasionale/sporadico?), al periodo di riferimento (ultime 4 settimane, ultimo anno...), a quello che si fa (si opera per l'«interesse generale della comunità»?), all'età di riferimento (meno di 15 anni o di 18), all'essere singolo o associato. Inoltre tali definizioni non sono abbastanza raffinate da escludere i semplici soci sostenitori di associazioni o i donatori di sangue (cittadini responsabili ma non volontari) e da tener conto delle pluriappartenenze, fenomeno di non poco peso nel nostro Paese (tab. 3).

Per avere un'idea, almeno approssimativa, di quanti cittadini italiani agiscono comportamenti prosociali in modo non sporadico occorre adottare criteri definitori che operazionalizzino quanto riportato nell'articolo 2 della L. 266/1991.

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Ha condotto molteplici ricerche nel corso degli anni, per soggetti diversi, riprese nel suo ultimo libro. Quali sono i mutamenti in atto nelle organizzazioni di volontariato (OdV), sia al loro interno (composizione, funzionamento), sia in rapporto alla Pubblica amministrazione?
Guardando al volontariato organizzato in modo diacronico - ovvero negli ultimi 15-16 anni - le tendenze evolutive che palesa sono chiare (tab. 4).
E' ancora un fenomeno crescente, soprattutto al Sud - pur se rivela un'anagrafe (natalità/mortalità) più vivace - ed è espressione prevalente della partecipazione di gruppi di cittadini che svolgono un'azione civica, piuttosto che emanazione delle reti nazionali esistenti. E' altresì in crescita l'entità delle unità federate per processi di conversione da rapporti di tipo affiliativo a quelli di tipo federativo che interessano diverse grandi realtà del volontariato nazionale. La rete prende il sopravvento sull'affiliazione dipendente. L'incremento poi di unità indipendenti, autonome, piccole, almeno alla nascita - può significare una maggiore frammentazione, ma anche novità di senso nell'agire volontario, per l'orientamento ai nuovi bisogni e a forme inedite di protagonismo dei cittadini responsabili. Esemplare è quella dei "social street" (1), espressione di "ecologia urbana" che coniuga aspetti di socializzazione con la solidarietà di vicinato, la comunicazione virtuale con l'intervento reale sul bisogno, mentre l'organizzazione di attività solidali e di cura dei beni comuni non richiede sedi, gerarchie e formalizzazioni di tipo burocratico.
Aumenta nel tempo anche un orientamento delle organizzazioni di volontariato (OdV) a coordinarsi e a far parte di reti, di scopo od organiche, sul loro territorio per progettare insieme (come oggi richiesto dai vari bandi) e mettere in comune risorse e competenze. Esse sono formalizzate e dotate di più organi di governo, a seguito dell'iscrizione, ormai massiccia (7 unità su 10), ai registri pubblici del volontariato. L'elevata propensione alla pubblicizzazione e alla collaborazione delle OdV con le istituzioni pubbliche non significa ancora reale partnership, anche per la scarsa partecipazione e incisività dei rappresentanti del volontariato all'interno degli organismi consultivi e ai Tavoli della progettazione/programmazione delle politiche sociali locali, pur se è apparentemente elevata la loro adesione (tab. 5).

tab.5Le unità solidaristiche sono per lo più caratterizzate al loro interno dall'attivismo di poche persone, in decrescita nel numero medio rispetto agli anni '80 e '90 (oggi non sono più di 10), ma molto motivate, senza differenza di genere, di età matura e di istruzione elevata e si avvalgono dell'apporto crescente di professionisti, a seguito dell'assunzione di una funzione gestionale negli anni della depubblicizzazione dei servizi e della sussidiarietà orizzontale. Forte è l'investimento in iniziative e contatti per l'acquisizione della risorsa giovanile, ma è quella anziana la meno rappresentata in rapporto alla popolazione relativa. Vi è altresì oggi una più diffusa consapevolezza da parte dei volontari dell'importanza di soddisfare i bisogni evolutivi delle proprie organizzazioni, come la promozione di nuovi attivisti, la formazione, la comunicazione esterna, la progettazione sociale, la valutazione e rendicontazione del proprio operato (anche se il "bilancio di missione" rimane uno strumento elitario). Quest'ultimo bisogno è connesso con la funzione di "raccolta fondi" che risulta ancora poco strutturata, nonostante il calo progressivo negli ultimi anni dei fondi pubblici, salvo per chi opera nel settore dei trasporti sanitari, di cui il volontariato ha quasi il monopolio in alcune regioni (2). Infine va evidenziata la vasta e variegata gamma di interventi che la solidarietà organizzata realizza testimoniando un crescente attivismo in tutti i campi del sociale, non solo nel Welfare tradizionale (cultura e beni culturali, educazione degli adulti, protezione civile, ambiente e territorio, solidarietà internazionale). La tendenziale e progressiva presenza del volontariato in tutti i settori che determinano la qualità della vita dei cittadini rappresenta un indicatore di reattività del fenomeno rispetto ai temi e ai problemi sociali emergenti e rivela la sua forte connotazione funzionale. Con il valore aggiunto di rappresentare una reale spinta alla partecipazione democratica.

Dopo la scheda di presentazione lo sguardo al futuro.
Per perseguire il loro scopo e per renderlo più rispondente alle esigenze del Paese quali sono le priorità da che le OdV devono darsi, sia in ambito interno che esterno?
Potrei rispondere con alcuni slogan: "vision e non solo mission"; "agente di cambiamento e non solo ammortizzatore sociale"; "proselitismo e non solo protagonismo"; "sussidiarietà e non solo collaborazione".
Anzitutto le ricerche suffragano l'impressione che da qualche tempo nell'identità di molte OdV ci sia uno squilibrio tra la "missione", ovvero le cose da fare, e la "visione", il credo ideale e la filosofia d'intervento che ne sostiene la strategia guardando in prospettiva e prefigurando un possibile cambiamento sociale. La prima ha preso il sopravvento sulla seconda, sia in ordine ad un attivismo pragmatico ed efficientistico che ad una crescente valenza aggregativa dei volontari sugli obiettivi operativi a scapito dei valori di riferimento.
La prima sfida per il volontariato è quella di recuperare una piena identità rispetto al valore, al significato e alla direzione di quello che fa. Tale recupero di identità permette al volontariato di non accontentarsi di essere un "ammortizzatore sociale", ma anche una risorsa per il cambiamento del Paese oggi profondamente diviso sul piano di dicotomici comportamenti dei cittadini, quelli responsabili e pro-sociali, da una parte, e quelli di tipo qualunquistico, autocentrato, per nulla solidali se non illegali, dall'altra.
Come conciliare l'immagine di un Paese caratterizzato da molteplici fenomeni negativi - come, ad esempio, l'endemica corruzione, l'ingente evasione fiscale, l'illegalità diffusa - con un volontariato denso e partecipato? E' evidente per il volontariato la necessità di interrogarsi sul ruolo e sul peso della sua presenza nella società d'oggi per valutare non solo quanto concretamente fa per alleggerire i mali e prevenire i problemi sociali, ma anche per contaminare con la sua proposta culturale e valoriale, di cittadinanza attiva e solidale, i processi sociali ed economici, ovvero l'attuale società a tutti i livelli e ambiti di responsabilità.
Tale richiamo innesca un'altra sfida, quella di promuovere la disponibilità di tutti i cittadini, allargando il concetto di volontariato per includervi non solo i "militanti" che si spendono con molto impegno nelle organizzazioni solidaristiche, ma anche i volontari di "x" giornate l'anno, o a progetto, o disponibili a fare uno stage, così come il volontariato di una famiglia che ospita nei fine settimana un bambino di una comunità o un minore immigrato non accompagnato, fino al vicino solidale che si può far carico di un bisogno, magari in coordinamento con una OdV. L'obiettivo è quello di garantire turn over e ricambio generazionale ma, al tempo stesso, l'attenzione solidale dei cittadini, la loro responsabilizzazione circa i problemi, in linea con un volontariato che è "scuola di partecipazione".
Infine vi è un problema di qualità effettiva dei percorsi di collaborazione con altri soggetti, di strumenti propri della partecipazione e di posizionamento strategico del volontariato che ancora ne limita l'effettiva decisionalità nell'elaborazione delle politiche sociali e del territorio. E' necessario investire sulla cultura della partecipazione e sulla formazione di rappresentanze per esercitare una funzione sussidiaria in "pari dignità" con le istituzioni in modo da condizionare le scelte relative alle politiche socio-sanitarie ma anche ambientali, culturali, occupazionali, abitative, scolastico-formative, dei trasporti etc.... Ancora una volta si afferma la necessità di tenere insieme mission e vision.

Parliamo dell'interlocutore principale delle OdV, la pubblica amministrazione, gli enti locali in primo luogo. Anche in questo caso qual è un nuovo traguardo che i due soggetti affrontano? Cosa significa "partecipazione"? Cosa deve fare la PA, cosa deve fare l'OdV?
Il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale (art. 118 u.c., L./Cost n.3/2001) chiede di superare il "paradigma bipolare" (distanza/distinzione tra il pubblico e il privato) per convergere in quello "circolare", di mutuo sostegno e collaborazione. Entrambi, proprio perché si fanno carico dell'«interesse generale» svolgono una funzione pubblica.
In questo scenario l'Amministrazione pubblica deve dismettere una logica di government, tipica di chi decide autoritativamente e dice al volontariato cosa deve fare senza confronto su progetti, soluzioni e risorse attivabili e, quindi, passare ad una logica di governance, propria di un sistema organizzato di attori che condividendo obiettivi comuni attuano una cooperazione positiva per definire strategie di intervento. E' inoltre evidente che le Amministrazioni pubbliche non dovrebbero rapportarsi alle OdV in modo strumentale e riduttivo facendovi ricorso per affrontare urgenze ed emergenze e per attivare interventi meno costosi in una situazione di scarsa disponibilità di risorse. Un altro rischio da evitare è quello di una strumentalizzazione per delega al volontariato di alcuni problemi sociali, portandolo fuori dall'orbita della progettualità finalizzata alla promozione sociale, alla prevenzione e alla partecipazione, paradigmi della qualità delle politiche sociali.
Gli aspetti di maggior criticità delle OdV nel loro rapporto con le Amministrazioni pubbliche sono invece: la tendenza a chiedere un contributo di mantenimento, non giustificato da un progetto operativo, e quindi ad essere sussidiate piuttosto che sussidiarie; la propensione ad avere un rapporto diretto e privilegiato con l'Amministrazione pubblica, espressione di una cultura antitetica a quella della rete (autoreferenziale), se non anche la mancanza di una visione integrata dei bisogni e delle risorse; il fatto di non essere presenti con la necessaria autorevolezza nella "cabina di regia" delle politiche sociali in quanto non sufficientemente attrezzate culturalmente per sostenere una funzione di governo (3).
Nel nuovo Welfare sussidiario il volontariato non è solamente una risorsa utilizzabile per migliorare la qualità dei servizi, né solo una risorsa per gestirli, possibilmente in modo innovativo, ma è anche risorsa autonoma che con "pari dignità" può concorrere a definire strategie, obiettivi, priorità delle politiche sociali nei processi decisionali del sistema di Welfare locale (tab. 6).

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Il volontariato difende e rivendica meglio o più efficacemente diritti e bisogni dei cittadini dentro la cabina di regia della programmazione dei servizi che non realizzandoli direttamente. Per questo è necessario che esso assuma una funzione partecipativa che significa attivare una costante interazione e confronto costruttivo al suo interno per far avanzare proposte condivise, fare una formazione adeguata a svolgere una funzione di "governo" e a rappresentare nei luoghi decisionali bisogni e proposte unitarie.

L'ultima domanda richiede il suo parere diretto. Le chiediamo di fare da intermediario tra PA e OdV, come esperto ma soggetto terzo. Lei cosa suggerirebbe ad ognuno di questi soggetti, o meglio cosa farebbe lei se fosse ubiquitario, una volta amministratore e una volta volontario?
Come amministratore pubblico riterrei il volontariato il mio più grande alleato proprio perché opera in funzione dell'«interesse generale». Lo chiamerei a raccolta rispetto ad ogni problema del territorio comunitario, sentirei le sue proposte, valuterei la sua progettualità - soprattutto nella concertazione programmata dei servizi - e lo sosterrei nella sua capacità operativa in termini di sedi, locali (in comodato d'uso) e mezzi (dal riconoscimento di qualche spesa viva all'utilizzo di autovetture) da mettergli a disposizione, senza passaggi e lungaggini burocratiche, perché possa svolgere al meglio la sua "funzione pubblica". Gli chiederei anche di mettersi in rete con altre organizzazioni del territorio, per moltiplicare od ottimizzare i risultati dell'azione comune, e di rendicontarne i risultati.
Nel campo degli interventi socio-assistenziali e sanitari lo considererei l'intermediario naturale tra gli utenti e i servizi, sia in funzione informativa, per orientare i cittadini (dopo aver collaborato all'elaborazione delle Carte dei Servizi), sia nella valutazione dell'esito (outcome) degli stessi, aiutando gli utenti ad esprimere la "qualità percepita" delle prestazioni ricevute e ad essere parte attiva nel rapporto con gli operatori e rispetto al servizio che ricevono. Sarei, in sostanza, orientato ad attivare un rapporto di reciprocità o di "sussidiarietà circolare" con le organizzazioni dei cittadini in modo tale da esprimere il massimo delle potenzialità del servizio ed elevarne le caratteristiche qualitative.
Come volontario chiederei al Pubblico di promuovere e agevolare la mia funzione solidaristica, e di considerarmi un partner dal momento della programmazione di un servizio alla sua valutazione in considerazione del fatto che sono in "presa diretta" con i bisogni dei cittadini e a contatto con gli utenti, quindi in grado capire prima e meglio cosa funziona e cosa si può migliorare.
Avrei sicuramente bisogno di quello che il Pubblico mi può dare (come sopra indicato) facilitando la mia azione non per il fatto che esisto ma per la mia capacità progettuale, propositiva e di realizzazione di attività di cui sono in grado di riportare i risultati e di valutare l'impatto sociale senza nascondere limiti e carenze da superare nel tempo in un processo di miglioramento continuo della mia azione, non sporadica nè isolata. Inoltre mi farei carico di sostenere la funzione istituzionale del Pubblico che è quella di garantire i diritti dei cittadini, i livelli essenziali di assistenza e di promuovere la salvaguardia e la fruizione dei "beni comuni" per elevare il benessere della comunità senza dover fare supplenza dentro una logica assistenzialistica o accettare deleghe di gestione di interventi in un regime concessorio e di scarico di responsabilità.
Sarei in definitiva consapevole che solo la concertazione e la collaborazione tra più soggetti del territorio può garantire innovazione, risposte di qualità ai bisogni dei cittadini e coesione sociale.

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(1) L'idea del "social street" ha origine dall'esperienza del gruppo facebook "Residenti in via Fondazza- Bologna" iniziata nel settembre 2013. Tale esperienza oltre a diffondersi a Bologna è presente in diverse città italiane (se ne contano oggi almeno 50).

(2) In questo caso opera come "braccio operativo" dell'istituzione pubblica (ASL) che detta requisiti, standard e qualità dei servizi tanto da porre un serio problema a queste organizzazioni rispetto alla loro reale autonomia progettuale, alla non dipendenza dai fondi e allo scopo esclusivo della solidarietà (come detta la L. 266/1991) a fronte della necessità di stare sul mercato sociale e di mantenere il personale remunerato indispensabile per soddisfare gli obiettivi della convenzione stipulata con l'istituzione pubblica.

(3) Cfr. Tabelle 6.2 e 6.3, pagg. 207-208 in Frisanco R., Volontariato e nuovo welfare. La cittadinanza attiva e le amministrazioni pubbliche, Carocci editore, Roma, 2013.