marialuisa-raineriMaria Luisa Raineri- Ricercatrice di Sociologia e formatrice


Nella sua attività di ricerca e di docenza lei si occupa del servizio sociale e della formazione delle assistenti sociali. Vorrei iniziare parlando del servizio sociale, finora uno dei pilastri della struttura del welfare. Cosa sta cambiando, con la trasformazione in atto , in particolare le esternalizzazioni, in questo servizio e nel ruolo sinora svolto?

 

Questa domanda richiede un discorso un po' articolato. Tradizionalmente, l'intervento professionale dell'assistente sociale si svolge, salvo sporadiche eccezioni, per conto di un ente, pubblico o di Terzo settore. Ciò che fa l'assistente sociale può essere considerato, dunque, come la concretizzazione dell'azione di aiuto di una organizzazione nei confronti di tutti i cittadini, o di alcune particolari categorie, a seconda delle finalità che l'ente si pone. Detto in altre parole, l'assistente sociale costituisce un "braccio operativo" di un ente. L'ente – come dice il nome - è un'entità astratta, e quindi può agire solo tramite i propri operatori: l'assistente sociale è uno di essi: tradizionalmente, dunque, gli assistenti sociali servono a "far arrivare" a chi ne ha bisogno, in maniera intelligente, personalizzata e, dunque, parzialmente discrezionale, i vari tipi di intervento (prestazioni) messi a disposizione dal sistema pubblico di welfare.
In Italia, il servizio sociale professionale ha presidiato tradizionalmente questa funzione e vi ha trovato una propria collocazione tendenzialmente esclusiva. Ciò significa che gli enti pubblici per lo più utilizzano solo assistenti sociali iscritti all'Ordine professionale per valutare quale tipo di prestazioni socio-assistenziali erogare a una determinata persona o famiglia bisognosa di aiuto; per organizzare concretamente l'erogazione delle prestazioni (individuare chi le realizzerà, quando, dare corso al procedimento necessario per coprire i costi, ecc.); per adattare le prestazioni alla situazione specifica e coordinarle le une con le altre, ove necessario.
L'aiuto da parte dell'assistente sociale, però, non consiste soltanto nel fare in modo che le persone possano usufruire al meglio delle prestazioni disponibili. A volte ciò è sufficiente ma, in molti casi, perché le persone riescano a venire fuori dalle difficoltà non basta "dare loro qualcosa". È necessario che - poco o tanto – impegnino le proprie risorse personali (cognitive, emotive, ecc.) per cambiare attivamente qualche aspetto della propria vita, e questo è un processo lento e non determinabile.
Un tipo di aiuto diverso dall'erogare prestazioni, ma altrettanto importante (o forse di più), consiste appunto nell'accompagnare e sostenere tale sforzo riflessivo per il cambiamento.
Si tratta, ad esempio, di offrire ascolto e sostegno, di aiutare le persone interessate a definire con maggiore chiarezza i problemi che vogliono affrontare; di supportarle perché si diano da fare in prima persona nell'individuare una possibile soluzione e nel realizzarla. Si tratta di aiutare ad aver fiducia nella possibilità di cambiare, di aiutare a lavorare assieme e a coinvolgere altri che possano collaborare. Queste funzioni di aiuto aperto possono venire realizzate a in rapporto a una singola persona o a una singola famiglia, o a un gruppo, o a una intera comunità.
Le funzioni che abbiamo chiamato di aiuto "aperto" appartengono al servizio sociale professionale fin dai suoi inizi, ancor prima dell'avvento del welfare state come lo conosciamo oggi, con tutte le sue varie prestazioni da erogare. Tuttavia, in Italia forse più che altrove, l'aiuto "aperto" è rimasto un po' in secondo piano, probabilmente perché è più difficile da codificare e, quindi, da valorizzare per la legittimazione della professione. Essendo identificati con il contesto della pubblica amministrazione, per decenni gli assistenti sociali hanno trovato (e/o cercato) pochi spazi di impiego diversi.
Questo scenario ha subito profonde trasformazioni, appunto con l'introduzione crescente di forme di welfare mix e la conseguente esternalizzazione di molti servizi socio-assistenziali. In questo contesto, nella pubblica amministrazione trovano impiego stabile sempre meno assistenti sociali, e vari compiti di sostegno, di accompagnamento e di coordinamento, svolti parallelamente all'erogazione delle prestazioni, vengono trascurati, oppure "spostati" dall'ente pubblico ai servizi esternalizzati. La drammatica crisi di questi anni, peraltro, non fa che accelerare il processo, con drastiche riduzioni del personale e stringenti tagli di spesa (e quindi anche di prestazioni socio-assistenziali).
Così, nel quadro attuale, gli assistenti sociali stanno un po' alla volta iniziando a doversi immaginare non soltanto come una figura collocata negli enti pubblici e dedita all'erogazione di prestazioni complesse. Bisogna trovare un ruolo anche in contesti nuovi, o comunque diversi da quello pubblico tradizionale, e credo che ci si possa riuscire. La via maestra per valorizzare il sevizio sociale professionale credo consista proprio nel puntare sull'aiuto "aperto" che, a mio avviso, è la vera anima del servizio sociale. Accompagnare le persone ad agire assieme per ri-orientare la propria vita è una competenza delicata e complessa, ma essenziale, che - come ho accennato sopra - fa parte della dotazione degli assistenti sociali perché deve quasi sempre affiancarsi all'erogazione intelligente di prestazioni.


La figura professionale dell'Assistente sociale, tralasciando i ruoli dirigenti e di coordinamento, è vissuta ed è identificata con l'operatore che si occupa dei casi, che parla con i cittadini e gli utenti. Quanto oggi corrisponde al reale lavoro svolto?

Occuparsi dei casi è un'espressione gergale che può anche essere intesa in un senso freddamente burocratico, spersonalizzante, forse anche un po' giudicante. Se però lo intendiamo come il prendersi cura dei problemi di singole persone o di singole famiglie, allora direi che effettivamente è proprio questa una della parti più significative e consistenti dell'attività professionale degli assistenti sociali. L'assistente sociale è tutt'oggi un operatore che parla con i cittadini e con gli utenti. Poi, a seconda dei contesti organizzativi e anche delle capacità dei singoli professionisti, questo parlare può essere talvolta troppo limitato (per via del tempo a disposizione o perché ha una struttura troppo rigida) o non abbastanza tempestivo, o non abbastanza attento.
Il rapporto con le persone è e resta comunque la base fondamentale del servizio sociale, la sua essenza, ed è una costante che si mantiene anche a fronte dei cambiamenti nei sistemi di welfare, altrimenti non potremmo nemmeno più parlare di servizio sociale. Quello che può cambiare, come dicevo rispondendo alla prima domanda, sono le modalità e i contenuti di queste relazioni.


Ci sono, tra le altre, due sfide aperte nell'area del welfare e in particolare dell'assistenza: le reti internet e tutto il capitolo delle tecnologie e dell'informatica e l'integrazione sociosanitaria. Qual è lo stato dell'arte nel servizio sociale e quali le strade da percorrere?

Per quello che posso osservare nei servizi quando faccio formazione, o anche in università, gli assistenti sociali non sono una delle categorie arrivate tra le prime ad utilizzare le tecnologie dell'informazione nel loro lavoro... ma com'è ovvio si tratta di un'area in cui le cose cambiano in fretta, e infatti si sta sviluppando sempre a più attenzione alla comunicazione sul web.
Ci sono situazioni di difficoltà in cui spostarsi da casa può risultare molto problematico (per malattia, disabilità, perché ci si deve occupare di qualcuno che necessita della nostra presenza continua, perché ci sono dei bambini piccoli...). In queste situazioni in particolare, l'accesso alle informazione e il contatto con l'esterno che può offrire internet è di enorme valore.
Come per tutta la comunicazione sul web, ovviamente c'è il problema dell'affidabilità delle fonti, che è tanto maggiore se chi usa internet ha una qualche fragilità culturale. Oltretutto, la lingua italiana è poco usata nel mondo: per cui troviamo meno contenuti, che vuol dire anche meno scelta. Sarebbe molto utile che gli operatori sociali segnalassero a chi ne può aver bisogno dei siti, dei forum o dei gruppi affidabili. Mi sembra però che sia qualcosa di cui ancora si parla poco sul campo e di cui non si discute in letteratura, neanche all'estero.
Su altro versante, c'è il tema della collaborazione degli operatori sociali alla costruzione delle informazioni sul web. Tutti gli enti pubblici e le organizzazioni sono presenti in internet, ma si tratta per lo più di una comunicazione di taglio molto istituzionale. Gli operatori sociali possono essere coinvolti in fase iniziale nella costruzione dei testi, ma difficilmente poi seguono l'aggiornamento e lo sviluppo del sito del loro ente, anche se ci sono delle ottime eccezioni.
Per quanto riguarda l'altra sfida, quella dell'integrazione socio-sanitaria, è certo assai più antica di quella informatica e tecnologica. Se ne parla fin dalla prima riforma sanitaria, quella del 1978...Ciò non toglie che si tratti di una sfida ancora aperta. A mio avviso il motivo è fondamentalmente questo: non si tratto soltanto di un problema organizzativo, di coordinamento fra servizi e professionisti di diverso tipo, come spesso siamo portati superficialmente a pensare. Le ricette per l'integrazione socio-sanitaria che considerano solo questo piano – pur importante, intendiamoci – si sono sempre rivelate limitate se non fallimentari.
L'integrazione socio-sanitaria riguarda l'integrazione di due diversi approcci ai problemi, direi proprio di due paradigmi diversi: quello più centrato sulla scienza di stampo positivista, evidence-based, per il versante sanitario; e quello centrato sul prendersi cura, sulle dimensioni inter-soggettive, sulle relazioni, per il versante sociale. Nel sociale, gli esperti sono tanto più esperti quanto più si fanno aiutare dai loro utenti nel costruire assieme miglioramenti alle difficoltà di vita. Nelle professioni sanitarie, l'idea prevalente è che l'esperto debba soprattutto saper prescrivere al paziente che trattamento seguire. Sono logiche molto diverse. Solo se riusciamo a riconoscere questa diversità e a rispettarla, allora si può anche capire, caso per caso, cosa può voler dire integrazione. Altrimenti l'integrazione resta qualcosa di irraggiungibile.


Si stanno diffondendo nel settore dei servizi sociali convegni e occasioni di confronto che parlano di welfare di comunità, di passaggio dall'esame dei casi all'esame dei problemi. Cosa può esprimere il servizio sociale?

Nel gergo dei servizi, come accennavo, i "casi" sono situazioni problematiche di cui un servizio è tenuto a prendersi carico, perché ciò rientra nel suo mandato istituzionale. Per questo, parlare di "casi" rimanda a un orizzonte in cui ci sono delle persone o delle famiglie che, rientrando nei "casi" previsti da leggi e regolamenti, vanno "trattati" come tali regolamenti indicano, cioè erogando una o più prestazioni. Se invece parliamo di "problemi", allora la nostra finalità diventa trovare delle soluzioni, o comunque una strada per migliorare, che può comprendere anche le prestazioni, ma non solo, o non necessariamente. Quindi, l'orizzonte che abbiamo davanti se parliamo di "problemi" è più ampio e flessibile. Non ci sono solo le prestazioni del welfare istituzionale, ma anche il cosiddetto welfare di comunità, o welfare societario. L'idea fondamentalmente è questa: costruire il benessere sociale non è un compito solo dello Stato e degli enti pubblici ai vari livello. Costruire il benessere sociale è compito di tutti, in molte forme diverse. Per cui sono soggetti del welfare il terzo settore, le associazioni, ma anche i singoli caregiver o ciascuno di noi quando, per i più vari motivi, si prende cura di qualcun altro. Il servizio sociale deve sempre più diventare esperto in questi processi di caring diffusa, per innescarli, sostenerli, accompagnarli, rinforzarli quando è necessario. È quello che , rispondendo alla prima domanda, ho chiamato aiuto "aperto".


Lasciamo la sua attività accademica ed entriamo in quella editoriale. Lei sta curando una collana per le edizioni Erickson, " Assistere gli anziani" basata su buone prassi, narrazione e quotidianità di una disabilità come l'Alzheimer. Per lunga vita ha già presentato il libro " Anziani all'aria aperta". Quali le finalità e i criteri con cui costruisce questa collana?

Come ho scritto nella presentazione che precedei vari libretti, credo che ci siano due strade per aiutare una persona anziana non autosufficiente a stare meglio: le cure in senso sanitario-riabilitativo, da un lato, e l'accudimento finalizzato a costruirle attorno un ambiente supportivo (fisico e relazionale), dall'altro. Spesso si corre il rischio di dare la priorità ai trattamenti sanitari, mentre invece questi due tipi di aiuto andrebbero considerati di pari importanza e dignità.
Quando la persona è circondata da un ambiente non facilitante, le terapie sono più difficili da realizzare e hanno minore effetto. Inoltre, nei tanti casi di patologie degenerative in cui sarebbe irrealistico pensare a delle terapie che portino a un miglioramento consistente, il benessere della persona si costruisce soprattutto aiutandola ad adattarsi alle sue nuove e mutevoli condizioni: se l'ambiente è supportivo, questo adattamento avviene con minore fatica.
Quello che mi preme, soprattutto, è contrastare l'idea che in certi casi "non c'è più nulla da fare", e la vita che resta non può che essere un calvario di inutili sofferenze senza significato. C'è un modo terribile di indicare la malattia di Alzheimer: una morte che lascia indietro il corpo. Ma questa morte non è affatto un destino ineluttabile, non nel senso che di una qualche guarigione miracolosa, ma nel senso che si può sperare di costruire un ragionevole benessere umano pur nella malattia.
Costruire un ambiente in grado di sostenere la persona significa soprattutto riflettere per intervenire nella quotidianità: la qualità della vita passa dal significato che assumono i gesti di ogni giorno, e può venire annullata se si finisce per occuparsi solo delle necessità funzionali (o strettamente sanitarie) della persona.
I criteri con cui cerco di scegliere questi libri sono, quindi: un orientamento positivo, di speranza, al benessere complessivo della persona e di chi le sta vicino; l'attenzione alla quotidianità, alle piccole cose che fanno la differenza; il fatto che siano testi non troppo lunghi e complessi, accessibili anche a chi non è strettamente addetto ai lavori - per questo, d'accordo con l'editore, abbiamo prestato attenzione che il linguaggio delle traduzioni fosse il più semplice e chiaro possibile.
Un altro criterio che tendo a dare per scontato, ma che invece vale forse la pena di ricordare, è che siano testi scritti da esperti autorevoli e con una consolidata esperienza sul campo. Da questo punto di vista, sono volumi che hanno passato il vaglio anche delle importanti case editrici internazionali che hanno pubblicato gli originali in lingua inglese. Vale la pena di dirlo perché non dobbiamo pensare che l'attenzione al quotidiano, alle relazioni, al benessere complessivo della persona siano qualcosa di improvvisabile, per cui bastano il buon senso o i buoni sentimenti. Costruire benessere nelle situazioni di grave disabilità richiede sensibilità, ma anche notevoli capacità riflessive e un
approccio metodologico rigoroso.