Marco Bertoluzzo-giurista e criminologo

Come possono essere descritti- anche quantitativamente- e inquadrati i reati quali truffe e raggiri contro gli anziani?

Faremmo un errore se approcciassimo il tema della diffusione del fenomeno riferendoci solo ai dati ufficiali. Se scorriamo infatti le statistiche giudiziarie siamo senza dubbio colpiti dall'esiguità delle denunce. Ma se prestiamo attenzione ai racconti degli anziani stessi o di persone a loro vicine, il dato numerico diventa di tutt'altra portata. In altre parole ci accorgiamo facilmente che i delitti effettivamente commessi sono di gran lunga superiori a quelli denunciati.


E' questo il fenomeno del cosiddetto numero oscuro che rende quanto meno discutibile l'analisi quantitativa del fenomeno criminale. La ricerca criminologica ha individuato diverse ragioni che rendono conto del divario esistente tra il numero registrato da fonti ufficiali e quello dei delitti realmente commessi: ragioni che attengono alla tipologia del reato, alle caratteristiche delle vittime, alla sfiducia negli organi istituzionali. Nei reati commessi in danno delle persone anziane si riscontrano tutte e tre queste variabili.
Quello del raggiro e' un reato particolare, che si consuma in un tempo relativamente breve, in luoghi generalmente privati o comunque isolati, i danni materiali non sono sempre quantificabili e/o particolarmente ingenti, gli autori vengono difficilmente scoperti, tanto meno in flagranza di reato. Tutte condizioni che creano ostacoli rispetto all'emersione del fenomeno.
Ciò che crediamo di scoprire ricercando i dati non corrisponde pienamente alla realtà del fenomeno.

 

Nella sua prefazione al libro "Io non abbocco!" Lei descrive gli atteggiamenti con cui queste situazioni sono vissute dagli anziani, ma anche da familiari, amici e vicini. Qual è il tratto comune? C'è qualcosa da correggere o da modificare?

La persona anziana, quando entra in contatto con il truffatore, è particolarmente vulnerabile, entra facilmente in confusione sia durante che dopo l'evento, non ha la capacità di opporsi fisicamente all'aggressore, non è nella condizione di chiedere aiuto nell'immediatezza del fatto, è fragile e indifesa. E denunciare il fatto spesso comporta più problemi che vantaggi, nessuna utilità dal punto di vista pratico ma anzi un maggior carico di conseguenze.
Perché, conosciuto l'evento dannoso, le persone vicine (parenti o familiari) sono pronte a giudicare o addirittura rimproverare per la scarsa attenzione o per l'ingenuità dimostrata. Agli occhi delle persone coetanee si rischia di apparire come non all'altezza della situazione; meglio tacere e nascondere.
Recarsi poi presso le Forze di Polizia per denunciare l'accaduto appare un'impresa non da poco: uscire di casa ancora in balìa dell' insicurezza e della paura per raggiungere un ufficio pubblico magari affollato, gestirsi l' attesa, dover ricordare i particolari, ricostruire i fatti davanti ad un'autorità che si sente lontana e spesso anche un po' carente, sono incombenze a cui si rinuncia non senza dispiacere. E poi l'anziano si chiede a cosa possa servire la denuncia, quando si è sfiduciati, se è difficile risalire all'autore del reato o quanto meno tornare in possesso dei propri beni sottratti.
E' inutile affermare quanto sia importante sensibilizzare gli anziani vittime affinché segnalino non solo il reato compiuto, ma anche il tentativo, alle Forze dell'Ordine. Anche se a volte potrebbe apparire inutile invece consente di tenere sotto osservazione certe zone del territorio, di raccogliere elementi utili per le indagini, di monitorare il fenomeno, di progettare interventi preventivi, di predisporre azioni mirate volte al controllo, di lavorare su dati precedentemente acquisiti e che possono essere arricchiti.


Allarghiamo l'orizzonte ad un'ottica di prevenzione, parlando delle azioni, degli strumenti e del coinvolgimento di soggetti diversi. Quali sono gli obiettivi a cui deve essere finalizzata,quali programmi, quali gli errori da evitare?

In questi ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di iniziative volte alla prevenzione di questo rischio criminale e molti enti locali hanno prodotto dei vademecum, cioè del materiale informativo da distribuire alla popolazione sull'attenzione da usare per evitare di diventare vittime di raggiri e truffe.
E' estremamente interessante l'analisi di questo materiale. Normalmente vengono proposti dei volantini, su foglio A4 ripiegato in quattro parti, spesso illustrato e commentato con l'utilizzo di cosiddetti decaloghi (per esempio "10 buone regole per...").
Le immagini, spesso fumettistiche, presentano caricature del presunto truffatore, visualizzato come un elemento della famosa "Banda Bassotti" o come il Lupo Mannaro o come un vampiro, accompagnate da una serie di raccomandazioni. Il tono è piuttosto imperativo e invita a non aprire la porta ad estranei, a non dare confidenza per strada a chicchessia, a farsi mostrare il tesserino identificativo da sedicenti incaricati di pubblico servizio o appartenenti alle varie Forze di Polizia.
La caratteristica comune a tutti è quella di elencare una serie di divieti e di usare molto spesso un tono allarmistico. La diretta conseguenza di fronte ad un messaggio informativo di questo tenore potrebbe essere quella di chiudersi in casa e non uscire più. Non è ovviamente questo l'obiettivo della campagna informativa.
Si trova però anche del materiale che non utilizza un tono "terroristico" ma propone una serie di consigli volti a migliorare l'attenzione e a ridurre il rischio. Intanto le buone regole non si devono concentrare solo su divieti ma devono utilizzare un tono incoraggiante (per esempio "cerca di.." piuttosto che "non devi..") poi le illustrazioni devono mirare a stimolare la riflessione piuttosto che creare terrore.
E' possibile presentare il rischio di incappare in una situazione che produce danni e sofferenza senza terrorizzare e senza spingere le persone ad autodifendersi, isolandosi e rinunciando ad una vita relazionale?
Quale messaggio può stimolare la riflessione e quale linguaggio può aiutare? Quali raccomandazioni aumentano il livello di sicurezza e quali sono inefficaci?
Il dato da cui partire è la solitudine, quasi sempre non scelta, in cui si vive da anziani. L' obiettivo di ridurre il rischio di vittimizzazione non può veder sacrificata la dimensione di relazione con gli altri che è un bisogno fondamentale dell'essere umano. E' poco opportuno che per evitare brutti incontri si rinunci all'incontro.


Il libro ha un filo conduttore, che capovolge tutto il tono della comunicazione che media e società trasmettono ai cittadini in generale e agli anziani in particolare. Lei parla della fiducia che deve essere di nuovo suscitata nelle vittime, del bisogno che gli anziani escano e frequentino spazi sociali, perché di tutto hanno bisogno meno che dell'emarginazione e della solitudine. Può spiegarci questa sua indicazione precisa?

Credo che si debba investire di più sull'aiuto alle vittime con l'obiettivo di superare il trauma della vittimizzazione, di riparare il danno subìto, di ricreare la fiducia negli altri e soprattutto in se stessi. Sappiamo di situazioni nelle quali l'essere stati vittime di questi reati ha significato avviare un declino inarrestabile. Bisogna offrire luoghi per parlare di tutto ciò, momenti di confronto su quello che si vive, iniziative di mutuo aiuto legate alla quotidianità. Occorre stimolare le persone anziane affinché si rendano conto che il legame con altri, la frequentazione di luoghi aggregativi, la compagnia di altre persone e quindi l'affrontare le difficoltà non da soli è ciò che rende vivaci e vivi.


L'ultima domanda è rivolta allo studioso di criminologia.
Lei si è occupato spesso di tossicodipendenze, di aggressività e conflitti, anche nella sua collaborazione con il Gruppo Abele. In una società che invecchia, ma che al momento sembra sviluppare un'aggressività anche solo verbale ( ad esempio nei network sociali,) quali sono gli spazi da recuperare per ricostruire relazioni sociali e civili? Quali quelli in cui possono assumere un ruolo gli anziani?

Penso che vada valorizzata maggiormente la competenza relazionale e la voglia di contatto delle persone anziane per farle diventare un'utilità sociale. Sono stato coinvolto in progetti molto interessanti ed efficaci nei quali gli anziani erano coinvolti come "presìdi di prossimità" e "produttori di sicurezza": nei mercati rionali dove si offriva un posto per fermarsi e riposare, fare due chiacchiere, lasciare in deposito le borse della spesa. Dove una presenza attiva, facilmente individuabile, tra i banchi del mercato aveva lo scopo di scoraggiare borseggiatori e malintenzionati.
Un altro progetto, in un centro civico di una cittadina, li vedeva coinvolti nell'offrire ascolto, supporto e aiuto a persone coinvolte in conflitti o micro reati.
Sono convinto che a fronte dell'aumento del tasso di aggressività e di violenza occorra investire di più sul "fattore U", il fattore Umano. Forse varrebbe la pena provare a detensionare rapporti conflittuali o a rischio con una maggior presenza di elementi di mediazione. E perché non pensare agli anziani come parte attiva di questi processi?