altFelice Strollo-  Direttore della UOC Diabetologia e Dietologia, Polo Ospedaliero Santo Spirito, ASL RME, Roma

Partiamo dalle ultime pagine del suo libro: cosa è l’invecchiamento nel terzo millennio? Esiste una definizione di vecchiaia?

Come diceva il musicista jazz George William Curtis, “invecchiare è un fatto di sentimenti, non di anni”, concetto sottolineato, d’altra parte, dal continuo spostamento in avanti del limite d’età scelto di volta in volta per definire l’anziano. Nel 1958 negli USA il limite era fissato a 50 anni ma nel tempo è stato spostato a 65 anni e ora in Italia, con le modifiche sociali intervenute nella generazione dei baby-boomers e con il recente drastico innalzamento dell’età pensionabile, si comincia a pensare che un soggetto si possa definire anziano solo dopo i 75 anni.

Del resto nella nostra società il concetto di anziano assume connotati tutt’altro che positivi (a differenza di quanto avveniva appena a metà del secolo scorso, quando invecchiamento equivaleva a rispettabilità ed esperienza acquisita da sfruttare anche da parte dei più giovani) perché, in un tumultuoso succedersi di mode e innovazioni tecnologiche, basta poco per “uscire dal giro”, essere “obsoleti”. E allora l’anziano tenta di stare sempre al passo e finché ci riesce fa la parte del giovane, nel vestiario come in tante abitudini di vita, finendo per rendere estremamente sfumato il limite semantico di un termine aborrito e lasciare in piedi solo la definizione di “vecchio”, riservandola solo a chi, per una serie più o meno ampia di sopravvenute “disabilità”, non può più mimetizzarsi nella massa dei “giovani”. Tali concetti sono splendidamente espressi in forma poetica nella canzone di Renato Zero “Spalle al muro”: “vecchio, diranno che sei vecchio, con tutta quella forza che c'è in te, vecchio, quando non è finita, hai ancora tanta vita, e l'anima la grida e tu lo sai che c'è”.

Peccato che anche noi, popoli latini, abbiamo abdicato alle nostre radici culturali per uniformarci all’equazione “vecchiaia = inefficienza”, ma sarebbe quanto meno irresponsabile negare tale fenomeno: solo se prendiamo coscienza di una deriva pericolosa possiamo cercare di correggere lentamente la rotta e riprendere possesso di un umanesimo perduto.

Non a caso il libro “Ritardare l’invecchiamento è possibile” è scaturito da un’idea della Vernikos, nata in Grecia, terra del pensiero platonico e aristotelico, della sintesi cioè fra intuizione e logica, e residente negli USA dove la verifica del dato fa da guida ad ogni attività. Da tutto il testo traspare, infatti, l’importanza che si attribuisce non solo all’aderenza ai risultati della ricerca applicata alla clinica, ma anche all’antico concetto classico del “mens sana in corpore sano” piuttosto che all’aspetto fisico come tale. E non dimentichiamoci che proprio la Magna Grecia ci ha tramandato di generazione in generazione la cultura dello scambio sociale come presupposto irrinunciabile alla serenità e completezza dell’individuo, cultura che oggi, dimentiche della storia, le più moderne scuole di pensiero anglosassone ci ripropongono candidamente come innovativa scoperta di un fondamentale valore da perseguire, confortate in questo dall’imparzialità della verifica scientifica.

 

Nel libro da lei scritto con Joan Vernikos il principio guida su cui basarci per ritardare l’invecchiamento è la forza di gravità e gli studi resi possibili dai voli spaziali. Può sintetizzarci concetto e ricadute operative?

“Sfruttare la forza di gravità” è un modo di vivere: è quello che la ricerca spaziale ci ha insegnato e continua ad insegnarci, ricca com’è di esperienze pratiche che aprono continuamente orizzonti nuovi e hanno una ricaduta significativa sulla clinica, e quindi sulla salute e lo stile di vita di tutti noi. Moltissimi lavori di medicina spaziale dimostrano ampiamente che in assenza di gravità intervengono alterazioni anatomo-funzionali rilevanti, anche se per fortuna reversibili. C’è in ogni modo un elemento da non dimenticare: uno stile di vita sano resta tale nel tempo solo se la decisione di cambiare abitudini sbagliate è autonoma e coinvolge l’emotività quanto la ragione, partendo cioè dalla consapevolezza e affondando le radici nel divertimento.

La forza di gravità, se ben utilizzata, è un potente induttore di salute e, a tale proposito, appare significativo quanto affermava Hermann Doernemann, festeggiando il suo centodecimo compleanno come centenario più longevo della Germania: “Se avessi saputo che sarei vissuto così a lungo, mi sarei preso più cura di me”.

 

Del suo libro, partendo dalla domanda precedente, particolarmente interessanti due parti: il movimento fisico per ossa e muscoli (paragonati al cervello) e, se si può dire, il movimento intellettivo per combattere lo stress, che, con termine sociale, potrei definire fonte dell’emarginazione. Ci può illustrare il percorso scientifico e il messaggio contenuto nei consigli pratici?

Ci sono molte ragioni per cui la capacità di ricordare rallenta: tra queste lo stress e l’ansia (che innescano un circolo vizioso: maggiore è la paura di dimenticare qualcosa, maggiore è l’ansia e questa a sua volta provoca ulteriore perdita di memoria). Lo stress consiste nel fatto di sentirsi incapaci di avere la situazione sotto controllo. I rimedi? Stretching e attività fisica regolare, perché entrambi potenziano sia la psiche che il flusso cerebrale. Ma è utile anche praticare tecniche di rilassamento, dedicarsi a un diversivo o un hobby, imporsi di pensare prima di agire, elencare per iscritto i problemi, prestare attenzione solo a qualcosa che si può controllare, circondarsi di stimoli piacevoli, evitare l’isolamento sociale, toccare e abbracciare, dedicarsi a qualcosa o qualcuno (piante, fiori, cuccioli, etc.).

La riduzione della memoria deriva anche dall’ apporto insufficiente di ossigeno alle cellule nervose, a sua volta legata alla riduzione del flusso cerebrale per mancanza di movimento e per irrigidimento delle arterie ma anche, spesso, per l’eccesso relativo di farmaci fra i quali, per esempio, quelli usato per combattere l’ipertensione arteriosa. Fortunatamente esiste la plasticità, per cui ogni giorno nascono sempre nuove connessioni tra i neuroni e vengono generate nuove cellule cerebrali che normalmente morirebbero nel giro di poche settimane ma, se stimolate a sviluppare nuovi compiti, sopravvivono. Come fare? Non solo esercizio fisico regolare ma anche allenamento mentale e antiossidanti con la dieta e abitudine a fare tutto con calma concedendosi il tempo necessario e pianificando le azioni.

 

Due coautori, uomo e donna, segnano anche lo stile del libro e non perché si parla di rughe. Avete presentato molti risultati di ricerche in cui le differenze di “genere” hanno una loro rilevanza, normalmente ignorata in studi scientifici. Come avevate impostato la vostra collaborazione? Le differenze di genere sono così importanti nell’invecchiamento?

Ci siamo conosciuti in occasione di un congresso internazionale da me organizzato a Roma nel 1998: fra noi è scattato immediatamente un feeling. Io apprezzavo in Joan la semplicità con cui presentava i suoi risultati, frutto di grande rigore scientifico, ma anche il dono della sintesi e la capacità di spaziare fra un argomento e l’altro, frutto di solide basi di fisiologia. Tutto ciò si associava ad un’intuizione fuori dal comune perché – come avviene solitamente solo nei laureandi e neolaureati-lasciata libera dai freni inibitori del sapere consolidato, spesso incapace di lasciarsi penetrare e contaminare dal nuovo. Joan, a sua volta, mi ha detto di avere apprezzato in me una carica di entusiasmo capace di contagiare gli altri e l’esigenza innata di trasferire in pratica nozioni apparentemente teoriche di una branca in continua evoluzione, l’endocrinologia. Tale specialità, infatti, a molti incute un timoroso rispetto ma, se trasferita in pillole comprensibili a tutti, consente di aprire le porte alla comprensione dei meccanismi alla base del funzionamento dell’intero organismo. E proprio le due mentalità simili ma in parte diversificate in una componente femminile, più propensa ala cura, e una maschile, più propensa alla diffusione del sapere, si sono coniugate in uno slancio comunicativo che spero possa dare buoni frutti per chiunque legga il nostro libro.

Quanto poi al fatto che possano esserci o meno differenze nel modo di invecchiare fra i due sessi, risponderei decisamente di sì. Secondo la definizione del Sabatini-Colletti vecchiaia è “ultima età della vita, caratterizzata da progressivo decadimento organico; condizione di chi è in tale età”. Corrisponde alla fase avanzata del ciclo biologico, caratterizzata da vistosi fenomeni di decadimento fisico e da un generale indebolimento dell'organismo ma può rappresentare, dal punto di vista spirituale e/o religioso, una preparazione alla fine della vita terrena, al passaggio verso l'aldilà.

Insomma, la visione della vecchiaia varia da un estremo negativo sotto il profilo “fisico” ad uno positivo sotto il profilo “psichico”, di progressiva maturazione con avvicinamento al concetto di infinito. Donne e uomini in questo senso appaiono molto diversi. Innanzitutto, le donne anziane di oggi non hanno del tutto usufruito della generalizzazione dell’istruzione inaugurata negli anni sessanta-settanta. Esse sono in buona parte poco scolarizzate e risultano quindi marginalizzate finendo spesso per dover affrontare problemi quotidiani di pesante portata. D’altronde, in un mondo in tumultuosa evoluzione tecnologica, anche le attuali quarantenni, una volta diventate anziane, potrebbero risultare inadeguate ai tempi. A scongiurare in parte tale timore interviene però la constatazione dell’enorme capacità di adattamento – tutta femminile - di tante ultrasettantenni di oggi che utilizzano disinvoltamente televisori, elettrodomestici, bancomat e cellulari, nonostante tali strumenti fossero inimmaginabili all’epoca della loro gioventù. Le donne molto anziane di oggi sono ancora in gran parte casalinghe, perché all’epoca della loro giovinezza avere la possibilità di evitare di lavorare era segno di uno status sociale elevato e quindi restare a casa era una scelta ambita. La condizione delle anziane di domani sarà invece eterogenea, perché contrassegnata da un diverso atteggiamento verso il lavoro con una suddivisione in donne più disponibili alle novità e meno inclini a rinchiudersi tra le mura domestiche ed in altre stanche di lavorare e desiderose di riapppropriarsi di una scansione dei tempi più tradizionale, più simile a quella delle casalinghe. Nella donna più che nell’uomo la vecchiaia è un momento di cambiamenti notevoli, sia fisici sia della propria immagine sociale, con profonde modifiche delle aspettative per il futuro e spesso con improvvise, traumatiche separazioni / perdite. Ciò era già avvenuto in adolescenza, ma allora era la speranza a farla da padrona, con l’illusione che tutto fosse possibile agli occhi di chi, inesperta, sapeva di avere un enorme margine di recupero di fronte ad ogni possibile errore di valutazione. Ora, con l’età, l’esperienza brucia spesso l’entusiasmo e i cambiamenti avvengono non gradualmente ma a bruschi scalini per eventi sopravvenuti all’improvviso ad interrompere un flusso continuo di abitudini rassicuranti e a richiedere un nuovo, impegnativo adattamento. Tale insieme di fattori perturbanti dell’equilibrio costituito è tuttora più facile da assorbire da parte della donna che dell’uomo, perché conosciamo tutti la caratteristica “multitasking” del cervello femminile, portato com’è, sia strutturalmente sia per convenzioni sociali consolidate negli anni, ad esprimere al massimo l’apertura all’altro e ai suoi problemi e, quindi, a trovare quanto più rapidamente possibile soluzioni praticabili all’estrema variabilità del proprio contesto fisico, affettivo e ambientale. L’uomo, abituato tuttora a dipendere dalle abitudini dettate dalla donna nell’ambito del ménage familiare per concentrarsi sulle problematiche lavorative e sui propri hobbies (quando presenti), in vecchiaia resta disarmato, come un soldato abituato a combattere nella giungla proiettato improvvisamente allo scoperto nella savana. Deve riadattarsi a un modo di vivere che non conosce, più autonomo e non più scandito da tempi lavorativi fino ad un certo momento vissuti come una gabbia e solo ora riconosciuti nel loro aspetto inconsapevolmente rassicurante. E allora, dopo anni trascorsi l’uno vicino all’altra senza cogliere sfumature fondamentali delle proprie personalità, l’uomo deve imparare nuovamente a convivere con la propria compagna di vita sena appoggiarsi egoisticamente ad una nuova figura materna. E la donna deve sforzarsi di non rinunciare alla propria indipendenza senza per questo mostrarsi incomprensibilmente distaccata. Da bambini i due generi avevano incarnato due mondi separati da diversi interessi e modalità comportamentali, poi si erano avvicinati sotto il potente influsso dello stimolo sessuale, si erano quasi fusi per un lungo periodo, ora, con la vecchiaia, riscoprono le differenze, meno marcate rispetto all’infanzia ma pur sempre esistenti. Allora l’uomo deve imparare ad accettare che la sua compagna ha sviluppato esigenze diverse, è più consapevole delle proprie scelte ma non per questo ha smesso di provare amore verso di lui mentre la donna deve accettare che il suo compagno è più fragile, meno capace cioè di affascinarla con la sua audace protettività, la sua sicurezza di sé – a volte perfino arrogante e imprudente – ma ha acquisito una maggiore capacità di comprensione e di accudimento, proprietà sconosciute al mondo giovanile.

Non solo vecchie coppie ma nuovi amori in tarda età. Come afferma Vanna Vannuccini nel suo libro “L’amore a settant’anni”, oggi entrambi i generi si sentono pronti a nuovi amori in età anziana e si trovano così di fronte a un orizzonte inesplorato. “I pregiudizi resistono ma nuovi rapporti stano nascendo. La società, che è ancora lontana dall’essersi liberata dai pregiudizi sessisti e contro gli anziani, dovrà imparare ad accettare l’idea dell’amore e del sesso in tarda età”-

 

E’ sempre di carattere più personale e in questo caso rivolta ad uno dei due autori. Qual è la sua opinione, di uomo, cittadino, scienziato su come il tema dell’invecchiamento è affrontato in Italia e quali sono per lei i nodi da sciogliere?

Le donne anziane italiane hanno un’elevata probabilità di sopravvivere al marito: in base ai dati ISTAT affronta quotidianamente la vedovanza il 22% circa delle donne tra i 60 e i 64 anni contro appena il 4% circa degli uomini, fino a un 76% circa delle ultraottantenni contro il 32% circa degli uomini della stessa età. Quindi, dai 70 anni di età, oltre il triplo delle donne resta sola rispetto agli uomini (36% circa rispetto al 12% circa). E’ vero peraltro che l’aumento della longevità per entrambi i sessi sta modificando gli scenari familiari della terza età, con aumento del numero di coppie anziane e progressivo rinvio nel tempo della vedovanza.

Resta comunque da risolvere il problema della cattiva gestione della propria salute negli anni precedenti, vissuti nella ricerca delle soluzioni comode (pasti precotti, riscaldamento– a volte anche eccessivo - degli ambienti di vita, spostamenti in auto anche per piccoli tragitti, etc.) e nella convinzione che la chimica possa ovviare ad ogni problema (si rifugge da qualsiasi fastidio o dolore o possibile sintomo di malattia incipiente con un farmaco sempre a portata di mano e ci si intossica, così, senza darsi il tempo di ascoltare il proprio corpo consentendogli di scandire i tempi classici del recupero fisiologico) mentre lo stress prende il sopravvento sul fisico e sulla psiche.

E intanto lo Stato pontifica quotidianamente sull’opportunità di investire nella prevenzione. Il concetto è giustissimo, ineccepibile anzi, ma cozza con la carenza assoluta di iniziative in tal senso e con una politica nazionale schizofrenica che invita a smettere di fumare, ma continua a lucrare sulla vendita delle sigarette e che - al di fuori di casi isolati ed illuminati del tutto locali – vorrebbe ridurre il peso medio dei bambini, ma consente che pullulino le merendine nella pubblicità televisiva, predica l’attività fisica ma non crea strutture adatte, trasporti pubblici agevolati, percorsi della salute. Fra l’altro, lo Stato pretenderebbe di ottenere un risultato dalla sua gente senza conferire premi di produttività a chi, in primis nella scuola, sappia accrescere la competenza e la motivazione non solo e non tanto dei bambini quanto delle famiglie, dalle quali soltanto può nascere l’esempio quotidiano di uno stile di vita salutare.

Se è vero che stiamo uscendo dalla crisi economica, possiamo e dobbiamo investire nel futuro cominciando dal risolvere il problema dell’oggi. Come? A mio avviso basterebbe partire con un occhio al futuro ovviando ad errori madornali come quelli appena descritti, che sono sotto gli occhi di tutti e nessuno osa affrontare. Per l’immediato sarebbe utile, a mio avviso, investire non tanto nelle case di riposo né nelle residenze per anziani autosufficienti, che in Svezia si sono rivelati tristi ghetti forieri solo di profonde crisi depressive, ma in quartieri nuovi fatti di residenze miste in cui anziani e famiglie con bambini possano interagire in forza della loro vicinanza fisica. Era già così una volta nei nuclei familiari plurigenerazionali, abituati a riassorbire al loro interno le esigenze di tutte le fasce d’età in forza di una consolidata cultura della reciproca comprensione e della capacità di scambiarsi affetto ed esperienza.

Non sarebbe difficile resuscitare una cultura che fa parte di noi ed è stata soffocata dal falso mito della libertà, sfociato irrimediabilmente nelle famiglie mononucleari e nella vita caotica di giovani genitori affaccendati tutto il giorno a lavorare per far crescere al meglio figli che devono poi affidare a nonni sempre meno disponibili perché desiderosi di una loro riconquistata autonomia e distanti a volte oltre un’ora di traffico.

Mi rendo conto che il caos attuale non consente di realizzare questa mia utopia, e allora? E allora riprendiamoci la responsabilità della nostra vita cominciando dalle piccole cose e mettendo diligentemente in pratica i semplici trucchi quotidiani che la ricerca spaziale ci ha insegnato, evidenziando le possibilità che madre natura ci ha consentito di sfruttare da sempre per un invecchiamento di successo. E’ quello che il nostro libro cerca di insegnare a chi cederà alla curiosità di leggerlo.

 

Ritardare l’invecchiamento è possibile-Come la medicina spaziale ci insegna a riconquistare la salute e il benessere

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Tra il mese dell’Alzheimer e la giornata dei nonni d’ottobre, molti libri sul tema dell’invecchiamento sono stati presentati o ripresentati.

Uno “Ritardare l’invecchiamento è possibile-” di Felice Strollo e Joan Vernikos, con sottotitolo “Come la medicina spaziale ci insegna a conquistare la salute e il benessere” uscito lo scorso anno, è riproposto da Il Pensiero Scientifico Editore.

Di movimento fisico, di attività socializzanti, di lotta all'emarginazione ed all'esclusione per invecchiare bene hanno parlato e parlano in tanti in articoli, convegni e libri e interviste/ spot televisive, specie nei momenti “topici”, ma assolutamente ripetitivi, come il grande caldo, l’epidemia influenzale, il freddo. Spesso, in forma più o meno eleganti, si dicono anche molte ovvietà. Anche su PLV abbiamo affrontato il tema dell’attività fisica, nelle diverse forme, in numerosi articoli.

Più raramente si trovano consigli e suggerimenti per combattere l’emarginazione o modificare l’immagine stereotipata che si ha dell’anziano o ancor peggio della donna anziana. Ho fatto a tal proposito tempo fa una recensione non molto benevola su un libro di una nota giornalista e blogger.

Ho letto questo libro di Strollo e Vernikos con una certa curiosità, perché già nella presentazione il riferimento è alla medicina spaziale, alle esperienze dei cosmonauti e ad un fenomeno fisico che tutti conoscono, come la forza di gravità.

Un po’ d’esitazione davanti alla mole, che sull’ebook, appare di oltre 450 pagine, ma in realtà la lettura è stata agevole, perché lo schema alleggerisce la ponderosità e avvicina i non sanitari.

E’ un libro divulgativo, con spiegazioni facilitate tecnico- scientifiche, suddiviso in tre parti e dieci capitoli. Lo schema si ripete quasi uguale per ogni capitolo:

  1. Illustrazione della parte del corpo umano o condizione di cui si parla ( scheletro, muscoli, cervello, stress, alimentazione eccetera).
  2. Presentazione delle funzioni che ciascuno degli elementi assolve nella nostra esistenza.
  3. Le conseguenze di situazioni anomale ( ad esempio soprappeso e obesità) e di alcune sostanze che il corpo produce.
  4. Cosa insegna la medicina spaziale e i risultati di ricerche diverse.
  5. Aneddoti e storia di persone, in terra e nello spazio.
  6. Consigli pratici con le necessarie motivazioni e spiegazioni.

Nel libro, anche con una certa dose d’ironia  si parla della cultura o non cultura attuale, quando coinvolge la vecchiaia, sia nella mente dei singoli che nella popolazione o nei mass media.

Un pregio del libro è nell’esplicitazione delle differenze di genere, sia in termini fisici, in particolare nella fase d’invecchiamento, sia in termini psicologici, a conferma di quando abbiamo, anche recentemente, sostenuto: esiste la necessità di una medicina di genere o meglio su misura.

Nel libro mi pare di avvertire positivamente, non me ne voglia il coautore, la presenza femminile, specie nell’individuazione dei problemi e degli stati d’animo tipicamente “donneschi”.

I capitoli sullo stress appaiono come approccio diverso all’ansia e alla solitudine dell’anziano, così come certi temi, i bioritmi, le variazioni d’umore, i sistemi sensoriali, d’equilibrio e di coordinamento, escono dall’area psicosociale per raccogliere le ragioni scientifiche.

Forse, se l’intento era di una pubblicazione divulgativa, anche se colta, la riduzione delle citazioni di ricerche, autori ed enti, con un rinvio in bibliografia, avrebbe ulteriormente alleggerito il libro.

I profani come me non ricordano nomi e università, ma i risultati.

Per i tecnici, la bibliografia ragionata e per capitoli, così come redatta, sarebbe forse stata sufficiente.

Aspettiamo un nuovo capitolo dopo i voli su Marte.

Nel frattempo abbiamo chiesto un'intervista ad uno degli autori, che sopra pubblichiamo.

 

 

Biografia
Author: Felice Strollo