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altPaolo Bosi- docente UNIMORE e componente CAPP

La ricerca che Lei ed altri esperti della Facoltà di Modena e Reggio e del Capp (Centro di analisi delle politiche pubbliche) avete presentato a Milano al convegno organizzato da IRS con la collaborazione del Capp ( vedi programma in calce NdR) rappresenta una seconda tappa di un percorso iniziato nel 2011. Ci può illustrare gli obiettivi principali di questa ricerca, la domanda di base ?

Abbiamo fatto molti passi avanti rispetto alla ricerca del 2011. Ora siamo in grado di fornire un quadro molto più dettagliato della distribuzione per condizione economica della spesa sociale per assistenza nei tra grandi settori: sostegno alla famiglia, contrasto alla povertà, programmi per la non autosufficienza anziana. Abbiamo messo a fuoco e proposto per ciascuno dei tre settori rilevanti interventi di riforma e di razionalizzazione che, se attuati, potranno aumentare considerevolmente l’efficacia della spesa sociale rendendola più equa e consona al principio dell’universalismo selettivo che condividiamo. Inoltre - e questo è senza dubbio un aspetto centrale emerso dal nostro lavoro – è possibile attuare queste riforme, che pure necessiterebbero di maggiori risorse finanziarie – semplicemente riorientando in modo più efficace il livello della spesa attuale, che raggiunge i 67 miliardi oltre il 4% del Pil.

 

 I risultati hanno dato risposte significative? Quali vorrebbe sottolineare?

Nel campo del sostegno delle responsabilità gli istituti oggi ad esso dedicati (detrazioni fiscali per soggetti a carico e assegni al nucleo familiari (Anf), presentano seri difetti sotto il profilo dell’universalità (gli Anf sono limitati al lavoro dipendente) e della selettività (le detrazioni fiscali sono commisurate al reddito complessivo dell’Irpef e non all’Isee e presentano il gravissimo problema di non coprire i soggetti più poveri perche “incapienti” ai fini Irpef). Suggeriamo allora di unificare gli istituti esistenti concentrando le risorse a favore dei nuclei familiari con minori e realizzando la selettività sulla base dell’Isee nella nuova configurazione che sta per entrare in vigore La proposta presenta una serie di aspetti positivi quali: il superamento del problema dell’incapienza, a cui sono soggette le detrazioni Irpef, soprattutto nei casi di basso reddito ed elevato numero di familiari a carico;uno spostamento significativo di risorse a favore di nuclei familiari relativamente giovani che si sono assunti responsabilità genitoriali;l’agevolazione dei nuclei familiari in cui il reddito prevalente proviene da lavoro autonomo, finora esclusi dagli istituti vigenti e per cui la riforma rappresenta un guadagno netto. Tale processo di universalizzazione potrà risultare meno vantaggioso per il lavoro dipendente che già fruisce degli assegni familiari e che dovrebbe per questo aspetto essere compensato con più generose detrazioni per redditi da lavoro nell’ambito dell’’Irpef.
Nel campo del contrasto della povertà la nostra proposta coincide sostanzialmente con quella avanzata anche da Caritas Acli e che ha trovato pochi giorni fa una sintesi anche nel documento del gruppo di lavoro nominato dal Viceministra Guerra per l’istituzione di un Sostegno di inclusione attiva (SIA, che oltre a studiosi del welfare impegnati nelle due ricerche Irs/Capp e Caritas/Acli includeva altri valenti esperti di welfare. Si tratta di una misura di contrasto della povertà assoluta, che si aggiunge agli istituti esistenti (pensioni sociali, integrazioni al minimo) per rivolgerlo non solo, come accade ora alla popolazione anziana. La misura prevede un mix di erogazione monetaria e servizi di natura socio-assistenziale e si rivolge a tutte le famiglie residenti in Italia, italiane e straniere, secondo il principio dell’universalismo. Il criterio di accesso al RMI è comunque di natura selettiva e stabilito da una “doppia soglia”: un valore di Isee e un reddito disponibile inferiore alla soglia della povertà assoluta. In base ai calcoli effettuati, si stima che potranno accedere alla misura 1,24 milioni di nuclei familiari, pari a 3,1 milioni di individui. Un intervento di questo genere richiede a regime 6-7 miliardi addizionali. Andrà attuato con gradualità. La nostra ricerca ha mostrato che esistono strade possibile per reperire queste risorse addizionali anche all’interno della spesa attuale. Sotto questo aspetto del finanziamento la nostra ricerca ha messo in luce un punto importante. Il costo dell’adozione del SIA si dimezza se si attua contemporaneamente la riforma dell’assegno unico per la famiglie. La ragione è che l’assegno unico risolvendo il problema dell’incapienza, contribuisce in modo significativo anche ad ,attenuare la povertà assoluta.

Nello specifico per la non autosufficienza quali sono le proposte?
Per la non autosufficienza anziana si propone l’istituzione di una dote di cura, che ha come presupposto la creazione di un budget unico e integrato della spesa sociale e sanitaria e una revisione e miglioramento delle caratteristiche dell’indennità di accompagnamento. Aggiungendo alle risorse oggi impiegate quelle attualmente utilizzate in campo sanitario (che stimiamo in quasi 5 miliardi) è possibile definire un livello essenziale per la non autosufficienza. Con la Dote di Cura viene offerto un insieme integrato di interventi sociosanitari, tutelari, sociali e sanitari, determinato per valore economico, qualità e durata, a sostegno della domiciliarità e della residenzialità degli anziani non autosufficienti. Le prestazioni offerte e i valori economici erogati variano al variare del grado di non autosufficienza, sempre secondo il principio dell’universalismo selettivo, individuando tre grandi fasce di utenti.

 

Dai dati presentati risulta che avete, per vostra competenza specifica, preso in esame il tema risorse e trasferimenti economici ( ISEE, Reddito minimo di inserimento, integrazioni, indennità di accompagnamento ed altro). Condivide due deduzioni: una positiva su una disponibilità di risorse mal utilizzate e la seconda , negativa, che in realtà si lavora sull’esistente, ma che nessuna riforma di impianto e di contenuti è stata fatta in campo socio-assistenziale?

Un altro importante aspetto della nostra ricerca riguarda la distribuzione attuale della spesa di contrasto alla povertà. Più del 34% della spesa (integrazioni al minimo soprattutto e assegni e pensioni sociali) affluisce a nuclei famigliari che si collocano nella distribuzione della condiziona economica (misurata dall’Isee) al di sopra della mediana. Alle famiglie più ricche del paese (ultimi tre decili di isee) affluiscono, a causa di impropri criteri di means testing, 3,4 miliardi di sostegni alla povertà! Un dato di questo genere mostra l’inefficacia e le distorsioni degli istituti attuali. In parte in quest’area potranno dunque essere rinvenute le risorse necessarie per finanziare il SIA, insieme ad altre possibili (contributo delle pensioni più elevate d’oro e d’argento e altre fonti come revisioni delle detrazioni Irpef). Indicando queste fonti di finanziamento, certamente di ardua praticabilità politica, ma possibili, si vuole dimostrare che, se si vuole, le riforma significative dell’assistenza possono esser fatte anche senza entrare in competizione con altri obiettivi della politica di welfare che sono comunque meritevoli di attenzione (esodati, finanziamento della cassa integrazione in deroga, ecc.).

 

L’ultima domanda esula sempre dai ruoli ufficiali. Fuori dalla sua area professionale o meglio a sostegno di questa anche, quali innovazioni o modifiche sarebbero necessarie al sistema socio assistenziale italiano?

Riconosco che per deformazione professionale (sono un economista che si occupa di spesa pubblica e imposte)ho particolare attenzione agli aspetti di sostenibilità finanziaria delle riforme. Vorrei però sottolineare che le tre riforme descritte, che si badi non sono una novità, ma sintetizzano punti di vista a lungo discussi dagli studiosi e dagli operatori negli ultimi 15 anni (vale a dire a partire dalla Commissione Onofri) hanno implicazione molto rilevanti anche sulla modalità di organizzazione dei servizi di assistenza e quindi si aprono spazi molto significativi per innovazioni sotto questo profilo. Ad esempio l’attuazione del SIA (Sostegni Inclusione Attiva NdR), che ha come elemento fondante la stipulazione di patti di inclusione attiva tra l’amministrazione locale e il beneficiario, comporterà una sostanziale reindirizzo delle professionalità a livello comunale. Le risorse umane e finanziarie attualmente utilizzate a livello locale per iniziative di sostegno della povertà potranno con il SIA essere liberate per orientarsi a nuove funzioni. Analogamente nel campo della non autosufficienza, la necessaria integrazione tra componente sanitari e sociale implicherà la ricerca di nuove modalità di offerta dei servizi ai cittadini. Importante è iniziare questo percorso sui tre diversi fronti, dato che gli obiettivi sono spesso intrecciati (si pensi all’interazione tra assegno unico per i figli e SIA) e alle connessioni sul piano dell’offerta dei servizi tra SIA e servizi per la non autosufficienza. Siamo consapevoli che sono di riforme di ardua praticabilità politica, ma finanziariamente possibili. Bisogna avere coraggio, anche se confesso che il quadro istituzionale, non solo quello politico, non incoraggia all’ottimismo.


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