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Fulvia Signani, psicologa e sociologa, dirigente ASL Ferrara e docente universitaria

 

Partiamo dalla spiegazione del titolo: cosa è la medicina di genere e perché non è la medicina delle donne, aiutandoci con le tabelle molto chiare che allega nel libro?

La classificazione che descrivo qui brevemente è una mia originale elaborazione, prodotto della personale ricerca di comprensione. 

Analizzando la storia antica e recente della medicina, ho identificato sei stadi che tuttora convivono: la medicina uomo-centrata, con la donna considerata un ‘piccolo uomo’, vede ricondurre la differenza maschio-femmina ai soli organi riproduttivi e una grande difficoltà a staccarsi dal modello maschile. Riporto ad esempio come fino al 1668 non esistesse un termine per indicare la vagina poiché questa parte del corpo femminile era ancora intesa come ‘pene introflesso’. Un secondo stadio è quello che denomino della medicina delle donne, che possiamo idealmente suddividere nelle due specificità, quella ginecologico-riproduttiva (continuazione della tradizionale cura ginecologica, che ha acquisito una connotazione istituzionale con la nascita dei consultori) e quella che Marianne Legato, una delle figure di spicco della medicina di genere, ha definito come bikini view, che ha trovato la sua espressione più concreta una quindicina di anni fa in Italia, con l’avvio degli screening oncologici con Pap-test e mammografia, quindi attenzione estesa alle due aprti del corpo della donna che vengono proprio coperte dal costume bikini.Al terzo stadio troviamo la medicina delle differenze biologico - sessuali, che testimonia la risposta alla domanda in che cosa sono diversi maschio e femmina. Come evoluzione di questa fase, troviamo una sorta di ‘sessuazione’ di ogni parte del corpo. Si sta infatti scoprendo che il fegato di una donna e di un uomo sono anatomicamente diversi e si comportano fisiologicamente in modi diversi, così potremmo dire del colon, dei polmoni, etc.

Lo stadio della medicina di genere o genere-specifica (definizione che dobbiamo sempre alla Legato) è la medicina che riesce ad attribuisce un peso specifico al fattore genere, e in questo sta la necessità di ricerche specifiche, e ne individua interferenze e correlazioni in ogni dettagliata fase dell’azione di cura e prevenzione. Applica quindi attenzioni, protocolli e prassi diverse a seconda delle necessità di ogni uomo o donna. E’ una medicina che agisce di concerto con la farmacologia, a sua volta attenta ed orientarsi al genere (si pensi ai campioni di ricerca composti da soli uomini). Stadio successivo ed ulteriore è la medicina che potremmo definire su misura (personalizzata o individualizzata) che rappresenta il traguardo a cui ambiamo.

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Parlando di medicina pubblica, di medicina del lavoro adotta due termini significativi: che non riconoscendo la cittadinanza organizzativa si dà luogo ad una segregazione occupazionale che ricade all’interno dell’organizzazione e delle professioni. In questo sito si parla di servizi per anziani, dove la prevalenza del personale è femminile. Cosa comporta e quali i limiti più evidenti anche in materia di difesa della salute del lavoratore?

Mentre l’esercizio del mestiere di medico è stato riconosciuto per centinaia di anni, solo agli uomini, è innegabile come i mestieri di assistenza siano riconosciuti socialmente appannaggio quasi esclusivo delle donne, in base alle credenze sulla ‘naturale’ propensione di queste ultime a prendersi cura degli altri. E’ curioso verificare come dai dati di ricerca emerga che i livelli di stress causati dai faticosi lavori di cura/assistenza, siano più bassi quanto più le persone accettano una visione tradizional - maschilista, per sua natura asimmetrica, dei rapporti uomo - donna. Chi, invece, tenderebbe ad un riequilibrio dei rapporti, vive il tutto con maggiore difficoltà, quin di le donne, più ‘emancipate’ faticano a ricoprire ruoli sociali tradizionali. Il fatto poi che le persone anziane trovino una spiccata femminilizzazione dei servizi che li accolgono, comporta indubbiamente conseguenze psicologiche, per esempio sul tema autonomia/dipendenza, non ancora sufficientemente studiate.

Con l’invecchiamento della popolazione e le diffuse necessità di assistenza, il lavoro non pagato un tempo appannaggio delle donne (figlie o nuore) della cerchia famigliare, è diventato lavoro pagato, esternalizzato, pur sempre riservato a donne (il fenomeno delle badanti). E’ positivo il fatto che si stia riscontrando una crescente responsabilizzazione dei figli maschi verso i genitori anziani.

 

Il maschilismo e il patriarcato hanno contribuito spesso a creare diseguaglianze che incidono sulla salute delle persone. Nei box che lei riporta, per motivi diversi ho selezionato la medicina generale, la geriatria, la comunicazione e la gentilezza. Qual è oggi la realtà e quali i settori più “dimenticati??

Mi verrebbe da rispondere tutti. Le schede di approfondimento che si trovano all’interno del libro, sono il frutto di una rete di relazioni che coltivo da sempre tra affetti e stima professionale, ma anche all’insegna di una interdisciplinarietà che costituisce uno dei requisiti fondamentali del mio lavoro. Per una breve analisi delle aree trascurate potremmo partire dagli aspetti relazionali, dalla non considerazione che essere uomo o donna, nel rapportarsi ad un paziente uomo o donna, fa la differenza, dai pregiudizi che accompagnano un sesso o l’altro e da cui, se non consapevoli, difficilmente ci si allontana. E’ paradigmatico l’esempio della sintomatologia infartuale: fino a poco tempo fa si considerava che il classico binomio pressione/dolore al plesso solare più dolore/formicolio irradiato al braccio sinistro, fossero segni di infarto per un uomo, ma di crisi d’ansia o depressione in una donna. Una sorta di inappropriata diagnosi differenziale che si è insediata a causa di approcci pregiudiziali negativi sulle donne, che trascuravano l’ascolto della paziente. Ora, grazie alla sensibilità di alcune cardiologhe, prima tra tutte Bernardine Healy che denunciò il trattamento svantaggiato riservato alle donne nei reparti di cardiologia, si è più consapevoli di una costellazioni di sintomi uguali (anche le donne possono presentare dolore al plesso ed al braccio), ma anche diversi tra donne o uomini. I cardiologi per esempio riferiscono che a causa della diversa posizione e massa del cuore, a volte le donne possono avvertire come sintomo uno specifico tipo di dolore di schiena o mandibolare. Conoscenze che dovrebbero essere oggetto di una diffusa pubblicizzazione sia per le pazienti, che per i medici. Purtroppo il maschilismo è talmente radicato nelle strutture del pensiero e del sapere che risulta difficile trovare aree che non ne siano condizionate. C’è molto lavoro da svolgere per scrostare vecchie abitudini.

 

Potrebbe dirsi che la medicina su misura è il contenitore /traguardo più elevato a cui ricondurre i processi erogativi inspirati all’integrazione sociosanitaria, le tematiche della medicina di genere, i concetti dell’umanizzazione della cura, della medicina slow, del rispetto della dignità e dell’individualità. In altri termini solo la medicina su misura può dare tutte le risposte?

Sono d’accordo ad intendere la ‘medicina su misura’ come contenitore /traguardo, che può ricomprendere un vasto campo di approcci innovativi, oltre alla medicina di genere che, come dettaglio nel mio libro, ha una storia recente, ma articolata ed in espansione, la slow medicine, la medicina di ‘umanizzazione delle cure’ e del rispetto dell’individualità, approcci che, pur appartenendo intuitivamente allo stesso filone, non sono ancora arrivati ad un auspicabile ricomposizione. Nella visione che abbiamo delineato la medicina ‘su misura’ rappresenta l’esercizio del concetto di appropriatezza in riferimento alle diverse esigenze, riconosciute ed accettate come caratteristiche della bio-diversità delle persone con attenzione all’equità e prefigura ottimi scenari di realizzazione. Ma è degli ultimi tempi un ramo diremmo ipertecnologizzato di questa tendenza, che sta ipotizzando un ‘su misura’ legato alle recenti possibilità di delineare la mappa genetica. Questa novità andrebbe immediatamente vagliata, a mio avviso, dal punto di vista etico, poiché vista l’inaccessibilità per la maggioranza della popolazione a queste tecnologie, si potrebbe creare un nuovo tipo di diseguaglianza. Direi che più che al ‘futuribile’, potremmo ambire ed investire sul possibile.

 

E’ come in tutte queste interviste, la domanda più legata al vissuto personale: lei è dirigente nei servizi pubblici e ne conosce pregi e difetti. Noi su PLV parliamo spesso di RSA, di caregiver, di operatrici. In tutti i casi è un universo femminile, in cui ogni soggetto ha problemi di salute, di benessere, mai adeguatamente studiato. Non è forse sufficiente questa risposta e per questo ci piacerebbe che lei reintervenisse in proposito, ma in poche righe lei cosa proporrebbe?

Cito spesso una mia convinzione: non c’è mai stata un’epoca più contraddittoria per il lavoro: soffre chi non ce l’ha, ma ugualmente vive un disagio diffuso chi ce l’ha. Occorrerebbero investimenti sistematici ed organici nella ricerca organizzativa e psico-sociale, molto trascurata nel nostro Paese, dove fare ricerca nei servizi socio-sanitari, nello specifico, rappresenta spesso un’attività para-volontaristica relegata alla curiosità individuale. Questo stato di fatto rivela anche che i servizi, le cui tecnologie più concrete sono le persone, non hanno elaborato il convincimento che curare il benessere delle persone addette, significa incidere positivamente sulla qualità del servizio stesso. Nel mio ruolo di Presidente del Comitato Unico di Garanzia, affronto quotidianamente tematiche legate al disagio lavorativo e trovo conferme che il tema/problema potrebbe essere affrontato con efficacia a più livelli, individuale, di gruppo lavorativo, strategico-organizzativo. Servirebbe non delegare il tema all’advocacy (difesa) di organismi preposti, ma mettere tra gli obiettivi di servizio il miglioramento di benessere delle persone addette. Forse occorrerebbe che questo obiettivo fosse tra quelli incentivati.

 

 

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