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Clara Sereni, scrittrice 

altE’ uscito nei mesi scorsi il suo ultimo libro “Una storia chiusa” sintesi di due facce del nostro paese: un magistrato, donna, sotto copertura e una “compagnia di giro” di persone più o meno anziane all’interno di una casa di riposo. Da dove nasce lo spunto, dopo un lungo periodo di silenzio, di questo libro?

Nasce da un’esperienza diretta per quanto riguarda l’ambientazione, perché in una casa di riposo ci vivo davvero. 

Ma per il resto mi sembra sia un po’ la summa di molte cose che ho scritto e su cui ho riflettuto, con l’ossessione per la memoria che non mi lascia mai. Ma è anche il libro meno autobiografico, più e più liberamente frutto di invenzione. E mi pare un passo avanti, finalmente riesco a non parlare più di me!

Un anno di vita nella CdR scorre con tanti flash: sugli eventi temporali e accidentali, interni ed esterni e sulle singole persone, che si raccontano. Intrigante l’espediente letterario che unisce  il filo conduttore del giallo con le dinamiche all’interno di una residenza collettiva. Qual è stato il suo intento e perché ha adottato questo schema?

Da molto tempo ormai lavoro su una forma-romanzo che sento più adeguata ai tempi, o almeno ai miei tempi: insomma il grande affresco del romanzo ottocentesco è finito, forse con Proust o forse con la bomba atomica, e dunque trovo più adatta a me la forma del frammento, tessera di un mosaico che non rinuncia comunque a una trama, un disegno. Magari che faccia sentire, come in questo caso, la voce di chi non ha voce. Quanto al meccanismo del giallo, la nostra vita collettiva ne è intrisa da tanti anni: non è per caso che il libro abbia avuto a lungo come titolo “L’Italia è una repubblica fondata sulle stragi”. Sapevo benissimo che non poteva andar bene, sarebbe sembrata un’inchiesta giornalistica, però il sentimento che mi muoveva era davvero quello. Stragi senza colpevoli nella realtà, morti o quasi morti senza colpevoli nel libro: oppure colpevoli siamo tutti, nessuno di noi è innocente.

 

Sempre sulla struttura del libro,  costruita come “Guida alla storia”, la vita che ogni vecchio e soprattutto vecchia porta dentro parla del  mondo esterno e della storia di questo paese, nel bene e nel male e la vita di quella casa di riposo allude però ad una fotografia prossima dell’Italia. Lei si è spesso occupata, anche nella sua esperienza personale e politica, di servizi alla persona. Come dovremmo affrontare questo invecchiamento della popolazione?

Come “dovremmo” affrontarla non lo so. Ma so che quella che si affaccia alla vecchiaia è una generazione diversa dalle precedenti. Intanto perché le nostre madri allo scoccare della menopausa erano largamente considerate inutili perché non  più produttive, insomma da buttar via, e anche loro si sentivano così, mentre noi abbiamo un bel po’ di più di risorse, ad ogni livello. Ma poi, e soprattutto, perché la generazione che ha innovato il costume come forse mai prima ha la possibilità – e direi anche l’obbligo – di affacciarsi a questa nuova età in modo diverso, continuando senza rinunce a costruire il proprio presente e il proprio futuro. Però… c’è un però grosso come una casa: possiamo far questo solo se rompiamo la morsa, più violenta da alcuni anni, che fa della giovinezza ad ogni costo un obiettivo da inseguire senza darsi pace, e accettiamo fino in fondo le caratteristiche, positive e negative, di questa età. E’ un tema su cui ho riflettuto parecchio, anche a fronte delle reazioni forti che ho incontrato quando ho annunciato la scelta di vivere in una residenza per anziani: la cosa inaccettabile era che io dichiarassi che stavo invecchiando. Adesso, a più di tre anni di distanza, qualcuno si arrende a dirmi che forse ho fatto bene, ma fa fatica, molta fatica, a dirlo. Per parte mia, penso di aver fatto non più di tre scelte furbe nella vita, tutte improntate in un modo o nell’altro alla libertà e alla qualità della vita: e questa è una. E se qualcuno non capisce, peggio per lui! 

 

Leggendolo, da conoscitrice  delle residenze per anziani, ho visto e spesso non sotto traccia tutti gli aspetti positivi e negativi di una convivenza “forzata”, anche se stemperata dagli spazi individuali dei mini appartamenti: le gelosie e l’invidie,  la diffidenza e la maldicenza, però anche dei piccoli gesti di gentilezza, di disponibilità, la voglia  di condividere delle cose, la garanzia di un’assistenza continua, la presenza di un operatore sensibile e attento. Lei crede che tutto questo possa essere accettabile per una persona?

Mi sembra che ci siano due fondamentali tipologie di ospiti: chi ha fatto una propria scelta, e chi invece è stato costretto, dai famigliari o dalle cose. E’ evidente che da questo dipendono atteggiamenti assai diversi: nel primo caso, secondo me, è meno difficile che la percezione positiva di alcuni aspetti prevalga su quella negativa. Ma torniamo sullo stesso punto: se si accetta o no,di invecchiare, con il buono e il cattivo che c’è in ogni fase della vita. E comunque chiedo: ma chi vede tutto nero, chi si impegna a tempo pieno in diffidenza e maldicenza, starebbe meglio fuori, magari rinchiuso dentro le mura di un condominio?

 

L’ ultima domanda è per Clara Sereni donna e femminista del “quotidiano”, anche nei suoi libri di maggior successo. E’ più difficile invecchiare per una donna o per un uomo? Nel  suo vivere più a lungo  la donna dove trova l’energia non solo fisica?

Il problema di voler restare giovani ad ogni costo riguarda forse più gli uomini che le donne: e questo non credo proprio li aiuti ad invecchiare bene. Per il resto, ci sono le statistiche: le donne vivonopiù  a lungo ma con un numero maggiore di malanni. Ma penso comunque che le donne abbiano più risorse, tali anche da adattarsi ad una realtà che si modifica. E l’energia delle donne sta forse nel “pozzo segreto” di cui parlava Alba de Cespèdes: la capacità di confrontarci con sentimenti ed emozioni, capacità che ci rende più fragili talvolta e più forti sempre. E comunque… le donne mi sonopiù simpatiche!

 

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