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Rosanna Cima- Insegna Educazione delle Adulte e degli Adulti; Pedagogia della mediazione culturale e Pedagogia Sanitaria all’Università degli Studi di Verona

Occorre qualche spiegazione: cosa significa pedagogia dell’invecchiare? Si tratta di educare gli anziani o altro?

Di solito si conosce la Pedagogia declinata così: pedagogia dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta, e così via. Pedagogia dell’invecchiare è invece sospesa tra  un verbo all’infinito e le forme di  percorsi di vita che si realizzano perché vi è l’attraversamento dei singoli e delle generazioni.

Un’affermazione semplice questa ma che rovescia l’idea di una vecchiaia collocata a senso unico, in cui sono le generazioni più giovani a prendere parola su chi è più in là nella vita. L’ambiguità costruita intorno alla vecchiaia dalle culture occidentali, visibile attraverso i molti e diversi stereotipi riservati alle donne e agli uomini vecchi, è resa ancor più evidente da una transazione culturale di ampia portata  che in questi anni stiamo vivendo. I confini tra le generazioni, i cicli della vita i modi di concepirsi vecchie e vecchi stanno mutando, si sta disegnando una nuova mappa delle età della vita, un nuovo immaginario sta emergendo, in particolare intorno alla vecchiaia. Per sua essenza la pedagogia è la scienza che studia l’educazione e la formazione degli esseri umani lungo tutto il ciclo di vita, la scommessa di una pedagogia dell’invecchiare è  mettere al centro il processo che ogni donna e ogni uomo vive nel lungo tempo di vita che oggi si dispone. Di fondamentale importanza è porre al centro gli individui che vivono quel tempo, studiare insieme metodi di incontro che permettano di sollecitare  parole attive, che modificano le reti di relazioni, che sono a disposizione di sé e degli altri affinché si possa vivere meglio. Pedagogia dell’invecchiare è un rovesciamento di come solitamente si pensa un rapporto tra educatore/educando, il rovesciamento richiede lo sforzo di individuare contesti in cui siano le donne e gli uomini che a lungo hanno vissuto a guidare l’orecchio, le azioni, le scelte di ciò che chiamiamo “educazione”.  Oggetto di studio perciò non è “la vecchiaia” ma le relazioni, le complesse relazioni con il corpo, le persone, gli oggetti, le fedi, i luoghi che si modificano. Potremmo dire che la pedagogia dell’invecchiare osserva questi movimenti: le perdite e che cosa può nascere da esse, gli arrivi, si interrogano le trasformazioni, le assenze e le attese, le differenze tra le generazioni. Uno dei metodi che si utilizzano nello studio di questa pedagogia è la dimensione narrativa della vita, con una attenzione alla differenza sessuale.

 

C’è oggi un’attenzione nel mondo della cura  e della relazione con le persone, all’ascolto, al racconto, anche scritto che ognuno fa della sua vita. Lei ha  scritto un libro sulle pratiche narrative nella vecchiaia. Perché sono così importanti nella vita di un anziano?

Dedicarsi del tempo per narrare, per riflettere e per scrivere sono pratiche antiche e sempre benefiche. Incontrare una persona che ci ascolta incondizionatamente, avere la possibilità di narrare brani di sé per saper accogliere le trasformazioni di sé sono azioni complesse ma importanti nella vita di ciascuno e di una società. Narrare ad un altro, scrivere un diario, raccontare in piccolo gruppo sono azioni sociali che possono modificare in meglio i micro contesti in cui ciascuna e ciascuno vive. In ogni tempo della vita sono momenti importanti questi, ancor di più lo sono per coloro che hanno vissuto a lungo perché l’esperienza può essere rimessa in gioco nell’accogliere gli imprevisti e le trasformazioni che questo tempo di vita riserva. Molte sono le ricerche che dimostrano l’arricchimento emotivo  delle pratiche narrative e la sana ripercussione che esso può avere sugli stati dell’umore, sulla motivazione a condividere parti del proprio tempo, è questo un aspetto che merita ancora molta attenzione e  studio. Il racconto, se non è solo ripiegamento su di sé, ma ascolto creativo di sé e dell’altro, ascolto dei luoghi in cui abitiamo, dei dintorni domestici, sollecita immagini, offre nuovi accessi ai ricordi, rende possibile la costruzione di significati differenti su eventi della vita da sempre conosciuti. Tutto questo implica un arricchimento relazionale, una maggior forza emotiva poiché narrare è anche affrontare momenti della propria vita che presentano o hanno presentato delle sofferenze, delle difficoltà. È possibile trovare, attraverso la narrazione, un originale modo di organizzare il proprio tempo, di affrontare meglio le numerose ristrutturazioni e le complesse trasformazioni della vita. Bisogna quindi togliere i pregiudizi sull’azione del ricordare delle persone anziane, poiché è il ricordo che predispone a nuovi apprendimenti. Siamo costituiti da molte memorie, non da una sola come sovente si pensa, ed ognuna viaggia a velocità differenti tra loro. La narrazione può costituire, se una persona lo desidera, un accompagnamento nelle difficoltà della vita.  Un’ultima precisazione: il luogo che accoglie le narrazioni va costruito, curato, ogni narrazione è un dono di per sé e, in quanto tale, richiede da parte di coloro che sono in ascolto una formazione profonda e rigorosa.

 

Nel suo libro la narrazione, la voce dei vecchi diventa filo conduttore anche nei servizi sociali, di base o nelle RSA. Sappiamo che in altre esperienze si favorisce questa pratica anche con strumenti digitali: tablet, Ipod. Queste esperienze cosa apportano agli anziani e agli operatori, all’interno dei servizi?

La storia umana è stata raccontata anche osservando gli strumenti di comunicazione che sono  stati a disposizione degli individui e da questo punto di vista appare evidente come si siano modificate le vite, le società, le economie. Gli strumenti digitali sono in rivoluzione continua e si modificano velocemente tanto che i limiti riguardo ai processi di informazione tecnologica appaiono posti sempre “più in là”. Quello che invece rimane molto rallentato è il raccordo tra i servizi preposti alla cura delle persone anziane, cioè le politiche che si realizzano e le istanze delle  persone stesse.  Manca un link efficace, dove la voce di coloro che vivono questa età possa essere ascoltata per ripensare le politiche e i servizi stessi. Troppo spesso c’è una visione miope in cui chi progetta è staccato dalle esigenze e adotta una visione lineare mentre, a proposito di reti, pensare ad una politica degli anziani significa connettersi con le molteplici domande e risorse non solo di questa età, ma tenere conto delle economie, delle modificazioni demografiche, dell’expertise, cioè delle abilità maturate da chi vive le età di vecchiaia e porle realmente in azione, cioè renderle efficacemente operative.  Se questi aspetti potessero camminare a braccetto penso che operatori ed anziani riceverebbero un grande beneficio, comprese le politiche che organizzano i servizi. Esistono molti siti, forum, blog che possono favorire la riflessione su questo tema. Un blog, un sito che accolga differenti punti di vista sulla vecchiaia, che ponga in collegamento storie di vite quotidiane e gli studi attuali su questa età, le saggezze  che provengono dalle differenti Culture in merito alla vecchiaia ma anche le interazioni possibili con altre età della vita penso che sia una delle sfide attuali. Il vostro impegno in “perlungavita” ne è una testimonianza e un’opportunità.

 

Il suo libro è percorso, se si può dire , da un’attenzione di genere. Tante le donne che si raccontano, tanti gli operatori donna, con l’esperienza foltissima delle badanti. C’è nella narrazione e nell’ascolto una dimensione femminile ancestrale?

La sua domanda è anche una risposta, che condivido. La cura, l’avere cura della vita è, in origine, incarnata nel corpo di ciascuna, di ciascuno. Ogni essere umano l’ha ricevuta dalla madre nella vita d’acqua, intrauterina, e poi nella vita d’aria, dal primo vagito. Le donne sanno fare cura e sanno raccontarla, tramandarla, passarla alle generazioni nuove. La pratica della cura delle donne è antica come l’umanità. Questo non significa che gli uomini non la possano imparare, ma è chiaro che il paradigma è incarnato nel corpo delle donne. Incarnatosignifica pensiero forte, talmente forte che è capace di strutturare il sentire dei corpi, nel senso che è impossibile svolgere un lavoro “con cura” senza esserne coinvolte e coinvolti sul piano emotivo. Il punto cruciale è, come scrive Françoise Dolto, trovare la giusta misura affinché chi è (s)oggetto delle nostre cure sia soggetto della propria storia, anche quando nei momenti della propria vita dipende totalmente da noi per la sua sopravvivenza. È questa una competenza che le donne sperimentano ed è una capacità che include sia il significato materiale, le azioni del prendersi cura, sia il significato epistemologico, come si fa a conoscere  il bisogno dell’altro senza dare troppo o troppo poco. Non è mai una ricetta preconfezionata poiché costruire senso, significato, misura affettiva è una ricerca che si compie ad ogni incontro. La narrazione e il suo ascolto è per eccellenza una cura che si trasforma in energia ed ha un effetto sia su chi narra, sia su chi ascolta.  Verso questo paradigma che porta il nome delle donne e che si declina nel pensiero incarnato, nel pensiero dell’esperienza, abbiamo ancora un grande debito, nel senso che troppo a lungo e oggi ancora troppo spesso è rimasto e rimane senza parole da parte delle donne.

 

La nostra ultima domanda è sempre più personale. Leggendo il suo curriculum e le sue pubblicazioni ci sono due poli: la mediazione-familiare, interetnica, scolastica- e poi le storie di donne sino alle donne vecchie. Qual è il minimo comune denominatore della sua ricerca?

Il filo che attraversa questi temi tesse la mia vita, penso e vivo la ricerca a fianco delle donne e degli uomini con cui mi è  “capitato” di condividere delle domande. Esse  ruotano intorno a come si costruisce l’incontro tra le differenze. Trovo ispirazione nel vuoto generativodi cui parla María Zambrano e che traduco come una forma di pensare la vita, la quale permette di stare in relazione con le differenze senza appiattimenti, senza ripiegamenti, riduzioni e assoggettamenti. La differenza sessuale, le generazioni, le differenti lingue e culture, le differenti posizioni riguardo al percepire e raccontare i conflitti, mi appassionano perché  lì si innescano i nostri umani inciampi, i comportamenti che non nominiamo. Lì, in quello spazio, non ho risposte, ho invece molte domande. Penso che il tempo in cui stiamo vivendo, connotato da collegamenti, da reti, da scambi, ma anche da un crollo delle costruzioni socioeconomiche occidentali,  richieda l’esercizio del pensare e del sentire, per creare un racconto, trovare una parola, proporre un movimento, orientare lo sguardo, immaginare un paesaggio, scoprire corrispondenze, affinché possa avvenire la rinuncia alla pretesa dell’universalismo  e l’apertura  ad un pensiero dell’erranza come possibilità d’incontro.

Pratiche narrative

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