altEnrico Giovannini. Dal Rapporto Annuale Istat 2011 a quello attuale, sono state adottate dal suo Istituto con altri soggetti pubblici (INPS, CNEL ed altri) misure per aumentare la conoscenza del progresso reale di un paese oltre alla lettura offerta dal PIL: dal Data Warehouse (magazzino informatico di dati) sulla coesione sociale, ai risultati del primo questionario sulle dimensioni del BES (Benessere equo e sostenibile) alla banca dati per le politiche di sviluppo. Quanto e in che modo questi percorsi rientrano nel Rapporto 2012?

Nel 2011 l’Istat ha realizzato, per la prima volta, un’ampia rilevazione sulla popolazione circa l’importanza delle dimensioni del benessere. La dimensione del campione (45 mila persone) ha permesso, caso unico nel panorama internazionale, di raccogliere le opinioni di tutti gli strati della popolazione. Ebbene, i cittadini hanno segnalato un’elevata importanza per quasi tutte le dimensioni del benessere proposte, con una notevole omogeneità di vedute in base al sesso, l’età e il logo di residenza dei rispondenti. In particolare, l’essere in buona salute è l’elemento considerato più importante per il benessere individuale; seguono la possibilità di assicurare un futuro ai figli, l’avere un lavoro e un reddito, ma sono importanti anche la preoccupazione per le condizioni dell’ambiente e per la sicurezza, evidenze queste che rivelano una forte attenzione al problema della sostenibilità economico-finanziaria, ambientale e sociale dell’attuale modello di società. Relativamente meno rilevanti sono invece considerate la possibilità di influire sulle decisioni dei poteri nazionali e locali e la partecipazione alla vita della comunità locale.

Tutti questi aspetti sono stati ampiamente affrontati nel Rapporto Annuale 2012, sia perché oggetto di approfondimenti specifici, sia perché considerati trasversalmente nelle analisi illustrate nel volume, il quale contiene, ad esempio, approfondimenti sulla salute e sui servizi sanitari, sui servizi legati alla tutela dell’ambiente, analisi dedicate al fenomeno del consumo di suolo. Le preoccupazioni sulle opportunità e il benessere dei figli interessano trasversalmente tutte le tematiche affrontate nelle parti del Rapporto dedicate alle prospettive di crescita del Paese e alle questioni dell’equità sociale. L’ampio approfondimento dedicato alla mobilità sociale è cruciale da questo punto di vista.

 

Nel Rapporto dello scorso anno c’erano riflessioni importanti sui servizi, sul ruolo delle donne nel sostenere il welfare italiano. Oggi la situazione è tale che gli anziani paradossalmente non risultano essere la categoria più penalizzata dalla crisi. Quali le categorie, nel rapporto a maggior rischio?

Negli ultimi anni è particolarmente peggiorata la condizione delle famiglie più numerose: nel 2010 risulta in condizione di povertà relativa il 29,9 per cento di quelle con cinque e più componenti (sette punti percentuali in più rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente, sono 1 milione 876 mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale) e quasi il 70 per cento di essi risiede nel Mezzogiorno.

Volendo individuare, poi, delle categorie su cui insistono particolari criticità, si nota come forti difficoltà si rilevino per le donne e per i giovani, con una chiara accentuazione dei fenomeni di disagio per chi vive nelle regioni meridionali. Per citare qualche risultato che emerge dalle analisi svolte nel Rapporto, nel 2012, a due anni dalla nascita del figlio quasi una madre su quattro, in precedenza occupata, non ha più un lavoro. A lasciare o perdere il lavoro sono prevalentemente le neo-madri residenti nel Mezzogiorno, le più giovani, quelle che hanno avuto il primo figlio e quelle che vivono in coppia.

A partire dal 2008 il tasso di disoccupazione dei 18-29enni ha avuto un’impennata raggiungendo il 20,2 per cento nel 2011, facendo registrare la massima distanza dal 1993 con il tasso di disoccupazione complessivo (8,4 per cento). Nel 2011 i Neet (15-29enni che non studiano e non lavorano) sono 2,1 milioni. La quota dei Neet è più alta nel Mezzogiorno, 31,9 per cento, un valore quasi doppio di quello del Centro-nord, con punte massime in Sicilia (35,7 per cento) e in Campania (35,2 per cento).

Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; essa supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni.

 

Nel Rapporto si indica che negli altri paesi, specie i nordici, i fattori di crescita o di contrasto alla crisi che hanno funzionato sono stati lo Stato Sociale, gli investimenti pubblici, il capitale umano, la ricerca e sviluppo, i fattori immateriali e i beni intangibili, l’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Come emergono questi aspetti  nel Rapporto ISTAT sull’Italia?

Le analisi svolte nel Rapporto evidenziano situazioni di svantaggio per il nostro paese in molti degli ambiti che lei ha menzionato. In alcuni paesi europei gli investimenti pubblici hanno avuto un ruolo propulsivo sia per la crescita del Pil che per la produttività. L’Italia si contraddistingue, invece, per una riduzione dell’incidenza degli investimenti pubblici sul Pil tra il 2000 e il 2010 (-0,3 punti percentuali).

Le nuove misure del capitale umano definite dall’Ocse confermano per l’Italia una posizione poco favorevole rispetto ad altri paesi. Dalla fine degli anni Novanta la crescita del capitale umano in Italia è stata dovuta sia all’aumento del tasso di occupazione sia all’innalzamento del livello di istruzione della popolazione, ma il livello medio di scolarità rimane ancora distante dalla media europea.

Nel nostro paese persistono carenze rilevanti nella dotazione e nell’efficienza dei fattori materiali ed immateriali a sostegno della competitività delle imprese domestiche e per attrarre investimenti diretti esteri. Nel 2010 la quota di spesa in ricerca e sviluppo sul Pil è pari all’1,26 per cento contro il 2 per cento della media Ue. Anche la capacità brevettuale è molto contenuta: nel 2009 in Italia sono stati registrati 82 brevetti per mille abitanti a fronte dei 116 della media Ue. In termini di efficienza dei servizi logistici, nel 2010 l’Italia si posiziona al ventiduesimo posto nella classifica della Banca Mondiale

 

In Italia parte di questi ambiti, sono, dice il Rapporto, le maggiori criticità per la crescita del “sistema Paese”. Quali sono invece le maggiori criticità che emergono nel comparto sociosanitario?

Nel Rapporto un’analisi particolare viene dedicata all’evoluzione del Paese avvenuta negli ultimi venti anni, sia dal lato sociale  e demografico, che da quello economico. Ne emerge, tra molti di segno diverso, un dato molto positivo  Si vive sempre più a lungo, gli uomini in media 79,4 anni e le donne 84,5. In Europa soltanto gli uomini svedesi hanno una speranza di vita (79,6 anni) superiore a quella degli italiani, mentre solo in Francia e in Spagna le donne sono più longeve delle italiane (85,3 anni in entrambi i paesi). Dal 1992 ad oggi gli uomini hanno guadagnato 5,4 anni di vita media e le donne 3,9 anni, soprattutto grazie alla riduzione della mortalità nelle età adulte e senili. Alla riduzione della mortalità per malattie del sistema circolatorio si deve un guadagno di 2,1 anni in entrambi i sessi, mentre la riduzione della mortalità per tumori maligni ha contribuito per 1,2 anni all’incremento della vita media degli uomini e per 0,6 anni a quello delle donne.

Certo, accanto a questo trend positivo, dall’analisi territoriale emerge, riguardo i servizi, l’immagine di un Paese molto eterogeneo, nel quale il Sud si presenta di frequente nella fascia peggiore. Ad esempio, nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 111 miliardi di euro, pari a 1.833 euro pro capite. A livello regionale, si osserva uno scarto di circa 500 euro pro capite tra la provincia autonoma di Bolzano, che spende mediamente 2.191 euro per ogni residente, e la Sicilia, che ne spende 1.690. Analogamente, i livelli di qualità più alti in termini di appropriatezza, efficacia e soddisfazione dei servizi ospedalieri si riscontrano in Piemonte, Valle d’Aosta, provincia autonoma di Trento, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, i più bassi in Campania e Sicilia.

Nel 2011 la soddisfazione per i diversi aspetti del ricovero (assistenza medica, infermieristica e servizi igienici) presenta una forte variabilità regionale: è più elevata della media in tutte le regioni del Nord (tranne che in Liguria) e in Umbria, mentre nel Mezzogiorno l’insoddisfazione è molto diffusa e in alcune regioni riguarda l’80-90 per cento delle persone che hanno subito un ricovero.

 

Ultima domanda come sempre rivolta all’esperto impegnato in diversi organismi europei e internazionali. Innestandolo sui temi del capitale umano e sociale da una parte e sullo sviluppo del concetto di felicità benessere, si sta parlando con declinazioni diverse di beni relazionali come una nuova categoria economica come bene comune o forse anche bene pubblico. Può questa dimensione, rientrare  anche nelle prossime stesure del rapporto ISTAT?

L’Istat, in collaborazione con il CNEL, sta realizzando un importante progetto per la misurazione del benessere equo e sostenibile (BES), cioè per la definizione di un insieme di misure in grado di indagare tutti quegli aspetti che determinano il benessere dei cittadini, studiandone la distribuzione tra le diverse fasce della popolazione e tra le generazioni. A seguito di un processo che ha coinvolto gli esperti della materia, le parti sociali, il mondo dell’associazionismo e i cittadini in genere, si è giunti ad identificare nell’autunno 2011 dodici dimensioni rilevanti per il benessere, e a giugno 2012 si è definita una lista di 134 indicatori, che sono consultabili sul sito www.misuredelbenessere.it.

Le relazioni sociali sono ovviamente tra i temi affrontati ai fini di questa misurazione: le reti sociali, familiari, amicali o professionali influenzano fortemente la vita dei cittadini nelle sue diverse dimensioni (tanto per le maggiori opportunità di lavoro come per la protezione nelle situazioni di vulnerabilità). Effetti positivi del capitale sociale si possono riscontrare non solo a livello individuale, ma anche per la società nel suo complesso. Anche la letteratura scientifica ha documentato come un clima generalizzato di fiducia interpersonale, un’elevata partecipazione a reti associative e una diffusa presenza di cultura civica accrescano la coesione sociale, consentendo anche una maggiore efficienza delle politiche pubbliche e un minore costo delle transazioni economiche.

Nelle conclusioni della Sintesi del Rapporto Annuale presentate presso la Camera dei Deputati non a caso si richiama l’attenzione della politica in primis, ma anche della società italiana nel suo complesso, sui “beni comuni” e i “beni immateriali” che, in questa fase di difficoltà che il Paese sta attraversando, sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli individuali e materiali.