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Marina Piazza Sociologa, ricercatrice e formatrice

Perché ha scritto questo libro?

Libri, saggi, articoli dei giornali affinano le lenti delle analisi sugli anziani e noi in Italia siamo in prima linea poiché siamo con il Giappone il paese più vecchio del mondo.

E c’è una divaricazione forte nelle immagini con cui sono presentati: da una parte deboli, fragili, poveri, soli, non autosufficienti, i grandi anziani flagello e carico sociale; dall’altra aperti, curiosi, sapienti, competenti, grandi viaggiatori, grandi consumatori.

Io ho tentato di privilegiare l’unicità dell’esperienza rispetto ai grandi numeri, privilegiare l’incessante metamorfosi alla fissa identità, privilegiare le contraddizioni e l’ambivalenza, anche a questa età. E’ un mio tentativo di capire tenacemente, anche impietosamente e qualche volta se Dio vuole anche con po’ d’ironia che cosa significhi inoltrarsi in quel territorio della vita che è la vecchiaia, parlando un po’ di me e un po’ di quelle donne che sono state giovani negli anni ’70, che sono state “eterne ragazze” e che affrontano questo tempo senza modelli pregressi, stupite e ancora incredule per l’avvicinarsi minaccioso di questa età. Insomma è la continuazione, dopo 15 anni, del libro “le ragazze di 50 anni”, uscito nel 1999. In un certo senso è il completamento di una trilogia, le ragazze di 50 anni, le trentenni loro figlie e adesso le signore di 70 anni.

Ci sono stati tre movimenti che mi hanno portato a questo libro:

-da una parte le riflessioni personali, proprio da diario, che andavo accumulando sul mio avvicinarmi alla vecchiaia, su come reagivo io a questa virata minacciosa che mi si presentava con l’avvicinarmi dei miei settant’anni

- dall’altro il diario che tenevo sulla crescita del mio primo nipotino: un diario per ricordarmi le piccole cose, il dipanarsi del suo crescere, per non dimenticarmene, come pensavo mi fosse successo per mio figlio.

- dall’altro ancora il filo rosso che per me ha rappresentato la poesia della Swymborska; potrei perfino dire che ho scritto il libro per poterla citare. E’ come se mi avesse sempre accompagnato con quel suo stile d’incanto, ironia e disperazione mescolati insieme. Più si procede nella vita, lei sosteneva, più crescono le domande e si offuscano le risposte. E, infatti, questo è un libro non sulla saggezza ma sull’incertezza dell’età.

E questi movimenti si sono messi insieme, in modo non lineare, per approssimazioni, per fogli sparsi appunto finché mi è sembrato di aver trovato un filo. Forse è stato questo il passaggio più difficile, perché il libro è nato come un accumularsi di fogli, scritti anche di getto, è un libro della notte. Farlo diventare un libro del giorno è stato difficile. E quando questi movimenti si sono messi insieme e si è venuta a delineare la struttura del libro, mi sono spaventata. Tanto da pensare di rinunciarci.

Perché io ho scritto molto, ma sempre saggi, o simil saggi perché comunque ho sempre cercato di fare entrare la vita vera, le voci delle donne che avevo intervistato, ma stavolta parlavo di me, delle mie fragilità, delle mie ambivalenze, delle mie contraddizioni, delle mie leggerezze. Anche dei miei errori.

E parlare di sé genera inquietudine perché non c’è più separazione tra pubblico e privato. Devi tener ferma la barra tra un pericolo di sbandamento nel narcisismo e un eccesso di pudore che ti fa sentire nuda, troppo fragile, troppo incapace di sostenere la portata di questo svelamento. Facendo anche attenzione a non calpestare il diritto degli altri, che ti stanno intorno e che sono stati partecipi della tua vita e ora della tua vecchiaia. Dunque, molto difficile, inquietante.

Allora mi sono chiesta se valeva la pena di immettere una dose ulteriore d’inquietudine nella mia psiche già di per sé molto inquieta.

Il passaggio mentale che mi ha fatto decidere a correre anche questa avventura è stato che, attraverso la mia vicenda personale, volevo emergessero anche i tratti comuni di una generazione, della generazione di donne nate intorno agli anni ’40: è attraverso di me che ho parlato anche di loro, perché volevo di nuovo tessere dei fili tra noi. La straordinaria forza della nostra giovinezza ed età adulta è stata quella di mettere insieme le nostre esperienze, di dipanare, di tessere fili connettivi anche tra vite molto diverse.

E’ questo il filo rosso che attraversa il libro. Che parla di me, ma vorrebbe essere un mix tra autobiografia generazionale, autobiografia individuale, riflessioni sull’invecchiamento di quelle che sono state le ragazze di 50 anni.

 Dal momento che sono convinta che i tratti comuni che consentono una generalizzazione tendono ad allentarsi nel processo d’invecchiamento per lasciare spazio a percorsi più individuali, segnati non solo dalle condizioni del presente, ma anche dell’intero corso di vita, ho sentito la necessità di far affiorare qualche sprazzo di quella che è stata la mia vita “prima”. Non in modo sistematico, piuttosto attraverso fogli sparsi, in cui si mescolano passato, presente e futuro, richiamati da un particolare che torna alla memoria, da un evento, un incontro, un paesaggio.

 

Come vive questa “età in più”?

Potrei rispondere richiamando il titolo del libro. Perché “l’età in più”? Intanto perché è un pezzo di vita regalato; avresti anche vissuto abbastanza, poi perché potrebbe portare un di più di saggezza, di distacco, di capacità di interpretare il mondo, ma anche un di più di paura, di fragilità, di senso di minaccia. E poi perché è anche un’età imprevista. Che non ti aspettavi arrivasse così presto...

Quell’”in più” richiama le contraddizioni in cui sei immersa. Saggezza, apertura, ironia, consapevolezza di sé e del mondo insieme ad uno sguardo più distaccato, persino leggerezza. Maanchefragilità, fantasmi del passato, risentimenti, nostalgie, indurimenti, incertezze sul futuro.

La vecchiaia forse non è altro che questa lotta quotidiana, incessante, tra una rotondità piena d’esperienza e l’orrore del vuoto, il vuoto che ci attende e che già sentiamo. E gli imprevedibili accostamenti tra leggerezze e pesantezze possono cambiare da un giorno all’altro. Seguendo il ritmo del tempo, delle nuvole che passano, di un gesto fatto o mancato, di una carezza ricevuta o di una lontananza esplicitata. E questo “disordine” io l’ho vissuto e lo vivo ancora. Forse dall’accettazione di questo disordine – che spero mite – è nato il libro.

 

C’è differenza tra una donna “vecchia” e un uomo “vecchio?

Non so rispondere esattamente a questa domanda perché io ho riportato nel libro quello che iosentivo. E io sono una donna. Forse potrei azzardare che un uomo che invecchia propende di più a sottolineare il lato della saggezza, dell’esperienza acquisita, della “rotondità”. Le donne tendono ad accentuare di più le ambivalenze, le contraddizioni, l’ostinata incompiutezza. E forse c’è un’altra differenza perché, se dovessi individuare il filo rosso di questa età direi che l’invecchiamento consiste nel passaggio dall’elaborazione di senso che nella gioventù e nella maturità è spesso venuta dall’esterno all’elaborazione di senso che è necessario venga ora dall’interno. È forse il passaggio della vita più difficile perché lo sentiamo completamente nelle nostre mani. Non è facile per nessuno, ma è forse persino più difficile per le donne che per gli uomini. Perché nella vita delle donne la relazione(con i figli, i mariti, gli amanti, le altre donne) ha assunto sempre una posizione centrale e il mettere al centro il sé, ritessere le relazioni in questa nuova posizione, e quindi ricollocarsi nel rapporto con il lavoro, con l’affettività, con le relazioni in modo diverso può comportare un lavoro aggiuntivo.

 

C’è consapevolezza tra le ragazze di ciò che è stato conquistato?

Non credo che ci sia consapevolezza o riconoscimento dichiarato. Le ragazze sono nate con le conquiste acquisite e le danno per scontate. D’altra parte mi sembra sia ovvio: anche noi abbiamo fatto la nostra strada senza avere eccessiva riconoscenza per le donne che avevano lottato prima di noi per l’emancipazione. Io credo che il rapporto con le ragazze non debba essere fondato sulla “trasmissione”, ma sulla “narrazione”. Tra le generazioni non è tanto importante trasmettersi le esperienze, ma ascoltarsi. E su questo avviene un possibile dialogo. Ieri, ad una presentazione del libro, una donna ha detto “L’ha letto mia figlia e mi ha detto “ho capito meglio chi eri tu”.

 

Sempre tra le donne e con le donne. In questo suo bilancio cosa ha in progetto ore di fare?

Ho “incontrato” le donne con le riunioni d’autocoscienza. Poi le ho “studiate”: ho cercato di interpretare la loro esperienza di vita. E con la loro la mia. E’ stato esaltante e coinvolgente. Ora continuo, ma con meno forza e passione perché molti anni sono passati: è aumentata la consapevolezza nelle donne della loro forza e del loro valore, ma contemporaneamente sono anche aumentate le loro difficoltà; viviamo in una società avversa che le contrasta in tutti i modi: con il taglio dei servizi, con un’organizzazione del mercato del lavoro obsoleta che tende ad escluderle, che finge di non vederle. E a volte mi sento di ripetere cose che dicevamo già molti anni fa e questa sensazione sfuma la passione. E poi, mano a mano che t’inoltri nel territorio della vecchiaia, senti che i progetti diventano più individuali, come anche le traiettorie di vita. Potrei dire che oggi sono impegnata nel progetto di vivere la mia vecchiaia senza svenderla, con l’obiettivo di vivere e apprezzare le cose che ho. E di connettere ancora fili tra noi.

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