altAlberto Cottica, Wikicrazia. E’ il titolo del suo libro. Potremmo dire che la democrazia, l’innovazione, la partecipazione passa anche per la rete?

Negli ultimi dieci anni Internet è diventata un’infrastruttura generale, che possiamo dare per scontata: un po’ come le strade, le ferrovie, la rete elettrica e quella telefonica. Come tutte queste infrastrutture, viene usata per fare tutto... e quindi anche la democrazia, l’innovazione, la partecipazione. E anche il loro contrario.

 

Il settore welfare, anche se lei sostiene nel suo libro essere uno dei temi più presidiati dai politici e centro d’interesse dei cittadini, riscuote questa attenzione solo nell’area pensioni, previdenza e ammortizzatori sociali, poco  nel settore servizi alla persona (sociale, sanitario, educativo). Ha conosciuto esperienze, anche all’estero, in questo settore?

Certo. La sanità, per esempio, è gettonatissima in rete: nel mio mondo, quando uno non si sente bene non va dal medico, ma va su Internet, dove può beneficiare dell’esperienza di tante altre persone senza uscire di casa, senza attese e senza pagare (naturalmente questo riguarda disturbi leggeri: se uno cade e si rompe un braccio va al pronto soccorso!). Qualcuno una volta mi ha detto che in quel momento la parola che costava di più acquistare sul programma Adwords di Google (è un modo di farsi pubblicità presso gli utenti del motore di ricerca) era “osteoporosi”. Naturalmente, molti governi stanno pensando a come avvantaggiarsi di questa situazione. Un modo ovvio è di creare dei punti di ascolto e aiuto reciproco in rete, dove magari uno o due operatori possono animare un forum molto ricco in cui i pazienti con una certa malattia si scambiano esperienze e sostegno morale. Nel 2011 ho avuto contatti con un progetto di questa ispirazione in Inghilterra (allora nella fase pre-lancio).

 

L’assistenza sociale e sanitaria è o dovrebbe essere un diritto esigibile, un “bene comune”, ma è materia solo per gli addetti. I cittadini fanno, molte volte a ragione, sole le proteste. Tante sono le belle esperienze ma a macchia di leopardo, è un settore di poca visibilità per i politici, di scarsa informatizzazione e  con un anafalbetismo tra gli addetti (digital divide). Si può fare un progetto sulla rete?

C’è già! Si chiama Patientopinion, un forum anonimizzato e moderato di feedback sull’esperienza dei pazienti nella struttura sanitaria. È stato creato da un medico inglese, Paul Hodgkin, e serve a raccogliere opinioni sincere da soggetti che non sempre se la sentono di criticare la struttura che li sta curando, e che ha su di loro molto potere. La metà dei feedback raccolti sono complimenti, un risultato che ha sorpreso anche Hodgkin  e  suoi collaboratori. Questo crea un circolo virtuoso: i pazienti possono confrontare tra di loro le strutture sanitarie attraverso i commenti di chi ne ha fruito, e di conseguenza scegliere le migliori, quelle più attente al benessere del paziente. Ciò a sua volta crea una concorrenza positiva tra le strutture. Nel 2009 abbiamo incubato una versione italiana di questo stesso servizio, battezzata Pazienti.it, nell’ambito di un progetto da me diretto presso il Ministero dello sviluppo economico che si chiama Kublai. Come in tutti i progetti di Kublai, l’idea e la realizzazione non sono merito del team che dirigevo, ma dei progettisti che le proponevano, in questo caso un medico milanese di nome Linnea Passaler.

 

Molti sono i gruppi o i profili su Facebook che si occupano di sociale e sanitario, con partecipazioni di centinaia di persone, a volte anche le stesse, ma interventi limitati. Quanto è diversa la sua idea di intelligenza collettiva da una bacheca di un network sociale?

Intelligenza collettiva è un temine omnibus che può applicarsi a diverse situazioni. A volte funziona molto bene anche con partecipazioni “leggere” e episodiche. Un esempio si è visto durante la campagna elettorale per eleggere il sindaco di Milano nel 2011. È successo che chi gestiva l’account Twitter del sindaco uscente sia caduto vittima di uno scherzo teso da un utente, che protestava contro una fantomatica moschea eretta nell’inesistente paese di Sucate, nell’hinterland milanese. Questo scherzo è diventato virale su Twitter, provando in modo “leggero” che il sindaco e il suo staff avessero una conoscenza molto approssimativa della città al di là dei quartieri del centro. Come è noto il sindaco ha poi perso le elezioni. Quindi l’intelligenza collettiva può manifestarsi anche sulla bacheca di un social network; nei progetti che seguo io tende a prendere la forma di interventi magari meno frequenti, ma un po’ più densi. Una delle ragioni è che io faccio politiche pubbliche, e non mi pare appropriato farle passare attraverso strutture di proprietà di aziende private americane che poi usano i dati dei cittadini per fini di profitto.

 

L’ultima domanda  che è sempre di carattere personale. Economista di promettente successo, musicista rock, consulente al consiglio d’Europa, ora impegnato sostenitore della forza d’urto dell’intelligenza collettiva. Lasciamo ai nostri navigatori consultare la sua biografia ma le chiediamo: qual è il comune denominatore o la sintesi di questo percorso per giungere a parlare di wikicrazia?

La voglia di avere un piccolo impatto sulla nostra società. La musica engagé dei Modena City Ramblers non ha funzionato molto in questo senso: volevamo essere la voce dell’Italia di Mani Pulite, abbiamo avuto un certo successo, ma non abbiamo prodotto cambiamento sociale. Le politiche pubbliche, si sa, sono a loro volta in difficoltà, e si trovano a inseguire fenomeni emergenti che sfuggono ai processi di partecipazione democratica (nessuno ha votato per la globalizzazione, la finanziarizzazione, il riscaldamento globale; eppure...). Con l’intelligenza collettiva spero di dare un piccolo contributo a rafforzare l’arsenale delle istituzioni democratiche, e a costruire un mondo un po’ migliore.

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