Michele La Rosa - direttore Rivista “Sociologia del lavoro”, già docente Università di Bologna

Nel corso della sua carriera universitaria, lei è stato docente di sociologia del lavoro, autore di numerosi testi, ma si è anche occupato dei servizi sociali, in particolare  di quelli per anziani. Quali sono gli elementi che, dalla sua prospettiva, sono modificati nell’organizzazione dei servizi alla persona?

E’ cambiata la società, sono cambiati i soggetti che compongono la società e dunque sono mutate molte delle condizioni entro le quali i servizi alla persona erano ‘classicamente’ programmati.

alt

La pluralizzazione degli orientamenti e dei comportamenti certamente più maturi ma anche più ‘individualizzati’, il prolungamento dell’aspettativa di vita, il miglioramento costante (fino ai periodi di crisi attuali) del tenore di vita ma anche i profondi mutamenti che sono intervenuti nella famiglia dove la famiglia allargata è andata via via scomparendo (per non citare che gli aspetti più significativi per il nostro discorso, ma la riflessione potrebbe/dovrebbe essere certamente più ampia e complessa), hanno modificato la tipologia e le modalità stesse di programmazione e svolgimento dei servizi alla persona. Dai classici servizi prevalentemente anche ‘inclusivi’ si è passati a servizi più ‘vicini’ ai soggetti e con l’intento di non ‘spostare’ il soggetto stesso dal luogo dove ordinariamente vive.

Peraltro l‘invecchiamento della popolazione unita alle dimensioni spesso molto limitate della programmazione urbanistica, ha orientato i servizi in direzioni di personalizzazioni e, nel contempo, di offrire alla popolazione anziana anche momenti di aggregazione e comunicazione. 

Domanda conseguente: queste modifiche sono state  tutte positive? Se non lo sono state quali lei suggerirebbe per una corretta gestione dei servizi?

Tutte le modifiche portano con sé aspetti positivi ed innovativi ed aspetti problematici su cui riflettere; alcuni aspetti problematici sono la burocratizzazione, il cristallizzarsi di un’organizzazione pubblica che ha perduto via via gli obiettivi di efficacia ed efficienza, un’interpretazione ed attuazione delle esternalizzazione che hanno finito per creare analoghi problemi rispetto a quelli interni alle strutture (soprattutto sull’onda di un liberalismo acritico e diffuso a livello mondiale). Credo però che i perduti aspetti più negativi siano quelli valoriali ed in specie tre:

1.  la perdita del significato di “beni comuni”;

2.  il liberalismo imperante e senza freni che ha per un momento illuso che il mercato si potesse ‘autoregolare’ ed ha anche condotto alla finanziarizzazione dell’economia con la gravissima crisi che l’ha accompagnata;

3.  la progressiva perdita del senso sociale oltre che economico del ‘lavoro’ che è scivolato paurosamente nella mercificazione (nei giorni scorsi il Ministro della economia denunciava l’abuso che le imprese fanno dei contratti non standard); solo ora, diremmo noi e qui di dati e ‘condizioni’ (compresa quella dei giovani) ce ne sarebbe da dire…

Recentemente, la rivista da lei diretta “Sociologia del lavoro” (Franco Angeli editore) ha affrontato temi quali  il rapporto tra conoscenza e lavoro, tra formazione e occupazione,tra lavoro, welfare e cittadinanza. Modificando l’organizzazione, cambiano le competenze richieste e quindi i percorsi formativi, in presenza  nel nostro caso di lavoratori (lavoratrici) spesso provenienti da culture e paesi diversi. Quali nuove competenze individuerebbe  e in quali settori in particolare del mondo dei servizi alla persona?

La risposta più completa gliela posso offrire nel prosieguo connessa allo studio recente di cui mi sono occupato nel settore industriale, tuttavia ci sono alcuni aspetti della formazione che sono profondamente mutati e che oggi costituiscono i capisaldi  per chi voglia fare formazione:

a.     innanzitutto il passaggio da profili professionali ‘chiusi’ e predefiniti a profili aperti ed in continuo mutamento;

b.     secondariamente l’emergenza del concetto di competenza rispetto anche  a quello di professione medesima;

c.     il prendere importanza del concetto di metacompetenze o “competenze trasversali”, come capacità non solo in continuo divenire in relazione al farsi del reale, ma anche come formazione comune che deve contraddistinguere tutti i soggetti al e nel lavoro. E nel nostro caso avremmo due livelli di metacompetenze: un primo livello di metacompetenze che tutti  i soggetti che si intendono preparare al lavoro e per il lavoro devono avere, ed un secondo livello di metacompetenze che, nel nostro caso, gli operatori dei servizi(tutti) e dei servizi alla persono non possono non acquisire;

d.     l’estrema rilevanza che è venuta assumendo la “long life learning”, cioè la capacità di aggiornarsi lungo tutto l’arco della vita (non solo lavorativa).

A proposito di quanto mi ha anticipato, Lei si è occupato recentemente di uno studio  nel settore industriale. Confrontandolo con il mondo dei servizi alla persona, quali le analogie e quali le diversità?

Le analogie sono relative alla importanza sempre più rilevante che assumono le ‘competenze trasversali o metacompetenze’ che sono sempre più incentrate sugli  skill sociali, capacità che dovrebbero essere comuni a tutti i lavoratori di ogni settore. Ma esiste anche una più forte comunanza circa le valorialità. Intendiamo riferirci al recupero forte necessario del ‘valore della formazione al lavoro’ come formazione innanzitutto culturale-umanistica che dovrebbe permeare tutti i soggetti in formazione e formati. Al riguardo vorrei ricordare, solo perché è venuta recentemente anche a Bologna a ripeterlo, la filosofa statunitense Martha  Nussbaum che nel suo libro recente tradotto in italiano “Non per profitto” (a mio parere non correttamente) perchè noi saremmo pronti a darvi un altro significato) se non si legge anche il sottotitolo “Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”ed il suo convincimento. Dice la filosofa: “Sedotti dall’imperativo della crescita economica e dalle logiche contabili, a breve termine, molti paesi infliggono pesanti tagli agli studi umanistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. E così mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali…. l’innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l’istruzione si ripiega su poche nozioni stereotipate. Si tratta di mantenere l’accesso a quella conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l’autonomia del giudizio, la forza dell’immaginazione come altrettanto precondizioni per un’umanità matura e responsabile”

Ultima domanda più personale. Nella sua  carriera di studioso e di docente è rimasto un qualche settore o tema che  vorrebbe ulteriormente approfondire o iniziare a studiare?

Uno studioso deve essere o meglio tentare di essere perennemente ‘curioso’ e ‘creativo’, ma pochi solo ci riescono appieno e lungo il corso lavorativo della propria vita, anche perché il pensionamento mette i soggetti improvvisamente e totalmente di fronte a due mondi da un giorno all’altro, invece di allontanare i soggetti anziani dal lavoro in modo graduale e contestualmente inserendo nello stesso modo graduale i giovani nel lavoro. Dunque anche a me sono rimaste molte curiosità, ma per fortuna alcune di queste posso ancora continuare a perseguirle; fra queste il tema della “qualità del lavoro” che circa una ventina di anni fa io affrontai in una ricerca empirica nazionale proprio in un numero speciale della mia rivista “Sociologia del lavoro” e che per troppo tempo è stato “sepolto” proprio da quelle frenesie deleterie di cui la Nussbaum parla.