ilaria tutiIlaria Tuti- Ha studiato economia, ma da sempre è appassionata di fotografia e pittura.
Prima della pubblicazione di Fiori sopra l'inferno aveva già ottenuto i premi “Gran Giallo Città di Cattolica 2014”, “Carabinieri in Giallo 7” e “Delitti in Giallo”. (Foto © Beatrice Mancini)

Dopo tutte le interviste e le recensioni pubblicate sul suo libro “ Fiori sopra l’inferno”, che raccoglie ancora tanto interesse a oltre sei mesi dall’uscita in libreria, è difficile riuscire a fare domande originali.
Un grande successo l’ha riscosso la protagonista, la commissaria Teresa Battaglia, (già il cognome è un indizio) una sessantenne un po’ malandata, con tante sfaccettature. Ha dichiarato in più occasioni che era un personaggio che aveva in mente da tempo, prima di dargli vita in un libro.
Sicuramente anomala rispetto i profili (per usare un termine ricorrente nel libro) di altri investigatori. Scelgo, per affinità con i temi del sito, di soffermarmi su Teresa. Quale figura voleva (vuole) che Teresa sia?

Teresa è l’immagine della normalità: la bellezza della normalità. È quasi sessantenne, non è piacente e nemmeno in forma. È anche malata. Sembra partire svantaggiata, rispetto a tante eroine presenti nella narrativa poliziesca, ma alla fine risulta vincente per l’atteggiamento che sceglie di avere nei confronti della vita: costruttivo e appassionato, nonostante tutto. Teresa ha un passato di violenza alle spalle, da cui è riuscita a liberarsi pagando un prezzo altissimo, ma non si è fatta avvelenare dal dolore, lo ha trasformato in un’empatia profonda che usa con le vittime, ma anche con i carnefici. Rappresenta le donne che tutti i giorni lottano con un’immagine del proprio corpo che non corrisponde ai modelli con cui si devono misurare ogni giorno, che si trovano a vivere un’età ricca di emozioni eppure sono quasi considerate “finite, che si svegliano ogni giorno un po’ più stanche, in tanti casi sole, e che devono combattere con gli acciacchi, magari anche con la malattia. Eppure ce la fanno, superano ogni ostacolo con una forza inaspettata, quella che permette di rimettersi sempre in gioco. Questo intendo con “bellezza della normalità”: la straordinarietà che tante donne vivono nel loro quotidiano.

La sua commissaria mi ha ricordato le vecchie indomabili e determinate dello scrittore finlandese Arto Paasilinna, che nel paesaggio lappone, con distese di neve e animali selvaggi fa vivere le sue protagoniste, in lotta contro tutto ciò che attenta alla dignità individuale. Lei riprende il paesaggio delle sue montagne friulane: boschi e torrenti, dirupi e caverne, animali selvatici e ne fa un protagonista attivo del libro, ambiente ostile ma bellissimo, quasi un interlocutore/ suggeritore di Teresa. Quanto sono complementari e inscindibili Teresa e il paesaggio?
“Vecchie indomabili e determinate” è un’espressione bellissima. Teresa ne sarebbe deliziata e anche un po’ divertita. Grazie per il paragone.
La natura è fonte di simbolismo potente. Nel mio romanzo la foresta rappresenta la vita, con i suoi misteri, la potenza silente e micidiale. È culla ma anche tomba, morte e rigenerazione. Teresa è ricca di contraddizioni, come tutti noi: è saggia e inquieta, riflessiva e istintiva. Come la natura che la circonda, ha una parte selvatica che la salva dalla mediocrità dell’ordinario, l’aiuta a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, quando la logica si fermerebbe. Teresa “sente” tutto ciò che la circonda, è in ascolto, sempre pronta a ricevere i messaggi che l’ambiente e le persone inviano. Come la natura, è pura, è uno spirito antico che porta in sé la conoscenza degli abissi più bui dell’animo umano. Come fa a sopportare tanta oscurità? Con la compassione.

La cassaforte, ben celata, di sentimenti, percezioni, valori di Teresa raccontano l’anima del libro. È compassionevole, anche verso le persone più respingenti, assassino compreso, tenera e protettiva nei confronti dei bambini, dura nei confronti di una comunità omertosa, fragile per il vissuto ancora doloroso, spaventata per una minaccia che incombe sul suo futuro. Però questa donna anziana, con una patologia cronica, tagliente e rigorosa nei giudizi e nei comportamenti non svela niente di se stessa, del passato e del futuro. Si deduce tra le righe, ma non è mai dichiarato. Perché? Per il ruolo ricoperto? Perché donna anziana sulla difensiva? Perché del male e dell’ignoto imponderabile si ha paura?
Per pudore – del personaggio, ma anche mio come autrice – nei confronti di un vissuto così doloroso. Pudore inteso come profondo senso di rispetto e di discrezione. È una sensibilità che vieta di indugiare morbosamente con lo sguardo su certi aspetti. Non è la violenza subita che Teresa vuole celare, ma la perdita che ciò ha comportato, il prezzo altissimo di cui parlavo prima: non aver potuto diventare madre. Una perdita definitiva, incolmabile, un vuoto dentro di lei in cui riecheggia, ogni istante della sua vita, ciò che poteva essere e non sarà mai.
Quella maternità mai vissuta è un tempio sacro nel suo cuore, e come tale va custodito. È un contatto mai spezzato che supera le leggi della vita e della morte.

È possibile anche un’altra chiave di lettura del suo libro, quella sociale che pure interessa questo sito, di cui Teresa è in qualche modo espressione e interprete. C’è una comunità chiusa isolata, Travenì, che per la difesa dei propri membri tollera e copre violenze e soprusi, ma nello stesso tempo emargina i diversi come Lucas Ebran, c’è una sperimentazione di origine nazista sui bambini che pone interrogativi anche su fatti odierni (la separazione dei bimbi dalle madri migranti), c’è la violenza sulle donne, ci sono la solidarietà e l’appoggio reciproco tra i ragazzini per sopravvivere nel mondo degli adulti, ci sono le dinamiche relazionali tra Teresa Battaglia e la polizia locale da una parte e Teresa e i suoi collaboratori, compreso il giovane Marini, che la proteggano, dall’altra. C’è – e su PLV è un tema importante – la demenza: la paura di esserne colpita e gli stratagemmi per occultarla. Potrebbe essere adottato questi libro come “case study” nei corsi di antropologia e psicologia!
Mentre scriveva, questi aspetti si sono inseriti naturalmente, nello svilupparsi della trama o rientravano nella sua scaletta?
Era mia intenzione inserire queste tematiche nel romanzo. Non sono mai stata d’accordo, nemmeno da lettrice, con chi afferma che la narrativa di genere è solo intrattenimento, svilendola. È possibile e auspicabile affrontare i problemi, le sfide, gli interrogativi con cui l’umanità si confronta ogni giorno anche in un romanzo thriller. Come autrice non potrei fare diversamente, perché è questo che cerco nelle mie letture e quindi, di riflesso, anche nelle mie storie. Sono le pulsioni dei personaggi, il loro vissuto, le paure e le aspirazioni che fanno vivere il romanzo nelle emozioni del lettore.

Quest’ultima domanda è sempre più personale. Quanto c’è di Ilaria in Teresa e quanto, dipanando la vita della commissaria, anche lei assorbe impulsi e occasioni per riflettere su se stessa, quanto si trasferirà nel nuovo libro, che ha già detto di avere in mente, con lo stesso personaggio?
Teresa è la donna che vorrei diventare: coraggiosa, indomita, fedele a se stessa eppure sempre capace di rinnovarsi, anche quando tutto sembra perduto. Una persona che non scende mai a patti con la propria onestà intellettuale. Con Teresa ho in comune due cose: la passione per la criminologia e l’interesse per il vissuto delle persone che incontro. Entrambe si fondono nella trama del romanzo.
Ritroveremo Teresa in una nuova storia: sarà sempre la stessa, fedele al suo centro, eppure già diversa da quella che abbiamo conosciuto, perché la sua anima è in continua evoluzione. E scopriremo molto del suo passato, perché proprio lei sceglierà di raccontarlo per un bene superiore.

 

 


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