paolo cendonPaolo Cendon- Professore ordinario di Diritto Privato nell’Università di Trieste-Ha redatto nel 1986 il progetto di legge base per il provvedimento sull’Amministrazione di sostegno- Cura la rivista www.personaedanno.it - Coordina la c.c. scuola triestina, che ha "inventato" il danno esistenziale, figura centrale della nuova responsabilità civile 


Nella sua storia personale e professionale ci sono coincidenze o segni del destino o più razionalmente esperienze e frequentazioni di luoghi, che hanno attraversato la sua adolescenza ma poi indirizzato i suoi interessi di studioso.
Ne cito due che lei menziona e descrive: le visite, per le responsabilità dirigenziali di suo padre all’economato della Provincia di Venezia, al manicomio maschile nell’isola di San Servolo e la conoscenza diretta dei ricoverati. L’altra pietra miliare, come lei racconta, sono state le visite, da docente di diritto privato al Centro ex manicomio di San Giovanni di Trieste dove Franco Basaglia, cominciò la sua demolizione non solo dei luoghi di segregazione, ma anche di una cultura che emarginava i diversi.
Come riassumerebbe queste due tappe della sua vita?

Mio padre era un uomo silenzioso, di vecchio stampo, religioso, benvoluto in ufficio e in città (Venezia), che amava condurmi ogni tanto in ambienti poco domestici del circondario: il manicomio di S.Servolo, ma anche l’Istituto per sordomuti di Mogliano (ne ho parlato nell’Orco in canonica); e c’era poi il Sanatorio per adolescenti di Acquabona, vicino a Cortina, dove passavamo le vacanze estive.
Penso si sia compiuta attraverso ciò, dentro di me, bambino candido e inesperto, una sorta di presa d’atto circa l’esistenza di esseri umani, di varia natura, lontani dagli stampi più consueti, borghesi.
Un’esperienza del genere, meno indiretta, in collegio, a Pavia, mi sarebbe ricapitata a vent’anni rispetto al mondo e ai disagi degli omosessuali.
Potrei chiamare tutto ciò le “scoperte culturali della diversità”.
Quanto a Trieste, primi anni ’80, neanch’io so a cosa si debba la sorte di essere riuscito, più o meno bene, a intendere - ambientalmente, in poco tempo, immerso com’ero nei libri di diritto da scrivere per l’università - cosa stava succedendo all’OPP.
Se nasci a Venezia, ecco, se rimani presto orfano, chissà, se hai i capelli rossi, se passi molto tempo da solo: bene, avverrà forse che si alimenti naturalmente qualche risorsa di attenzione, dentro di te, una capacità di percezione diffusa, per i contorni delle cose, con certe venature di sensibilità.
Ho avuto la fortuna di incontrare poi, in quegli anni, rispetto al lavoro che si svolgeva nei Centri triestini di Igiene Mentale, una buona maestra.
Potrei chiamare tutto ciò le “scoperte del pragmatismo militante”.

Lei si definisce un “debolologo”, che sembrerebbe quasi un errore di battitura, ma che riassume il fulcro della sua visione di civilista e dei suoi interessi come uomo e come studioso. Quali sono i diritti violati che, con differenziazioni solo di contesti, trame e caratteristiche individuali, sono difficilmente riconosciuti, forse proprio perché non reclamati da persone “ che non possono farcela da sole” Come lo spiegherebbe a un comune cittadino e a un suo studente?
Vi sono vari tipi di situazioni, limitiamoci per semplicità a tre contesti:
a) Esistono figure (paragiuridiche) cui diamo il nome di “diritti”, che tali però effettivamente non sono, né mai lo saranno. Diritto soggettivo implica che il titolare possa fare qualcosa, per protestare contro chi non rispetta quella sua posizione. In tanti casi una facoltà di reazione non è riconosciuta, eppure parliamo ugualmente di diritti: lo facciamo, credo, per enfatizzare/potenziare qualcosa che non sopportiamo rimanga fra le mere aspirazioni, sulle nuvole. Un orizzonte non più che politico, meramente celeste o sentimentale, non ci soddisfa.
“Diritto” allora - non solo invocazione, stendardo onirico - alla felicità; diritto all’amore, al gioco, alla bellezza, all’amicizia, al benessere: in parte il discorso vale anche per il diritto alla casa (‘Arrangiati, compratela’), al lavoro (‘Datti da fare ragazzo!’), alla realizzazione personale (‘Accomodati, affari tuoi’).
Si tratta di meri interessi, libertà, bisogni: molto spesso ganci superiori/ideali del pensiero o del linguaggio, di tipo confederativo, ai quali possiamo - volendo - appendere sub-situazioni sparse, che corrispondono, loro sì magari, a veri diritti.
b) Troviamo poi i diritti che sono effettivamente tali, strutturati cioè dal legislatore come prerogative dotate di mezzi difensivi, e che appaiono tuttavia - più o meno spesso - calpestati o misconosciuti da un terzo; senza che il titolare riesca, di fatto, a opporsi.
Diritto alla salute (pensate a certi ospedali, alle discariche, ai dintorni di alcune fabbriche!), diritto alla cura, all’assistenza, diritto a non soffrire; diritto all’informazione, all’istruzione, all’oblio, al sostegno, alla dignità, all’ascolto.
Qui il problema per l’ordinamento sarà, essenzialmente, quello di promuovere supporti che colmino in modo tempestivo i vuoti organizzativi e di tutela; che rilancino il circuito sospeso, che facciano e consentano giustizia.
c) Abbiamo poi situazioni che non corrispondono ancora a nuovi diritti, in senso stretto, e che potrebbero però diventarlo, presto o tardi. C’è già, nel sistema, qualche elemento che spinge in quella direzione; mancano però tasselli ricompositivi di tipo processuale, articolazioni pratiche, stampelle sul piano amministrativo.
Un esempio può essere il diritto al ‘progetto di vita’: diritto che venga cioè confezionato un documento ufficiale, magari depositato all’anagrafe, iscritto poi nella carta di identità, in cui si illustra ciò che è, che è stato, che potrebbe essere/diventare quel certo essere fragile. Di ‘progetto’ parla la legge sui servizi socio-sanitari, alquanto burocraticamente però; vi accenna quella sul 'dopo di noi’, ma di sfuggita; occorrerà qualche ulteriore rifinitura, in proposito, un suggello formale, meglio se a livello legislativo, affinché la cosa vada in porto.
Altro esempio potrebbe essere il nodo del “suicidio assistito”: sto male, malissimo, nulla può guarirmi, la vita ormai per me è solo dolore, degrado, vergogna, non dipendo però da nessuna macchina ospedaliera; e non riesco a muovere neanche un dito da solo, qualcuno mi aiuti a uscire di scena.
Un giorno magari: il diritto alla “coazione benevola”, diritto cioè che tu Autorità – se sto male, se non ragiono, se sono un borderline, se sto per fare delle sciocchezze – mi fermi in qualche modo, mi impedisca di commettere qualcosa di irreparabile, contro me stesso o contro un altro.

Nel suo ultimo libro lei parla dei più fragili, dai malati mentali ai bambini, dai disabili agli anziani.
È stato il promotore e l’estensore della legge sull’amministratore di sostegno. Ora sta pensando a una norma per il “Dopo di noi”.
Leggendo i suoi scritti, appaiono due obiettivi che vorrebbe perseguire: come riuscire a difendere i diritti, salvaguardando l’individualità della persona per tagliare con l’abilità di un sarto un vestito su misura e come promuovere una contaminazione tra discipline diverse per condividere linguaggi e problemi e far crescere una cultura sociale diffusa a tutela dei diritti dei più esposti ad abusi e violazioni.
L’unicità della persona- sia esso malato, vecchio, disabile- è oggi nodo centrale nel confronto tra scienze umanistiche (medicina, sociologia, pedagogia). Il diritto come si posizionerebbe?
C’è il discorso: il sistema deve fornire alla comunità delle buone regole - da solo però, in materia di fragilità, non sempre può farcela, non compiutamente; ha bisogno di informazioni, di consulenze, bussa perciò alle porte della psicologia, della sociologia, della psichiatria, della medicina legale: poi, meditatamente, senza troppe presunzioni o arroganze (si spera), proporrà una soluzione.
Un essere umano di solito: nasce e ha bisogno di mangiare, di essere pulito; la giornata è lunga e gli serve il nido, l’asilo; ha bisogno di dieci coccole nei giorni pari, di undici nei giorni dispari; quando non è brutto tempo deve poter giocare anche fuori casa; a tredici anni gli capita di innamorarsi, prima volta; passerà il resto della vita a cercare lavoro, famiglia, cultura, guarigioni, vorrà essere rispettato, curato, promosso, giudicato correttamente. Se è debole, se gli manca qualche rotella, il discorso è lo stesso, anzi di più: gli occorre praticamente tutto quanto.
Va poi considerato: esiste il momento del diritto amministrativo, abbiamo quello del diritto penale, c’è quello del diritto tributario; anche rispetto al mondo dei vulnerabili quel che è decisivo, però, è fino a che punto tutto ciò riuscirà a tradursi in diritti soggettivi, veri e propri, in “diritti civili”; non riuscendo a oltrepassare l’ambito delle intelaiature pubblicistiche, assistenziali, mecenatesche, più o meno caritatevoli, l’interessato rimarrà spesso alla mercé delle sfortune, delle improvvisazioni, dei capricci altrui.
Contagiosità interna; impossibile per la “debolologia” limitarsi a intervenire su un braccio, su un polso, su questo o quel ramo, e basta; una volta che si cominci, non si potrà poi non continuare, dopo il braccio dovrà venire - e arriverà di solito - anche la spalla, il petto, poi il collo, le gambe, poi il dentro profondo e più liquido della persona (ad esempio, se di un “matto” cominci a studiare i problemi della responsabilità civile, dovrai poi continuare, affrontando anche le questioni del lavoro, che lo riguardano, poi quelle della famiglia, della giustizia, della casa, dei contratti, della sessualità, della riservatezza, della malpractice medica ...).
Contagiosità esterna: Impossibile in debolologia, parimenti, immaginare di studiare solo i problemi dei bambini (mettiamo); le scoperte fatte al riguardo si presenteranno subito – ecco il punto - dotate di un retro-gusto e di un significato più ampio, verrà spontaneo applicare certe indicazioni statutarie/metodologiche (adattate, opportunamente ritoccate) anche agli infermi di mente, poi ai morenti, ai disabili fisici, ai gay, poi a lavoratori demansionati, ai portatori di sindrome down, ai borderline, agli epilettici, ai barboni, ai tossici, ai ludopatici, ai migranti.
Piccole leggi, grande cielo: Filo conduttore per la persona scopertasi, dopo gli affluenti anni ’60, indifesa e non in grado di salvaguardarsi da sola? Un riscontro unitario per tante piccole/grandi leggi speciali che sono state approvate in Italia dalla metà degli anni ’60 in poi (un po’ come nella poesia ‘Inventario’ di Jacques Prévert, quella degli orsi lavatori). Leitmotiv specifici, dunque, fili conduttori da evidenziare complessivamente, armoniosamente, puntando magari sulla messa a punto di un testo unico, di un “settimo libro del codice civile”: Adozione e affido, Statuto dei lavoratori, Riforma del diritto di famiglia, Diritti dei carcerati, Fine manicomi, Aborto, Handicap, Volontariato, Transessuali, Cooperative sociali, Cure palliative, Trapianti, 328, Fecondazione assistita, Donazione di organi, Unioni civili, Testamento biologico, Abolizione OPG, e così avanti. Mezzo secolo di normative “speciali” da ricucire, sfide assemblatrici, rinascimentali: ritorni al passato e poi al futuro.

Su “Per lunga vita” si parla di vecchiaia, di cronicità, cercando, se è possibile, di andare oltre le patologie croniche o le demenze per discutere della normalità quotidiana.
Gli anziani a breve rappresenteranno un quarto della popolazione. Molti di essi saranno autonomi, condurranno una vita normale ma inevitabilmente, con l’avanzare dell’età, con più o meno accentuati declini fisici, psicologici, cognitivi, a rischio di solitudine ed esclusione. Per loro però, sempre più spesso si prospettano soluzioni istituzionalizzanti, anche dagli amministratori di sostegno e si disattende la loro volontà adducendo problemi cognitivi. Per i più gravi solo ora si comincia a parlare di cure palliative, di testamento biologico e DAT, del morbo di Alzheimer come una malattia terminale.
Con il suo “occhio esperto” dove consiglierebbe e/o vorrebbe intervenire?
Lasciamo stare i profili di tipo culturale o pubblicistico, su cui tutti più o meno concordano: città sicure e pulite, meno inquinamento, cibo sano, più verde, silenzio, buona distribuzione commerciale, territorio e sanità, trasporti; vita intesa come chance di felicità, di scambio, di fioritura personale, di serenità, di allegria; cura dei recinti personali dell’anziano, presidio per le sue abitudini, per il suo bisogno di pace, continuità, discrezione, mitezza.
Sul piano del diritto privato:
- un anziano ha in linea di principio diritto a essere protetto, ad essere sostenuto, a non venire abbandonato a se stesso
- si può essere anziani e stare benissimo, da ogni punto di vista, non serve allora nessuna AdSostegno
- un anziano può accusare qualche ombra, qualche manchevolezza, non tale comunque da impedirgli di bastare a se stesso; in tal caso non si farà luogo ad alcuna AdS
- può mostrare invece dei deficit, che consigliano la messa in opera dell’AdS, con l’anziano che conserverà intatta però, per quanto lo riguarda, una sovranità al 100%
- possono esserci a volte situazioni più pesanti, che consiglieranno magari al Giudice di introdurre l’AdS con qualche limitazione negoziale, la quale sarà sempre comunque circoscritta, e magari non definitiva.
Spieghiamo bene allora tutto ciò - direi - agli anziani, facciamolo meglio che in passato; tranquillizziamoli con delle lettere, dei volantini, alla radio, con delle rassicurazioni, delle campagne stampa, dei piccoli film: eliminiamo in loro inutili “paure del diritto”.
E poi c’è tutto il resto, certamente: orizzonti nuovi in materia di salute (che è molto un fatto esistenziale, relazionale, di benessere), linee migliori di autodeterminazione, di residenze e condomini attrezzati da promuovere. Associazionismo, reti di promozione-controllo da attivare in città, assistenza domiciliare, libertà testamentaria senza pressioni e ricatti. Un tramonto sereno e senza sequestri da parte di nessuno, protezione dell’anziano in veste di consumatore, severità accresciuta verso chi si approfitta di lui (danni punitivi).

L’ultima domanda in queste mie interviste interroga la persona, anche se devo ammettere che nei suoi discorsi, nei suoi libri e negli apporti concreti del suo lavoro si espone sempre prima come persona poi come esperto.
Quanto secondo lei la diffusione della cultura di tutela e difesa dei diritti dei più fragili può trovare terreno fertile in questa fase sociale e politica che l’Italia sta vivendo?
Cinquanta e cinquanta, non lo so.
Grande fiducia nelle forze politiche non ne avrei: cinque volte su dieci le mie iniziative hanno poco successo, non vanno in porto. Potrei fare vari esempi, a Roma capitale c’è molta in indifferenza, anche in varie città e regioni comunque. Temo che anche il Movimento 5 stelle e la Lega, come i vecchi partiti, s’interessino a chi è fragile nella sola misura in cui ciò assicuri loro dei voti. L’Università traballa, poveretta, è un po’ spenta, bolsa su certe questioni, stenta a rinnovarsi. Le Associazioni grandi e piccoli di settore, di familiari, di avvocati, di professionisti, di altro tipo, sono così così, appaiono a volte chiuse, autoreferenziali, sospettose, non disinteressate, sfuggenti.
Intuisco ad ogni modo (anche da Facebook, da tanti Convegni cui vado) che c’è in giro per l’Italia molta gente di “buona volontà”. Sparsa, frammentata; ruspante magari, disarmata, però combattiva, anelante, non corrotta, disponibile a fare qualcosa. La maggior parte non conta molto, è rannicchiata, solitaria: milioni di persone tuttavia, una prateria, un esercito di anime, un oceano.
Penserei ora di cercare di mettere in piedi una rete web, “Diritti in movimento”, per tentare alcune battaglie, legislative, riorganizzative. Non sono sicuro di avere le forze necessarie, neanche le competenze, avrei anche il mio libro fiction da riprendere (un po’ ci tengo).
Quest’estate deciderò, un movimento sì, con la emme minuscola, qualcosa del genere: potrei provarci ...


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