sergio trammaSergio Tramma- Professore di Pedagogia generale e sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Sull’invecchiamento ha pubblicato tra l'altro:  Il vecchio e il ladro, Guerini, 1989, Gli anziani nelle strutture residenziali  ; Inventare la vecchiaia, 2000; I nuovi anziani, 2003; Pedagogia della vecchiaia, 2017.

La vecchiaia dai titoli di sue pubblicazioni: “Il vecchio e il ladro”, “Inventare la vecchiaia”, I nuovi anziani, e da ultimo, a quindici anni di distanza “Pedagogia dell’invecchiare”. Sono due filoni intrecciati: cosa è la vecchiaia e come vivere (bene) la tarda età. Iniziamo dal primo: cosa è la vecchiaia, una categoria anagrafica, una condizione fisiologica, una storia personale con esperienze, scelte, opportunità?
La vecchiaia è tutte queste cose insieme, e forse anche qualcosa in più: è una categoria anagrafica, ma una categoria della quale risulta sempre più difficile individuare l’inizio; è una condizione fisiologica che è molto mutata nel corso degli ultimi decenni; una storia individuale sì, ma collocata all’interno di molte e diverse storie collettive. In altri termini, è difficile identificare, descrivere e definire la vecchiaia, anche se questa è una tentazione, forse un’esigenza, diffusa tra le persone, magari solo per capire se si è già, o non si è ancora, in un’età che, ancora oggi, è ritenuta problematica. L’incertezza attorno alla vecchiaia è dovuta anche ai cambiamenti sociali che si sono verificati negli ultimi anni.

Alla vecchiaia delle società agricole, connessa all’esaurimento delle forze fisiche, è subentrata la vecchiaia delle società industriali, quella che ha avuto come pratica sociale e modello di riferimento, non certo come condizione totale, quella del pensionato, cioè della persona che riceve un reddito pur non svolgendo attività lavorativa, e che può sperare di vivere un discreto numero di anni, anche in condizioni di ampia autosufficienza, dopo la cessazione dell’attività lavorativa. Questa vecchiaia che, a ben vedere, è durata solo pochi decenni, è stata sostituita da qualcosa di molto più incerto riguardo alla soglia anagrafica oltre la quale si diventa pensionati. È una vecchiaia che risente anch’essa, inoltre, della individualizzazione dei corsi di vita e della caduta di condizioni collettive e di tensioni comuni, e non potrebbe essere diverso, essendo inserita a pieno titolo nelle dinamiche sociali e culturali della contemporaneità.
In tutto ciò, un’operazione che volesse identificare la vecchiaia, capire meglio di cosa si tratti, non potrebbe però fare a meno di giungere a una certezza: è uno stato dell’esistenza profondamente diverso in relazione all’appartenenza di genere, e lo è per molti motivi: perché le donne sopravvivono agli uomini; perché il loro percorso di vita è caratterizzato da storie familiari e professionale diverse da quelle dei maschi; perché a loro sono affidati i principali carichi di cura degli ascendenti e dei discendenti.
La vecchiaia, in realtà, è la vita concreta delle persone anziane, una vita ancora oggi poco conosciuta, data per scontata, oppure una vita ritenuta simile a quelle delle vecchiaie che si sono succedute nel corso del tempo.

Sempre in questo primo campo nel 2013 scrisse “I nuovi anziani”. In quel libro, intrecciando età anagrafiche (le coorti della statistica) e avvenimenti, ha tracciato un profilo di un vecchio che ha conosciuto e vissuto, con sentimenti e collocazioni diverse, fenomeni ed eventi che hanno cambiato l’Italia: la ricostruzione post bellica, lo sviluppo economico, il sessantotto, la stagione dei diritti civili (divorzio, aborto, riforma sanitaria etc.). Però questi suoi vecchi ora sono “i grandi vecchi”. Che cosa caratterizza invece gli ultra settantenni odierni, quali possono essere state, se ci sono state, le vicende, trasformazioni, conquiste o sconfitte che possano avere inciso sulla loro vita?
L’intreccio tra gli avvenimenti e le età alle quali sono vissuti dalle persone dovrebbe essere costantemente aggiornato. Un settantenne del 2018 è nato nel 1948, aveva 20 anni nel 1968, un sessantenne, in questo anno simbolo, non tanto della rivolta studentesca quanto dei fondamentali processi di cambiamento che si sono verificati prima e dopo, ne aveva 10; pensiamo quale diversità di esperienze e di vissuto degli avvenimenti di quegli anni importanti e interessanti.
È necessario aggiornare costantemente l’immagine della vecchiaia allontanandosi sempre più da quelle rappresentazioni che la collocano ancora in una storia bucolica e agreste, con le canzoni melodiche dove cuore fa rima con amore in una vita tutta orientata dai valori del passato. Così come sarà, a breve, necessario allontanarsi da un’idea di vecchiaia tutta centrata sulla tripartizione della vita, in cui alla formazione segue il lavoro che precede la pensione.
Forse, quello che rende immediatamente evidente quanto possa essere cambiata la vecchiaia e in quali tipologie di storie di vita si inserisca, è pensare a personaggi pubblici che hanno superato le soglie anagrafiche tradizionalmente associate alla vecchiaia, per esempio i Rolling Stones o Patty Pravo, storie che hanno attraversato anni particolari e, in una certa misura, hanno contribuito a caratterizzarli. Le persone anziane attuali hanno sviluppato storie individuali e collettive molto differenziate, che hanno attraversato e sono state attraversate da profondi cambiamenti sociali e culturali.
È una condizione anziana diversa, per alcuni aspetti anche radicalmente diversa, da quelle precedenti. Le persone che oggi incarnano questa condizione esprimono bisogni e hanno aspettative differenziate, forse una consapevolezza maggiore. Nello stesso tempo, sono persone che hanno attraversato, da adulti, gli anni meno esaltanti dal Dopoguerra a oggi, cioè gli anni Ottanta-Novanta, e anche questo contribuisce a creare un sistema di aspettative rispetto al modo di essere della vecchiaia e di coloro che la circondano.

Entriamo nel secondo filone delle sue ricerche: come vivere bene la tarda età. La sua “ricetta” ha un nome: pedagogia. Chiariamo un equivoco lessicale. Pedagogia è sempre ritenuta erroneamente un’attività verso i bambini e non, come in realtà è, una disciplina che studia l’educazione e la formazione delle persone. Perché pedagogia dell’invecchiare? Educazione e formazione, alla vecchiaia, della vecchiaia, nella vecchiaia? Perché può aiutare a vivere bene o meglio la tarda età
È corretto chiarire l’equivoco lessicale, che poi non è solo lessicale, deriva di una cultura, anche accademica, che pensa l’educazione come rivolta all’infanzia e all’adolescenza, e la fa coincidere solo con una delle sue possibili manifestazioni, cioè la scuola. La pedagogia, cioè il piano riflessivo-teorico dell’educazione, così come la stessa educazione, solo da poco sono state associate alla vecchiaia. La vecchiaia è stata ritenuta ineducabile perché già sufficientemente educata, oppure perché non esistevano sufficienti motivazioni a farlo, o per mancanza dei requisiti fisici e psichici minimi per poterlo fare. Del resto, anche gli adulti si sono conquistati con fatica il diritto, perché di questo si tratta, a essere interessati e coinvolti da attenzioni educative.
Il nesso tra educazione e vecchiaia è in realtà molto stretto, in un mio recente lavoro ho espresso la convinzione che le dimensioni in cui si esprime tale nesso sono molteplici: può essere rintracciato un educare che si svolge all’interno della condizione stessa, cioè l’educazione nella vecchiaia; un educare che la vecchiaia produce nei confronti di ciò che la circonda: educazione dalla vecchiaia o della vecchiaia; un educare prodotto da ciò che circonda la condizione nei confronti del processo di formazione della condizione stessa, l’educazione alla vecchiaia, infine, un educare relativo alla condizione già in atto, l’educazione sulla vecchiaia. In tutte queste dimensioni si sviluppano apprendimenti, le persone cioè imparano come dovrebbe essere la vecchiaia e come ci si dovrebbe comportare nei suoi confronti.

Pure qui si deve partire con l’interrompere un’identificazione costante, stereotipata- per messaggi, percezioni e pressioni continue- che legge la vecchiaia con la dimensione della salute nel migliore dei casi, o, sempre più spesso, come sinonimo di malattia, cronicità, deficienze motorie, sensoriali, cognitive e apatie generiche. Come lei scrive le scienze mediche ed economiche, in tutte le declinazioni si sono appropriate, per tanti motivi, di questa fase della vita, dettandone i criteri di lettura. Si parla di vecchiaia quindi solo in relazione al Welfare State, ai costi economici e sociali, al sistema previdenziale. La pedagogia cosa ha fatto o non ha fatto e perché?
La pedagogia, è inutile negarlo, non ha fatto tutto quello che avrebbe potuto e dovuto fare. Ha sottovalutato i bisogni educativi, non ha letto questa fase dell’esistenza anche come risultante di un insieme di esperienze educative che hanno insegnato alle persone a viverla, o non viverla, in un certo modo; ha confuso i bisogni educativi con l’intrattenimento spicciolo. Soprattutto ha sottovalutato le potenzialità dell’educazione nei confronti della vecchiaia, non l’ha intesa come spazio di possibilità per continuare a crescere, imparare, sperimentare. Certo, senza negare il dato di fatto che in vecchiaia si verifichino dei cambiamenti sociali e fisiologici che chiudono alcune strade, ma non tutte, e qualcuna la aprono anche, per esempio quella di poter studiare e apprendere per il solo piacere di farlo e non perché spinti da esigenze professionali.
Quella pedagogica è stata un’attenzione debole che alcune volte si è manifestata anche con delle inaspettate punte di ingenuità come quando ritiene che l’unica possibilità che gli anziani hanno di potere stare nell’esperienza educativa sia in qualità di educatori in virtù della loro esperienza di vita e del possesso di un sapere trasmissibile alle generazioni successive. Quella di educatori è solo una delle possibilità di posizionamento delle persone anziane all’interno di una relazione educativa, e non è detto che sia la più nobile poiché in grado di valorizzarne la vita e il sapere. Esiste anche l’altra posizione, cioè quella di educando, cioè di un soggetto che, come in qualsiasi altra età della vita, può continuare ad apprendere. Ed è forse questa posizione che lo valorizza di più perché scommette su una possibilità di futuro diverso e non solo sull’eventuale, valorizzazione del passato.

È sempre più rivolta all’uomo che allo studioso. È di questi giorni- a sostegno di un’educazione permanente- la notizia, da una ricerca scientifica, che il cervello del vecchio si rigenera come quello del giovane.
Se lei dovesse predisporre nell’immediato un progetto generale per questa società a veloce invecchiamento, con un programma di formazione e educazione per i vecchi o per chi ritiene di doversi preparare alla vecchiaia, quali sarebbero i primi cinque argomenti che tratterebbe?
Prepararsi alla vecchiaia? Importante quanto difficile. Cesare Musatti, il padre della psicoanalisi italiana, alcuni decenni fa, nell’introduzione a un libro che trattava dell’invecchiamento, scrisse una frase del genere (cito a memoria) “ma che vecchiaia e vecchiaia d’Egitto, continuare a vivere, e basta!”. Ecco, penso che avesse intuito molto della buona vecchiaia, cioè continuare a vivere, con gli alti e bassi che la vita propone, ma non pensare di essere entrati in un’altra dimensione dell’esistenza.
Comunque in un programma di preparazione alla vecchiaia proporrei questi argomenti: 1) diffidare degli esperti e dei consigli da loro elargiti, soprattutto di quelli che si dichiarano tali quando diventano vecchi loro e, sulla base di scarne e scontate letture, si mettono a disquisire su cosa l’umanità tutta debba fare e/o non fare; 2) sconsiglierei di dare retta ai decaloghi del buon invecchiamento: mangia questo non mangiare quest’altro, fai movimento, soprattutto quando esortano a pensare positivo, ad avere fiducia nella vita o amenità del genere; non è che la tristezza, il malessere, la sensazione di essere esauriti passano perché qualcuno esorta ad acquisire un atteggiamento al posto di un altro: la pedagogia dell’esortazione non ha prodotto granché; 3) suggerirei di ricostruire il processo che ha portato loro ad avere una certa immagine della vecchiaia: le persone che hanno incontrato, le reazioni positive e negative, come hanno percepito e vissuto l’invecchiare dei loro genitori, e anche delle persone con le quali hanno avuto rapporti di parentela o di amicizia; come la loro immagine della vecchiaia si è modificata nel corso del tempo; 4) proporrei loro di fare delle cose fattibili, minute e quotidiane che non hanno mai fatto e poi di ragionarci sopra per capire come le hanno vissute, quali piaceri o dispiaceri hanno provato; 5) terrei, solo per un po’, le donne separate dagli uomini per ragionare distintamente delle loro  vecchiaie.
Non so se il cervello dei vecchi si rigenera come quello dei giovani, l’essenziale è tentare di vivere il meglio possibile e avere la mente impegnata su molti fronti, ma questo si dovrebbe apprendere a farlo in ogni momento della vita. Ma questa è una verità da tempo nota, e un obiettivo di non facile realizzazione.