giorgio bertGiorgio Bert- Medico, specialista in medicina interna e cardiologia, libero docente in semeiotica medica presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Torino. Tra i fondatori  dell’Istituto di Counselling Sistemico CHANGE (1989), fondatore e primo presidente (1988-2003) della Società Italiana di Counselling  Sistemico (SICIS).I suoi attuali ambiti di studio sono la narrazione e l’autobiografia applicate alla formazione dei medici e degli altri professionisti della cura

Di medicina narrativa ora si parla spesso, forse con idee diverse. Provando un po’ a chiarire, cosa è la “medicina narrativa” e cosa non è. Perché costruisce una relazione terapeutica e di cura?

Ogni comunicazione è narrativa: quella che chiamiamo MN esisteva ovviamente prima di essere definita tale. Il movimento della MN ha posto l’attenzione su questo aspetto, e in un paio di decenni ha prodotto una amplissima mole di studi e di ricerche in tutto il mondo, così che ora sarebbe temerario tentare di darne una definizione unica condivisa. In linea di massima possiamo dire che la MN tende a ridurre se non eliminare la centralità del curante, medico in primis, nella narrazione della malattia e della salute, introducendo in essa il punto di vista del malato, dei familiari e più in generale dei cittadini. A mio avviso non si tratta di uno spostamento dalla centralità del medico a quella del malato, cosa che renderebbe nuovamente squilibrato il sistema, ma di una narrazione centrata sulla relazione: tra curante e curato e, più in generale, tra professionista della Cura e cittadino.
La relazione è fatta di confronto, di scambio, di reciprocità: in essa competenze e “filosofie” diverse collaborano per costruire insieme una narrazione nuova condivisa, mai definitiva.

Leggendo il suo libro appaiono, oltre ad altri, tre concetti: la malattia non è il malato, le differenze tra le persone e l’alterità tra paziente e medico. Cosa significano?
L’intervento medico richiede due manovre antitetiche: una, chiamiamola “scientifica”, ricerca gli aspetti (sintomi, segni) che caratterizzano “la malattia” e sono pertanto comuni a tutti i malati: la cirrosi epatica o la stenosi mitralica sono termini che omologano aspetti anatomopatologici e fisiologici chiaramente definiti: questo è il percorso diagnostico della “malattia”.
La stessa malattia ha però effetti diversi nei singoli pazienti sia in termini strettamente biologici che in termini sociali, psicologici, emotivi, economici... Qui, all’opposto, il curante deve focalizzare l’attenzione sulla diversità, sugli aspetti individuali (anche soggettivi) della malattia, facilitando al paziente la ricognizione e l’uso delle risorse sue proprie che spesso ha scordato o ignora. Questa esplorazione è largamente narrativa ed è parte integrante dell’intervento professionale: viene in genere definita col termine “Cura” (C maiuscola) inteso come “avere cura”, “prendersi cura”: dell’altro e di se stesso.

La differenza delle persone ricade sulla loro lettura della malattia, nella relazione che si definisce con il medico, nel loro modo di raccontarsi. Le donne sono protagoniste nella maggioranza degli esempi da lei riportati. Emerge dal suo testo una riflessione sulla differenza di genere, anche nel raccontarsi e nel vivere una malattia, che nasce anche del movimento delle donne. Sposto l’asticella più in alto. Se una persona è vecchia, con polipatologie croniche, anche donna come e da dove il medico dovrebbe iniziare la costruzione della sua relazione terapeutica, sapendo che la narrazione è stata plasmata da due condizioni determinanti: essere vecchia ed essere donna?
Non mi sentirei di basarmi su generalizzazioni come “le donne”, “i vecchi” ecc. Al di fuori dell’ambito statistico, che ha regole ben precise, le osservazioni basate su aspetti generali sono spesso più immaginarie che empiriche.
La fondamentale importanza per il nostro tempo del movimento delle donne è stata, per me, quella di porre con decisione l’accento sul concetto stesso di “differenza” in un mondo “mcdonaldizzante” che tende alla omologazione con conseguente miseria culturale e sociale; e soprattutto, cosa originale, di non tendere all’uguaglianza di genere ma di rivendicare la differenza come elemento fondante di una nuova società, che implica anche, simbolicamente e scandalosamente, di “sputare su Hegel”.
Per quanto riguarda la MN, posso dire che mi è capitato più sovente, quando facevo corsi sul tema, di osservare attenzione e competenza narrativa e autobiografica nelle donne... Non so però se dipenda da caratteristiche femminili genetiche, culturali o se magari non sono io stesso che ascolto con maggiore interesse e attenzione le donne...
Ne segue, per rispondere alla domanda, che il curante dovrebbe, per motivi etici ma anche pragmatici, effettuare regolarmente una ricognizione e un’analisi dei propri pregiudizi, delle idee ricevute, delle basi su cui poggiano le sue convinzioni... Se si è gerontofobi o misogini è meglio saperlo e nei limiti del possibile evitare che ciò si manifesti nella relazione di Cura.

L’ostacolo maggiore da superare, che emerge dal suo libro, risiede nella formazione dei medici già nel percorso universitario, dove gli insegnamenti sul rapporto con il paziente si concentrano sull’anamnesi sanitaria, sul rispetto di Linee Guida e Protocolli, sulla medicina basata sulle evidenze, mai su “medical humanities”. Altri possibili percorsi, davanti al “sintomo” non appaiono possibili. Non ci sono “cartelle parallele” né formazione alla lettura o alla narrazione o alla scrittura, né corsi sull’empatia. Prendendo in prestito quanto scrisse su questo sito (link) ricordando Giulio Maccacaro, da dove può partire la scommessa sul cambiamento?
Un’analisi degli aspetti sociali, politici, umanistici, narrativi della medicina dovrebbe accompagnare lo studente e poi il medico nel corso di tutta la sua carriera. Oggi sembra più facile trovare momenti formativi in tal senso fuori anziché dentro l’università, e questo è un serio, grave difetto: se infatti il giovane medico non esce dalla scuola di medicina con una salda preparazione in senso umanistico, sociale, narrativo, un paio d’anni di pratica sul campo smorzeranno ogni entusiasmo col rischio che finiscano col prevalere cinismo, carrierismo, distacco irritato dai pazienti e dai cittadini.
Linee guida, protocolli, buone pratiche sono ben raramente formative ed educative. Quanto ai malati, essi tendono a ritenerle meccanismi burocratici di controllo e di risparmio: ancora di recente una malata protestava: “Io non sono e non voglio essere un protocollo!”... Protesta giusta ma soluzione errata: essa richiedeva infatti degli esami superflui e costosi.
Medici e pazienti dovrebbero “educarsi” mutualmente, ciò che richiede una solida relazione di Cura che ha basi narrative; in assenza di esse il contesto tende a diventare conflittuale e quindi patogeno.

Un capitolo sostanzioso del suo libro è dedicato all’autobiografia e al suo potere nel ricostruire il rapporto con la memoria, con le emozioni, la trama della “fiction narrata”. La domanda più personale è rivolta a Giorgio Bert. Lei si è occupato molto di medicina narrativa, di autobiografia. Le parole dette e/o scritte nei libri, compreso l’ultimo “ Gli uomini sono erba. Conversazioni sulla cura” , nella sua bacheca Facebook “ La parola e la cura” possono essere considerate anche un’autobiografia?
Non direi un’autobiografia, che è un particolare tipo di narrazione composto da eventi reali, eventi immaginati più o meno consapevolmente, eventi selezionati (molti fatti vengono scartati). L’autobiografia dice “come voglio che gli altri mi vedano” e anche “come mi piacerebbe vedermi io stesso”.
Le mie riflessioni nel libro e nella Parola e la Cura hanno certo radici personali profonde ma, a differenza della vera autobiografia hanno -almeno nel mio caso- una solida dotazione di punti interrogativi; in altri termini, non intendo pormi come esempio (molti autobiografi lo fanno) né penso di dare pillole di saggezza: mi piacerebbe invece facilitare a chi legge momenti di riflessione suoi propri, unici, personalissimi... I dubbi possono ben essere comuni ma le risposte (se esistono) sono assolutamente individuali.


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