antonio guerciAntonio Guerci- Già ordinario di Antropologia presso l’Università degli Studi di Genova, titolare della Cattedra UNESCO “Antropologia della salute – Biosfera e sistemi di cura” e curatore del Museo di Etnomedicina A. Scarpa. 

Salute, benessere, equilibrio, felicità sono i termini più diffusi quando si parla della vita delle persone cui sono associati elementi, condizioni e requisiti per poterli raggiungere: cura, ambiente, relazioni sociali con gli altri esseri viventi- uomini, animali, piante- cultura, sogni e bisogni. Però in questi comparti essenziali emergono carenze, difficoltà, vuoto di idee e indirizzi, invalicabili per i soggetti fragili come gli anziani.
Se riavvolgiamo il nastro della nostra società occidentale, da dove possiamo ripartire?

L’Occidente può essere considerato come un vero e proprio laboratorio mondiale dell’invecchiamento, sia perché qui il processo è cominciato prima rispetto al resto del mondo, sia perché sono già visibili tendenze generali per il prossimo secolo.
Secondo le proiezioni, la percentuale di bambini, che era del 18% nel 1998, calerà al 14% nel 2050; la percentuale di anziani, al contrario, crescerà dal 20% nel 1998 al 35% nel 2050. L’età mediana crescerà da 37,1 anni nel 1998 a 47,4 nel 2050: ciò significa che il numero di persone anziane nel 2050 sarà due volte e mezzo quello dei bambini. La percentuale degli anzianissimi nel 1998 era del 3,9% nell’Europa del nord, del 3,7% nell’Europa occidentale e del 3,2% nell’Europa del sud. La percezione dello stato sociale degli anziani sta mutando di conseguenza e nuove sfide dovranno essere affrontate nel prossimo futuro.
VecchiaiaL’obiettivo è quello di trasformare qualcosa che oggi è percepito come un problema in una nuova risorsa per la ricchezza globale, il benessere e l’integrazione sociale. In altre parole, il processo di invecchiamento e lo status delle persone anziane dovranno essere ripensati e reinterpretati, sottolineandone gli aspetti positivi e desiderabili. Di pari passo le politiche sociali ed economiche dovranno tenere conto della condizione demografica che presto sarà profondamente diversa da quelle conosciute oggi e nel passato.
Infatti l’inedita situazione demografica che ci troviamo oggi ad affrontare fa sì che non abbiamo alcuna esperienza storica delle popolazioni che invecchiano e che le relative politiche devono essere prese alla cieca. Occorre cercare di concepire-inventare un modello-tipo di società anziana e tentare di anticipare l’evoluzione delle relazioni tra le principali componenti del sistema sociale, sotto l’impatto delle trasformazioni iniziali concernenti la demografia delle popolazioni e le loro strutture per età e sesso, ma sempre consapevoli che non sono solo i livelli dei fenomeni che evolvono, ma anche i legami che li uniscono tra loro.
Si tratta pertanto d’un esercizio di prospettiva tanto più difficile da realizzare in quanto deve coinvolgere il lungo termine e che occorre rifuggire dalla doppia tentazione di ricreare un passato fossile e di anticipare un futuro morto. Occorre cioè guardarsi dal proiettare nell’avvenire delle caratteristiche di individui e di società di epoche anteriori e credere che tutte le tendenze antiche (e/o attuali) vanno necessariamente a prolungarsi nell’avvenire, dilatandosi e amplificandosi.
In definitiva, ciò che caratterizza maggiormente l’evoluzione recente è la presa di coscienza collettiva che l’invecchiamento demografico non è solo questione di indici statistici e neanche un sovrappiù di protezione e oneri sociali, ma fondamentalmente è una questione di relazione tra generazioni. Le società che invecchiano sono prima di tutto delle società multigenerazionali, e lo sono oggi più che nel passato in quanto esse integrano generazioni più numerose di una volta e sono chiamate a coesistere per periodi di tempo sempre più lunghi.
Divenendo multigenerazionali, le nostre società sono diventate anche pluriculturali e la relativa gestione si è così resa più problematica. Gli stati-nazione, che finora hanno avuto la tendenza a concepire le loro leggi e i loro regolamenti per cittadini standardizzati, hanno speculato più sulla loro omogeneità che sulla loro eterogeneità. È questo un concetto che va completamente rivisto se si vuole evitare che l’ingresso nell’”era della senescenza” corrisponda a una fase di caos e di disordine provocati dallo choc generazionale.

Lei, parlando del rapporto tra individuo e salute, afferma che occorre cambiare paradigmi e concetti per poter entrare nel merito del rapporto tra salute e malattia, confrontarsi con l’essenza più profonda dell’individuo, che credo niente abbia a che fare con il genoma e il DNA. Richiama una diversa idea della nostra società, non a “tessuto” ma a “sincizio”. Ci può spiegare questo concetto?
TessutoSincizioSpesso, nel descrivere situazioni umane particolari impieghiamo la locuzione tessuto sociale. Questa realtà è specifica della civiltà d’Occidente.
Senza rendercene conto utilizziamo un termine estrapolato dall’istologia (tessuto) connotando un insieme di elementi (le cellule/gli individui) indipendenti, ognuno delimitato dalla propria membrana (cellulare/prossemica), con all’interno i propri organi vitali, tutti delegati a una funzione (fisiologica/lavorativa).
Se questo quadro è consono alla realtà occidentale, in numerose altre società è presente una situazione differente.
Per questo motivo, sempre usando un termine dell’istologia, preferiamo impiegare il vocabolo sincizio. Si tratta di una realtà biologica che vede, all’interno di una comune massa citoplasmatica, organuli cellulari dispersi nel liquido, condivisi da ogni spazio e in ogni spazio del sincizio-società.
TerapeutaQuesta immagine figurata ci fornisce una connotazione più precisa delle realtà altre.
Ogni componente della compagine e ogni sua attività avviene in comunione e in condivisione, e scopo ultimo è la sopravvivenza del gruppo, comunità, villaggio, clan, grande famiglia.
È facile presumere che in società così strutturate i concetti, e i vissuti, di malattia e di morte assumano fisionomie molto differenti.

La salute è sicuramente una delle difficoltà maggiori per le persone anziane, uomini e donne, sia per ragioni anagrafiche con le patologie correlate, ma ancor più per gli ostacoli che incontrano nel prevenire e rallentare l’invecchiamento, anche perché vengono a mancare supporti, cure, affetti. A questo bisogno come può far fronte il singolo, l’esperto la collettività in questa nostra società civilizzata?
I cambiamenti nella struttura demografica, le transizioni economiche, la crescente complessità culturale, la migrazione e l’emigrazione sono fattori che contribuiscono alla rapida sparizione delle tradizionali relazioni intergenerazionali. Generalmente si è propensi a credere che tali relazioni siano ancora forti nella grande maggioranza dei paesi in via di sviluppo. Ma non è così. Infatti sono proprio i paesi più poveri che, in questo momento, soffrono maggiormente (sia dal punto di vista sociale che da quello economico) per la distruzione delle relazioni intergenerazionali.
saluteNelle nazioni più ricche un livello adeguato di benessere, sia per le generazioni giovani che per quelle anziane, permette quantomeno un nuovo terreno d’incontro su basi paritarie. Nei paesi poveri, al contrario, le disuguaglianze economiche e sociali costruiscono una vera barriera fra le generazioni. In molti nazioni, la grande maggioranza delle generazioni giovani manca delle risorse materiali minime per garantire un aiuto significativo alle generazioni anziane.
È un fatto ben noto che, nei paesi industrializzati, l’invecchiamento tende a crescere in corrispondenza ai generali progressi economici e sociali. In un certo senso, quindi, l’invecchiamento di larghi settori della popolazione può essere visto come uno dei migliori risultati dello sviluppo sociale e delle politiche di salute pubblica.
Una diversa situazione si incontra invece nei paesi in via di sviluppo, dove molti di coloro che raggiungono l’età avanzata sono privi di sostegno sociale e vivono in situazioni di deprivazione economica.
Innanzitutto è necessario sfatare un mito demografico: non è vero che la maggior parte degli anziani vive nei paesi sviluppati. Mentre è senz’altro vero che i paesi industriali hanno una aspettativa di vita più alta, e pertanto un più alto numero di anziani in rapporto al numero totale di cittadini. Il numero di anziani più alto in valore assoluto (attualmente si tratta di circa 355 milioni di persone, e cioè più del 60% del totale degli anziani) vive in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo.
Si può facilmente valutare il processo generale di invecchiamento considerando la crescita nel numero delle persone anziane. Le proiezioni mondiali dicono che il numero degli anziani crescerà da 580 milioni nel 1998 a 1970 milioni nel 2050. Questa crescita sarà meno pronunciata nelle aree più sviluppate del mondo (da 226 milioni nel 1998 a 376 nel 2050) e molto più rapido nei paesi via di sviluppo, dove la popolazione anziana crescerà da 171 milioni nel 1998 a 1594 milioni di individui nel 2050.
Nel 1998, 66 milioni di persone nel mondo (l’1,1% della popolazione mondiale) aveva più di 80 anni. Questo numero crescerà di quasi 6 volte per arrivare nel 2050 a 370 milioni di persone. Il segmento di popolazione con più di 80 anni sarà dunque quello che presenterà in assoluto la crescita più rapida.
Esistono aspetti dell’invecchiamento che sono strettamente legati alla dimensione del genere, ma questi fattori tuttavia sono troppo spesso ignorati. Innanzitutto le donne vivono più a lungo degli uomini. La grande maggioranza della popolazione anziana e anzianissima è composta da donne.

Parlando di salute degli anziani emergono tutte le patologie dementigene, di cui l’Alzheimer è quella più conosciuta. Si è tentato con i farmaci, senza risultati significativi. Ora l’attenzione è sulla diagnosi precoce e su azioni per ritardare l’evolversi della malattia con programmi e interventi di cura “psicosociali”. C’è il rischio di sezionare la persona in tanti segmenti (il corpo, le relazioni con l’esterno, i comportamenti, le percezioni) senza mai fare sintesi? Lei afferma c’è “un’interrogazione minuziosa del visibile, del percettibile, del misurabile”...e “un’assegnazione del soggetto a categorie statistiche e un isolamento tra esseri presunti simili”.
Su cosa si dovrebbe spostare l’attenzione nella cura di un anziano, ancor più se demente?

La convinzione che gli anziani non abbiano più contributi da fornire alla loro società e che siano un peso economico per le generazioni più giovani è fondata sopra un comune stereotipo economico: l’idea che i contributi alla società siano forniti solo dagli individui strutturati all’interno del sistema macroeconomico (ossia da coloro che possono essere considerati come forza lavoro disponibile sul mercato). Quest’assunto implica che l’evoluzione culturale, sociale ed economica passa solamente attraverso l’impiego retribuito: dal momento che la capacità di produrre forza lavoro declina con l’età, gli anziani non hanno più nulla da dare.
A testimoniare contro quest’assunto sono tutti i più recenti sviluppi economici e sociali. Innanzitutto il lavoro retribuito è responsabile di parte soltanto dei miglioramenti sociali generali, mentre la rimanente parte è dovuta piuttosto a lavori e attività che di solito non vengono retribuiti e che solo recentemente hanno trovato un adeguato riconoscimento sociale (sebbene non sempre anche economico). In questa categoria di lavori non retribuiti gli anziani spesso forniscono un tributo imprescindibile: nell’agricoltura, nel settore informale, nel volontariato. Esistono nel mondo intere economie nazionali che, per larga parte, dipendono proprio da questo genere di attività. Pochissimi di questi contributi, tuttavia, vengono conteggiati nei prospetti delle attività economiche nazionali: gran parte viene ignorata e non gode di alcun particolare riconoscimento o valutazione.
Tecnologie e scienze socialiIn secondo luogo, anche ragionando in termini di lavoro retribuito, capacità funzionali declinanti non significa affatto inabilità al lavoro: i recenti progressi tecnologici permettono anche a persone con severi handicap fisici di essere pienamente produttive in termini economici e la fatica fisica è ormai richiesta (almeno potenzialmente) in pochissimi lavori.
Infine capita spesso che gli anziani siano esclusi dai lavori retribuiti non tanto a causa dell’età in sé stessa, ma a causa di carenze nell’istruzione e nella formazione. Al mantenimento di questa situazione contribuisce anche una serie di pregiudizi contro la terza età, sintetizzata nell’espressione inglese ageism e francese géritude.
Sfortunatamente, nei recenti dibattiti sulla pressione economica causata dal welfare e dai sistemi pensionistici, l’accento è stato posto esclusivamente sui costi e si è spesso trascurato di indicare contributi e benefici. Anche all’interno dell’economia di mercato, infatti, molti settori in rapida espansione sono largamente dipendenti dalla popolazione anziana (ad esempio il turismo).

C’è un bruciare continuo di obiettivi, progetti, “parole d’ordine” nell’affrontare il tema “salute” che di volta in volta mettono in campo competenze diverse accantonando spesso i risultati acquisiti.
La domanda è al prof Guerci antropologo. Quando è chiamato- come già successo nel 2002 (1) a parlare su come curare la vecchiaia, qual è il contributo specifico dell’antropologo?
Il sillogismo di Nabokov, o della morte: Gli altri muoiono – io non sono gli altri – io non muoio.
AntropologiaVorrei che l’antropologia fosse una maniera di avvicinarsi a uno studio sistemico di Homo sapiens; vorrei che fosse un atteggiamento particolare del pensiero nell’osservare forme, funzioni, comportamenti, reazioni, scelte: un modo di pensare, uno sguardo particolare.
L’antropologia deve soprattutto rifuggire dal dualismo oppositivo natura/cultura e condividere i suoi spazi di osservazioni con ricercatori di altre discipline, senza arroccarsi in limiti disciplinari stabiliti per convenzione, non per logiche scientifiche.
Concludiamo con l’auspicio di Enrico Greppi rivolto ai ricercatori che operano nel campo della gerontologia: l’importante non è aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni.

NB Le slide utilizzate per illustrare l'intervista sono state presentate dal professor Guerci nel corso di incontri  svoltisi presso l'associazione " I fili" di Chiavari

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(1) 3° conferenza Internazionale di Antropologia e Storia della salute e delle malattie- “Vivere e “curare” la vecchiaia nel mondo” Genova 11716 marzo 2002