massimo ammanitiMassimo Ammaniti- psichiatra infantile, psicoanalista dell’International Psychoanalytical Association, Professore Onorario in Psicopatologia dello Sviluppo della Sapienza Università di Roma,Docente del Master “Healing the wounds” Harvard University 

 Escono ogni anno, anche solo sul mercato italiano, decine di libri per lettori non professionali sulla vecchiaia, sull’invecchiamento, sulle buone regole da seguire, sui saggi consigli che in tanti, forse troppi, si sforzano di elargire. Lei ha scelto, scrivendo “La curiosità non invecchia- Elogio alla quarta età” (Mondadori editore) una “ricerca” sul campo dialogando con dei grandi vecchi e una chiave di conversazione, certo dettata dalle sue conoscenze professionali, che definirei emozionale, quasi intima, ottimista con parole che quasi non fanno più parte del linguaggio quotidiano- desiderio, curiosità, sogni- soprattutto quando si parla di vecchi. Credo anche rilevante il valore che assegna al sapere dei vecchi, minacciato dalla “rottamazione”?

Subito richiama il desiderio, che non ha età, che non è il “traguardo” che ricorda la competitività, ma è uno stimolo interiore che i suoi interlocutori perseguono in tante direzioni, dal “Conosci te stesso” di Raffaele La Capria all’impegno sociale di Alfredo Reichlin, recentemente scomparso o al senso del dovere di Licia Vlad Borrelli. Che cosa è il “desiderio” che permane nei vecchi, è diverso da quello delle altre età?
Una premessa, il desiderio motiva e sospinge la vita individuale e come tale è diverso dal bisogno che è più nell’ordine della necessità biologiche e riguarda le esigenze di base. Il desiderio si pone su un piano simbolico e nei primi anni di vita assume una certa fisionomia, che è diversa da quella dell’età media e dell’età avanzata. Quando si è avanti con gli anni vengono meno le nebbie e l’ardore giovanile e vi è la possibilità di iniziare a riconoscere il desiderio che ha orientato la propria vita. Spesso noi siamo sospinti da un desiderio di cui noi non siamo consapevoli e come ha messo in luce la psicoanalisi è un desiderio inconscio.
In età avanzata quando lo scenario della vita si fa ogni giorno più chiaro e definito, si comincia a rileggere la propria vita e il proprio passato. Ci si chiede qual è il senso della propria vita e qual è stato il desiderio che ci ha sospinto, spesso il desiderio non è unico ma sono un insieme di desideri che spesso s’intrecciano. In questo lavoro di ricostruzione della propria vita si scopre il desiderio dominante che naturalmente ha preso origine dalla profondità dell’essere. Nelle interviste che ho fatto sono emerse sfaccettature diverse del desiderio, ad esempio La Capria ha parlato del desiderio di conoscere se stesso e questo come è avvenuto parlando e scrivendo di sé, facendo agire nei suoi romanzi personaggi attraverso i quali ha cercato di capire se stesso. Per altri come per esempio Alfredo Reichlin è stato fondamentale l’impegno sociale, cercare di aiutare soprattutto le persone più svantaggiate, oppure come nel caso dell’attore Giorgio Albertazzi la ricerca della bellezza è stato un tema fondamentale, che forse può salvare il mondo come afferma il principe Myskin in Dostoevskij. Ma in vecchiaia un desiderio importante è quello di invecchiare in modo attivo, affrontando l’invecchiamento senza farsi sopraffare dal decadimento fisico e mentale. Psicoanalisti come la Quinodoz, hanno messo in luce che questo desiderio cosciente di invecchiare in modo attivo spesso si scontra il desiderio inconscio di evitare la resa dei conti legata ai propri errori e alle proprie inadempienze e se questo desiderio di rinuncia prende il sopravvento si può verificare un ripiegamento personale.

La seconda chiave che entra nei colloqui è il “tempo che passa”, il tempo tra passato, presente e futuro, nei ricordi e rimpianti, nei sogni perduti, ma anche in possibili progetti futuri. Il tempo, per parafrasare l’antropologo Marc Augè non ha età, è ancora una dimensione interiore, può scorrere veloce o essere lentissimo, può essere pieno di iniziative o, al contrario, di noia, può richiamare rimpianti o sogni perduti o progetti futuri. Tra le riflessioni nei suoi colloqui, tra Giorgio Albertazzi, Camilleri o il filosofo Masullo e tutti gli altri, quali sono state per lei più sorprendenti o innovative e ovviamente perché?
Quando parliamo del tempo evidentemente non ci riferiamo al tempo cronologico condiviso da tutti, ma al senso del tempo soggettivo. In una bellissima frase Borges si chiede se è possibile condividere il senso del tempo dal momento che ognuno ne ha un senso personale. Il tempo personale può essere accelerato, lento o vuoto, oppure diventare un tempo eterno. Questo naturalmente cambia nel corso della vita: durante l’infanzia il bambino ha i tempi lunghissimi dell’attesa quando aspetta che i genitori ritornino. E’ diverso dal tempo dell’adolescenza quando l’adolescente si trova nel gruppo dei coetanei e il tempo scorre rapido e veloce. E poi invece il tempo dell’età adulta in cui si programma e si gestisce il proprio tempo. Quando si raggiunge la vecchiaia com’è il tempo: è vuoto oppure è un tempo ricco oppure può essere un tempo opprimente. Nelle mie interviste è emerso che il deterioramento del corpo può ostacolare la vita personale e la mobilità.
Quando interviene un’immobilità e si dipende dagli altri il tempo viene subito perché non si è più padroni di sé. Naturalmente non è sempre così, ad esempio Masullo il filosofo napoletano parla del senso del tempo più pieno, perché sapendo che non ci sarà molto tempo ancora a disposizione si cerca di utilizzarlo al massimo per cui diventa un tempo molto ricco e pieno di cose diverse. In altre situazioni invece prevale la noia, uno dei temi importanti in vecchiaia. La noia può comportare un accorciamento patologico del tempo conseguente alla monotonia. Il tempo del presente è in rapporto col passato, ma forse può la memoria volontaria di cui parla Proust è appiattita, sfumata e senza rilievi a differenza invece della memoria involontaria, cioè quando il passato riemerge con un flusso interno che riporta in vita le esperienze del passato.
In vecchiaia si corre il rischio di uno scollamento fra il tempo interiore e il movimento della vita esterna, per cui non ci si sente più in sincronia con quello che ci succede intorno. Secondo Carstensen, una ricercatrice della Stanford University che si occupa di un centro sulla longevità, sottolinea che con l’invecchiamento si producono dei frutti inaspettati perché si è meno stressati dal lavoro e dalla competizione. Uno dei frutti inattesi può essere quello di ritrovare una propria ricchezza interiore e un proprio ritmo temporale interiore.

Spaesamento, ansie, paure sono gli stati d’animo che sono forse più indagate, perché associate quasi alla vecchiaia. Se poi si parla di non autosufficienza, con complicanze cognitive sembrano inevitabili. La perdita delle radici, l’abbandono di luoghi cari, la non padronanza del proprio tempo, la dipendenza, che racconta Mario Pirani, se non sono presenti, sono gli incubi, le paure che incombono per un futuro immediato. La paura a volta anche artatamente alimentata riguarda anche il mondo esterno per la violenza che sembra prendere il sopravvento. Però l’ansia può anche essere costruttiva perché ci chiama a impegnarsi, se non prende il sopravvento. Dai suoi colloqui quali sono le leve da mettere sotto controllo perché l’ansia e la paura siano stimolanti e non bloccanti?
Durante la vecchiaia l’ansia può diventare più forte rispetto al passato, come il senso di spaesamento non sentendosi più in sintonia con se stessi. Un’altra esperienza dell’età avanzata è il senso della perdita, aver perso il lavoro, le proprie abitudini, gli amici e le persone a cui si è legati. E questo può a volte generare il senso di essere un sopravvissuto. Un ulteriore aspetto è l’impotenza, non essere in grado di fronteggiare le situazioni, perdendo il senso di efficacia, ossia il senso agente di sé.
L’ansia è un’esperienza emotiva importante, con un valore adattativo perché ci segnala le situazioni impegnative che richiedono il nostro impegno, la nostra attenzione e le nostre risorse. Questo succede nelle situazioni normali ma quando l’ansia dell’invecchiamento diventa troppo elevata rischia di ostacolare le capacità di adattamento. Fra i motivi alla base dell’ansia vi è sicuramente la paura delle malattie, soprattutto del dolore e della sofferenza. Numerose ricerche hanno messo in luce che se l’invecchiamento è visto in termini negativi questo suscita una forte in una sorta di profezia che si auto-avvera perché può accelerare il deterioramento cerebrale, con una riduzione dell’ippocampo, una struttura importante per l’archiviazione dei ricordi. Addirittura l’ansia troppo forte come riferisce un’interessante ricerca comparsa su Science dalla percezione negativa dell’invecchiamento può addirittura favorire la deposizione di placche amiloidi responsabili della malattia di Alzheimer.
E’ importante modificare la percezione della vecchiaia, non è l’anticamera della morte ma un periodo in cui si raccolgono i frutti della vita, si raggiunge la maturazione della personalità come afferma James Hillman. E’ fondamentale non soccombere all’invecchiamento, ma riconoscere anche gli aspetti positivi nonostante il decadimento. Un’ultima annotazione riguarda i disturbi di ansia che in questa fase diventano più frequenti raggiungendo il 7-10%.
Ritorna una parola che immette in una dimensione interiore una caratteristica della persona: la curiosità. La curiosità- la richiama tra le donne da Luciana Castellina a Franca Valeri e la sua ironia immutata tra i “sopravvissuti” e pietre miliari nella cultura italiana come Ettore Bernabei- non è solo l’istinto a guardare fuori. È amore della conoscenza, ricerca del piacere, anche empatia verso gli altri. Se le limitazioni della vecchiaia non consentono di soddisfarla completamente può essere vissuta tramite altri.

La curiosità, dai suoi colloqui risulta come elemento per uscire all’esterno e non rattrappirsi. Come si coltiva la curiosità?
La curiosità è una spinta interiore già presente fin dalla nascita quando il neonato e il lattante si guardano intorno. Col desiderio di conoscere si attiva fortemente la dopamina, il neurormone della soddisfazione. Quando parliamo di curiosità occorre distinguere l’amore della conoscenza, di cui parlava il filosofo David Hume, dalla curiosità per i piccoli fatti della vita quotidiana. E’ fondamentale la curiosità epistemica, cioè il desiderio di conoscere non soltanto di conoscere il mondo circostante ma anche la propria sfera personale. La curiosità è difficile da coltivare in tarda età perché i deficit visivi, uditivi e una minor mobilità possono interferire con la propria ricerca personale. Spesso attraverso i figli o i nipoti si può essere stimolati a guardarsi intorno, come viene raccontato nel film di Bergman “Il posto delle fragole”, in cui il vecchio professor Borg, accompagnato in un viaggio dalla nuora e anche da tre giovani ripercorrere con loro la propria storia. Un esempio molto significativo è quello di Andrea Camilleri che nonostante i suoi deficit visivi continua a sviluppare la propria curiosità nel costruire nuove storie. Vi è il rischio, come viene messo in luce in un articolo su Science, che dopo una certa età spesso si verifichi quella che è stata definita l’illusione di fine della propria storia per cui non ci si aspetta più nulla dalla vita attuale e dal futuro, come se già tutto fosse stato compiuto. Questo è sicuramente un pregiudizio che occorre saper superare per evitare che la curiosità s’inaridisca e che si dia tutto per scontato.

L'ultima domand ha sempre un carattere più personale. E’ rivolta al signor Massimo Ammaniti. Dialogando con tanti ultranovantenni, con personalità, interessi e storie diverse quali sono “gli insegnamenti” che ne ha tratto?
Con le interviste e col lavoro fatto ho superato molti pregiudizi sull’invecchiamento, ossia considerare la vecchiaia l’anticamera della morte, mentre è un periodo estremamente ricco. I vecchi sono grandi testimoni del passato e della memoria e ci aiutano a ritrovare un filo col passato evitandoci di rimanere appiattiti sul presente.
La loro testimonianza rappresenta un grande insegnamento per le nuove generazioni; ugualmente è importante comprendere che si può continuare a vivere in modo attivo e affrontare l’invecchiamento. Non è vero che sia finita la storia individuale, la vita continua a evolvere e si fanno ancora progetti. Come ha messo in luce Erik Erikson, il grande psicoanalista americano, la vecchiaia rappresenta uno dei cicli della vita umana, in cui si raccolgono i frutti che si sono coltivati nelle fasi precedenti.

la curiosita non invecchia