salvatore biascoSalvatore Biasco- Professore di Economia internazionale. Ha studiato insegnato a Modena e Roma. Premio Saint-Vincent per l’Economia. È stato Vice-Presidente (1992-95) della Società Italiana degli Economisti. Autore del "libro bianco" sull’imposizione sulle imprese che porta il suo nome.

Ho letto il suo libro assumendo come case study o termine di confronto il sistema di sicurezza sociale dell’Italia, trasferendo qui, senza forzature, le sue riflessioni. In questo paese, come altrove, si confrontano capitalismo e democrazia definendo di volta in volta equilibri diversi, in relazione a chi ha più forza a orientare norme e comportamenti, dando vita a strutture economiche e istituzioni diverse. Quali sono oggi rapporti di forza tra i due ordinamenti in Italia in primo luogo, sulla base di quali indicatori?

Non possiamo negare che le politiche siano sempre più andate orientandosi verso una accondiscendenza nei riguardi dell’impresa privata e di chi opera nel mercato; politiche tracciate dall’imperativo alla competitività, interpretato secondo i canoni dettati dall’ortodossia. L’idea che non ci siano alternative priva i cittadini di una vera possibilità di scelta (che, invece, è il sale della democrazia) e fa rassomigliare sempre più le elezioni politiche a concorsi di bellezza. Nel frattempo è decresciuta la forza e il ruolo dei corpi intermedi tra cittadini e Stato, la partecipazione e la rappresentanza diventano appannaggio di una élite, qualche componente essenziale dei diritti di cittadinanza viene meno e una smobilitazione verso la ricchezza e verso le questioni del lavoro creano rapporti di forza squilibrati. La società diviene sempre più oligarchica.

Nelle alterazioni avvenute lei inserisce l’aumento enorme delle diseguaglianze. Queste sono sociali, economiche, professionali, culturali, ma alla fine convergono, interagendo tra loro e modificando gli equilibri, in un unico “contenitore” il cittadino/ persona, che la politica con gli strumenti della democrazia, il tanto “obsoleto welfare” dovrebbe tutelare. Però come lei esplicita nelle sue letture “consigliate” tutto questo è avvenuto non solo senza che ci fosse alcun contrasto, ma quasi con forme di consenso se non di sostegno da parte di chi ne sarebbe stato vittima, la “rana bollita”, come verità inoppugnabili o irreversibili. Perché tutto questo?
I processi culturali contano. Quando i rapporti di forza sono squilibrati e la società è sfrangiata, le élite sono in grado di diffondere la propria visione del mondo, la convinzione che la società è aperta, la ricchezza di alcuni beneficia tutti e che le opportunità ci sono, basta saperle cogliere individualmente. L’individualizzazione della cultura diffusa fa perdere riferimento ai meccanismi sociali e non fa vedere le corrispondenze con i propri simili, privando la società di un elemento di trasformazione e democrazia. Comunque, come dicevo prima, si diffonde l’idea che non vi siano alternative e il conflitto sia inutile individualmente e collettivamente. Pensi solo alla legittimazione dei processi sociali e politici. Questi ne hanno bisogno per riprodursi; hanno bisogno dell’accettazione da parte di masse estese di persone dei suoi esiti. La democrazia fornisce ovviamente una legittimazione quando è inclusiva e partecipata, gli esiti dei processi sono regolati e quando la partecipazione è largamente intermediata da organizzazioni di massa e il conflitto diventa parte dei processi che conducono all’inclusione. La trasformazione della società trasforma anche le fonti di legittimazione e, con essa, il grado di accettazione degli esiti. È indubbio che una qualche legittimazione permanga, altrimenti la società si sfalderebbe e i principi della sua regolazione verrebbero posti in discussione, (e magari sostituiti, in modo conflittuale o rivoluzionario). Eppure la democrazia si è indebolita, le organizzazioni di massa hanno meno ruolo e funzione, le aggregazioni sono più flebili sotto la spinta individualista. Quali sono le fonti odierne di legittimazione sociale e delle istituzioni se non le riconduciamo a fatti culturali? A chi è fuori da questo da questo ambito culturale rimane la protesta, visto che manca lo strumento per trasformare masse di diseredati in classe dirigente e dotarle di diritti, che è stato il ruolo dei partiti di massa tradizionali

Per ritornare al nostro case study il sistema di sicurezza sociale sta diventando un esempio perfetto dell’adozione delle linee di neoliberismo, come nelle grandi imprese: gestione in mano ai tecnici, che nel passo successivo saranno anche avulsi dai territori, burocratizzazione dello Stato che, in veste contrattualistica, detta regole sempre più ingombranti, impoverimento dei servizi e- la “vera sirena” per la destra e la sinistra- la privatizzazione e l’esternalizzazione delle gestioni. Il cittadino diventa prima cliente poi consumatore bulimico di farmaci come di tecnologie avanzate, nelle diagnosi e nelle cure. Sempre nel nostro esempio il cittadino, il paziente, l’anziano fragile chiedono rapporti personalizzati, umanità, relazione, ma incolpano il pubblico di non assicurarli. Perché queste contraddizioni?
A mio parere siamo tutti spinti a sentirci consumatori, ma l’idea di Stato come protettore garante ultimo del nostro benessere e cura non è per fortuna morta.

Lei parla della necessità, per interrompere questa ondata di piena, molto pericolosa perché può tracimare e allagare, di ripensare alcune leve su cui avviare una nuova azione politica: la ricostruzione di nuovi blocchi sociali proprio sul tema eguaglianze/ diseguaglianze, solidarietà e diritti del cittadino, domande – bene comune, bene pubblico e partecipazione- non raccolte dai due referendum sull’acqua pubblica e sulla riforma costituzionale. Una linea politica basata su una controffensiva culturale per ridisegnare un pensiero economico, sociologico, antropologico, un sistema valoriale, che sappia leggere (e non inventare) la realtà sociale. Ci sono questi spazi e queste forze?
Ricostruire un humus culturale alternativo è un compito non facile dopo che idee semplificate si sono radicate nella testa delle persone, dei governanti, delle burocrazie e degli opinion leader. Ricordiamoci, però, che sempre meno i miti su cui si regge questa società sono sostenibili e questo produce una disaffezione che è già in sé una resistenza culturale. Importanti sacche di società esprimono valori di solidarietà e mutualismo nell’impegno a favore di altri, nel dotare di diritti chi non li ha, nella difesa dell’ambiente o altro. Si tratta di espressioni in parte inconsapevoli di socialismo molecolare, che fa fatica a uscire dagli ambiti ristretti in cui si esercita. Resistono ancora pezzi di sindacato. C’è un problema di dare sbocco politico a tutto questo e porlo in un ambito di una visione del mondo alternativa rispetto a quella dominante. Certo una sinistra che disarmi su questo piano (o partiti che la rappresentino che divengono partiti di opinione) non aiutano.

Di norma l’ultima domanda interroga l’intervistato sulle sue opzioni. Nella prospettiva politica i suoi capisaldi- Stato, uguaglianza, regole- dovrebbero essere ridefiniti, oltre che nella struttura organizzativa su alcuni temi: quale socialità del capitalismo, quale riconoscimento e protezione delle fasce deboli, quale progetto di governo, quale spazio del pubblico, quale ruolo dei corpi sociali, quale cultura rielaborata e trasmessa. Se si assume il principio dell’eguaglianza, come valore prioritario, da dove partirebbe?
Da un’imposta patrimoniale che crei condizioni ex ante di riduzione delle differenze e sostituisca i meccanismi che le correggono ex post, dopo che si sono ricorrentemente ripresentate. Aggiungo una postilla a scanso di equivoci. La sinistra non è solo redistribuzione e spesa sociale, è anche, al meglio, la forza capace di creare benessere collettivo da redistribuire progettando la società, anticipando e dirigendo la sua evoluzione e facendo i conti con le trasformazioni in modo da renderla dinamica. Occorre marciare su entrambi i binari.

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