Ha scritto Andrea Riccardi, il carismatico fondatore della Comunità di Sant’Egidio che nel mondo cattolico cresce la “voglia di responsabilità”. C’è delusione per i fallimenti subiti nella stagione della diaspora e dunque c’è un ritorno alla desiderabilità di un nuovo tentativo di proiezione unitaria dei cattolici in politica.

Sono in corso incontri di vario genere riservati e pubblici con esponenti della Santa Sede (non della Cei) e dirigenti di associazioni e movimenti di matrice più o meno confessionale. Giornalisticamente si parla di una  “cosa bianca” la cui epifania dovrebbe avvenire  in autunno  ma è difficile prevedere se si tratterà di una cooperazione rafforzata di sigle oppure di un embrione di partito.

La “voglia” di cui sopra nasce, ma non lo si ammette, dall’insoddisfazione per il connubio degli ultimi anni tra la Gerarchia e il governo di centrodestra, manifestatosi assai disponibile a patrocinare nelle leggi i valori “non negoziabili” esposti dal Magistero (ultimo episodio la legge sul testamento biologico), ma altrettanto portato a dare copertura alle condotte dissolute del premier non meno che alla corruzione diffusa ad ogni livello.

Negli incontri si rivelano disagio per un’asserita condizione d’irrilevanza cattolica nell’ambito pubblico e s’immagina di cambiare le cose con l’immissione d’energia cristiana nel sistema politico. A monte c’è però quella perdurante pregiudiziale d’inagibilità verso le forze del centrosinistra che ha accompagnato la condotta dei vescovi dopo la fine della Dc e che ha portato alla scelta del centrodestra berlusconiano come interlocutore unico, ancorché problematico. Una posizione difficile da mantenere, se non trincerandosi su quella singolare dottrina del male minore, esposta anche da qualche vescovo, per cui dovendo scegliere tra un leader…eticamente disinvolto ma favorevole ai citati “valori” ed un altro leader moralmente rigoroso ma problematico su quei temi non c’era questione: si sceglieva il primo.

Uscire da tale contraddizione è un’esigenza largamente sentita. Lo hanno mostrato le amministrative di maggio e i referendum di giugno. Le masse cattoliche, come si chiamavano una volta, non hanno votato secondo Silvio e neanche secondo Umberto. Di qui l’esigenza di una risposta che, nei suoi termini generali, non può che essere condivisa, almeno,    da quanti non stanno in politica per curare i propri affari ma per dare una mano per il bene comune. Una più intensa testimonianza dei credenti di certo fa crescere la solidarietà, la condivisione, l’accoglienza, la ricerca della giustizia e della pace; e mette in crisi le lamentate defaillances d’etica pubblica.

Il punto critico riguarda il “come”. Ed è una questione storica dell’area cattolica, presente già ai tempi della Democrazia Cristiana, con il Concilio, la dichiarazione d’autonomia delle Acli (1969), il Convegno ecclesiale del 1976 su “evangelizzazione e promozione umana”. Si ripropose allora un dilemma che aveva avuto corso nell’immediato dopoguerra: cattolici in un partito o cattolici nei partiti? Ed anche se di fatto il pluralismo delle scelte era già largamente praticato (Pajetta diceva che il Pci era il secondo partito  cattolico) ragioni di prudenza o  di convenienza indussero la gerarchia a contrastare le istanze della comunità e ad  insistere sulla pista unitaria, tacitando od ostacolando esperienze e tentativi di diversa proiezione, nel migliore dei casi ridotti alla difensiva, nel peggiore al silenzio.

E’ la considerazione dei precedenti che impone a chi  intenda riproporre in forme aggiornate l’idea di una formazione politica d’ispirazione cristiana l’obbligo di confrontarsi con l’intreccio storico tra Gerarchia e sistema politico italiano nelle sue luci e nelle sue ombre, mettendo in chiaro le responsabilità accumulate durante e dopo la vicenda democristiana. Se si eccettuano parentesi precocemente rimosse, come il convegno sui “mali di Roma” e qualche incontro della “Cattolica” sotto Lazzati, non c’è stata un’occasione corale  e definitoria in cui nel Popolo di Dio si sia tentata una verifica della qualità dei saldi.  E tale rimozione cognitiva ha reso deboli le basi d’ogni “novità” proposta all’opinione pubblica: dai “valori non negoziabili” al “progetto culturale” all’istanza di una classe dirigente  “nuova” per competenza e coerenza.

E’ dunque corretto sostenere che dentro la transizione italiana c’è da ricomporre una transizione cattolica fatta di tentativi e di speranze ma anche di ristagni e delusioni. Un esempio: la “Settimana sociale” dello scorso anno aveva per un verso superato lo schema della cittadella assediata dal relativismo e si era cimentata nella predisposizione laica  di  un’agenda sociale volutamente pragmatica che aveva suscitato interesse nell’ambito della sinistra riformista. Si dimostrava che non c’era bisogno di creare uno strumento d’impronta confessionale per influire sulle scelte fondamentali: il lavoro, la famiglia, il mezzogiorno, l’immigrazione ecc.

Per quello che se ne arguisce dalle cronache, i promotori della “cosa bianca” la stanno immaginando come un movimento di dottrina sociale cristiana, assumendo cioè il patrimonio dell’etica sociale della Chiesa come l’equivalente di un progetto politico, senza bisogno di ulteriori mediazioni. Anche quest’idea non è nuova, pure se oggi si fa leva su uno strumento moderno, come il “Compendio” della dottrina sociale della Chiesa, con il corredo di evocazioni suggestive come il Codice di Camaldoli e la lezione di Sturzo. Riferimenti corretti, ma con qualche precisazione.

Innanzitutto va ricordato che la dottrina sociale comprende anche l’insegnamento di Papa Giovanni (che non è esplicito nel Compendio) sulla distinzione tra ideologie e movimenti storici e sulla differenza tra l’errore e l’errante, come fattori propedeutici alla cooperazione “sulle cose buone o riducibili al bene”. Quanto al Codice di Camaldoli, redatto come fondamento del “nuovo ordine” da far succedere al fascismo agonizzante, va ricordato che, come le coeve “Idee ricostruttive” di De Gasperi  esso riflette la dottrina di Pio XI sul ruolo dello Stato come rimedio alle crisi  economico-finanziarie (1929). E così pure  su Sturzo non si può omettere che rivendicò l’autonomia politica del suo Partito Popolare rifiutando di chiamarlo “cattolico” perché “partito vuol dire parte e cattolico vuol dire universale”. Accenti che si ritrovano nella scuola di Aldo Moro.

Alle difficoltà elencate vanno poi aggiunti l’impoverimento dei gruppi dirigenti associativi, riassorbiti nel leaderismo dei “movimenti”, il graduale prosciugamento delle sorgenti formative tradizionali, il sostanziale fallimento delle scuole diocesane di politica che fiorirono negli anni Novanta e rapidamente si estinsero (un’analisi delle cause è ancora da venire) con il corollario di una visibile disattenzione per un’educazione alla politica che sia ad un tempo saldezza sui principi e capacità di mediazione. Si tratta di condizioni strutturali da verificare prima di immaginare di caricare su di esse una sovrastruttura partitica che, se parte, non può permettersi il fallimento. Tanto più che il tutto andrebbe a gravare su gruppi dirigenti che non vengono alla luce oggi, sull’onda di un movimento dal basso, ma sono tutti da tempo istituzionalizzati e in parte almeno vocati ad un’autoreferenzialità che non promette cose buone.

Se ne può trarre una conclusione? Ecco: l’impresa non sarà vana se si eviterà di prendere il problema dalla coda (il partito) ma ci si concentrerà sull’alimentazione di un pensiero che aiuti  tutti, nel confronto onesto, a leggere i segni di questi tempi.