renata rizzoViviamo più a lungo, questo è vero, ma come? I nostri ‘vecchi’ sono ancora riferimento alle nostre scelte o piuttosto hanno fatto il loro tempo e vivono, appunto, in solitudine ‘quel che resta del giorno’? Soli e soprattutto di ostacolo ai più.
Questa mia riflessione ha trovato riscontro in un buon film, una commedia agrodolce, delicata e pungente, di un regista svedese. Un film che ha al suo attivo molti premi e la candidatura all’Oscar 2017 per il miglior film straniero che perse per un pelo ma non è questo il punto: in ogni forma artistica fa fede quello che ognuno di noi riesce a elaborare di quanto vede. Parlo di (A man called) Ove del regista Hannes Holm, uno dei registi più amati in Svezia, pressoché sconosciuto da noi, nelle sale italiane dall’ottobre 2017.

Ove è stato pensionato da poco dall’azienda automobilistica Saab che gli ha dato il benservito dopo 43 anni di servizio e rappresenta lo stereotipo dell’anziano iracondo che rompe le scatole a tutti, non a caso è definito dal vicinato “amaro come una medicina” (scopriremo in seguito essere la corazza di un giovane molto timido con un vissuto assai tragico), che con il suo atteggiamento insopportabile imperversa nel suo quartiere di villette molto svedesi di cui fino a poco prima era stato supervisore maniacale.
Questo il quadro cui si aggiunge la scomparsa recente dell’amatissima moglie fulcro della sua esistenza. Ove si lascia vivere nel malanimo, insopportabilmente solo e scoraggiato, estraneo al mondo che non riconosce nei suoi cambiamenti e dove, a conferma, l'unica sua interlocutrice resta la moglie cui porta quotidianamente i fiori (non capacitandosi del perché debba prendere due mazzi scontati quando lui ne vuole solo uno al prezzo giusto, carino il battibecco con la fioraia!) e racconta le sue giornate monocordi seduto accanto alla tomba.
Ove: “ Non importa ciò che facciamo in vita, mai nessuno ne è uscito vivo”.
In una delle prime sequenze lo vediamo vestirsi di tutto punto, probabilmente è l’abito del matrimonio, poi salire su di uno sgabello damascato, infilare la testa in un cappio che pende dal soffitto del soggiorno, infilarci la testa, un attimo di titubanza e... il destino ci mette lo zampino con l’arrivo rumoroso di nuovi vicini. Ove è costretto a desistere: troppo forse il suo istinto di rimettere tutti in riga. Si trova di fronte una famiglia mista composta da una giovane immigrata iraniana Parvaneh, suo marito un po’ frastornato, e due bambine.
Nell’arco di pochi giorni, Ove ritenterà per altre due volte di porre in atto il suo suicidio ma verrà puntualmente interrotto da nuovi contrattempi la cui causa è sempre Parvaneh che coinvolgendolo nei suoi accadimenti quotidiani, lui inizialmente riluttante, gli fa ritrovare fiducia in se stesso e nella vita rendendolo più malleabile tanto da ricucire antichi rancori e riscoprire la voglia di vivere e il piacere di una risata.
Parrebbe un déjà-vu cinematografico che racconta di anziani protagonisti un po' matti alla Jack Nicholson in A proposito di Schmidt, anche questo da vedere, ma l’intelligenza di questo film è quella di riuscire a saltare nel tempo senza perdere di concretezza, anzi guadagnando un invidiabile spessore emotivo. Le digressioni riportano fino a cinquanta anni addietro, nella Svezia degli anni Sessanta, alla ricerca del tempo perduto e dell'infinita tristezza e sofferenza di Ove bambino.
Non voglio aggiungere altro anche perché Mr. Ove è l'adattamento del romanzo L'uomo che metteva in ordine il mondo pubblicato in Italia da Mondadori nel 2014. L’autore Fredrik Backman, giornalista e blogger di successo, ha creato il personaggio immaginario di Ove inizialmente per il suo blog ma il successo è stato tale che i lettori gli hanno chiesto di trasformarlo nel protagonista di un romanzo.
Trailer ufficiale del film:
https://youtu.be/BfgnyE2IY7M

 


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