LicalziCHECOSA Questo è un romanzo. L’io narrante è un vecchio di 82 anni, Tommaso, ricoverato in una casa di riposo da quattro anni, dopo essere stato colpito da un ictus.
In “Cosa ti aspetti da me?- Non è mai troppo tardi per lasciarsi stupire” ( best BUR) l’autore Lorenzo Licalzi racconta con estrema puntualità la vita all’interno di una Casa di riposo, con continui flash back sul mondo esterno. Il suo protagonista, Tommaso, è uno di quei tanti vecchi all’improvviso vedono la propria vita sfracellarsi a terra, non metaforicamente, per un improvviso malore.
Licalzi ha studiato bene quel microcosmo, purtroppo quasi generalizzato, che si sviluppa all’interno di una residenza per anziani non autosufficienti. Ha fondato e diretto una Casa di Riposo in Liguria.

Attraverso il suo Tommaso lo racconta con ironia e cinismo, senza alcuna pietà per tutto quell’universo, dagli anziani ai famigliari, dagli operatori ai volontari.
La sua narrazione della vita nella struttura, delle sue reazioni alle logiche dell’istituzione, del rapporto con il personale potrebbe essere assunta come la conseguenza pratica di quelle azioni e quei comportamenti degli operatori adottati come esempi per spiegare la psicologia maligna di Tom Kitwood di cui abbiamo parlato in altra sede.

Forse Licalzi ha letto proprio quel testo “ Riconsiderare la demenza”, perché li menziona tutti: appellare il vecchio con un “nonnino”, imporre la logica del “pannolone”, apostrofarlo se non individua subito quale operatore deve chiamare per essere accompagnato in bagno, occuparsi e parlare di lui, come se non fosse presente, redarguirlo se, per le sua mancanza di autonomia, non esegue correttamente alcune azioni come portarsi il cibo alla bocca.
Poi ci sono anche le stupide regole delle istituzioni: mettere le sbarre al letto di uno che non si muove, consumare i pasti in ore impossibili e dopo una cena alle 19 accompagnare subito a letto gli anziani, perché le mansioni di quel turno prevedono questi compiti.
Tommaso però sembra riassumere in sé ciò che di meno incanalabile e identificabile possa esserci.
E’ stato un brillante fisico nucleare, ha studiato e lavorato in Inghilterra con prestigiosi scienziati e al ritorno a Roma è entrato nel famoso Istituto di Fisica nucleare di via Panisperna.
Ha sposato una ragazza inglese e da lei ha avuto un figlio David.
Tommaso però ha sempre inseguito il suo sogno di fare una scoperta importante e sino alla fine, anche in Casa di Riposo, sente che è arrivato a sfiorare la conquista, senza mai riuscirci. Poi la vita ha portato le sue disgrazie, la morte del figlio a cinque anni in un incidente stradale per colpa di un pirata della strada poi fuggito. La moglie Karen muore per un tumore sulla soglia della vecchiaia e quando arriva l’ictus Tommaso si rende conto che non avendo mai pensato a far soldi ma solo a studiare non ha abbastanza disponibilità economica per pagarsi un aiuto in casa, ma nemmeno una casa di riposo di lusso. Può permettersi solo una struttura un poco più elevata di quelle pubbliche per i poveri, da pagare con l’affitto che gli deriva dalla sua casa.
Dentro in quella casa di riposo, imprigionato in un corpo che non gli risponde più, l’essenza della sua persona non è cambiata nel bene e nel male. La sua anima, lui dice, è ancora quella del bambino e dell’uomo che è stato.
E’ rimasto lo stesso uomo, che non sopporta ipocrisia e soprusi, che vorrebbe avere un po’ di intimità e non condividere la stanza con altre tre persone, perché quella singole o a due letti sono troppo care, con un’ironia spietata nei propri confronti come verso gli altri.
Le sue descrizioni della giornata tipo, delle visite dei parenti, delle Feste tradizionali celebrate all’interno della Casa di Riposo, delle manie e strategie di sopravvivenza degli anziani, degli atteggiamenti melensi e ruffiani dei volontari e del finto interessamento dei medici sono una fotografia purtroppo realistica di questi ambienti, anche se qui concentrati.
La sua inflessibilità e paura delle falsità però gli impone di allontanare anche le persone che sinceramente vorrebbero aiutarlo o stagli vicino: dal fisioterapista scanzonato e allegro, al suo allievo degli ultimi periodi di insegnamento.
Può permettersi il privilegio dell’irriverenza ma pagare anche tutto lo scotto della solitudine e della continua lotta contro tuto e tutti.
Tommaso non regge e non dialoga con nessuno e non fa alcun sforzo per migliorare la propria condizione fisica.
Poi finalmente uno spiraglio: per fortuna che c’è Elena.
L’ingresso di questa nuova residente rompe le difese, anche se con lo ammetterà mai.
Tommaso s’innamora e cambia il suo orizzonte sino ad accettare di tornare a far visita al suo Istituto e tornare a guardare nel telescopio dell’Osservatorio di Monte Mario.
Elena pur avendo avuto una vita difficile e priva di affetti è serena tranquilla, equilibrata e il vecchio “antipatico e cattivo, cinico e disincantato, irriverente, scorbutico” si arrende. Si arrende alle carezze e alle dolcezze, alla gita collettiva e alla Festa di compleanno, alla gelosia e alla fiducia verso gli altri. Però in uno sprazzo del suo disincanto chiede ad Elena “ Cosa ti aspetti da me?” .
Poi mi fermo qui perché non si può svelare la fine.
E’ un romanzo scorrevole, facile che l’occhio irriverente del protagonista salva da una narrazione pietosa e pietistica.
Gli espedienti narrativi “ i trucchi scenici” svelati alla fine rendono il romanzo piacevole. Può essere letto su due piani: uno da lettore di libri d’attualità e l’altro- deformazione professionale- da manuale da proporre nei corsi di formazione degli operatori.
Un professore di Fisica nucleare non può essere appellato “nonnino”!

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