manuela vaccariIL TEMPO DELLA CREAZIONE***
Quando ho saputo [1] che mia figlia aspettava un bambino, la gioia è stata per lei: sentivo che finalmente realizzava ciò che desiderava, che aveva conferma della sua integrità, della sua salute e della sua capacità generativa. Per me ho provato il sentimento della fine di un’epoca: come un completamento, un ciclo che si chiude. Ho pensato a un passaggio storico, al compimento della mia opera di madre, perché da ora mia figlia si sarebbe trovata al mio posto e io in una nuova posizione. Grazie a Francois Fleury [2] , etnoterapeuta e studioso di culture, ho ritrovato questa visione rappresentata tra le donne Kabil, dell’Algeria. Hanno un proverbio che recita: l’opera di una madre si conclude quando la figlia diventa madre a sua volta[3] .

Ha qualcosa di rassicurante questa immagine, che mi fa sentire ante-nata, venuta prima, investita di una posizione di nume tutelare, che può contemplare la vita che scorre, dall’alto di chi ci è già passata. La mia opera di creazione è finita, ora può compiersi quella di mia figlia. Mi dico che vivrò in modo nuovo, forte della mia anteriorità [4] , rassicurata dall’autorità che ho raggiunto per il fatto di essere venuta prima nell’ordine della genealogia, e che mi sarà riconosciuta.
Mi torna in mente Letizia Comba [5] , la mia maestra all’università. Con il suo fare esemplare si autorizzava a ribaltamenti e a gesti inusuali, anche in contesti formali e accademici: diceva semplicemente, con regalità - Io ormai sono una nonna, posso permettermelo.
Questa rappresentazione di glorioso coronamento di un’epoca si interrompe già prima della nascita: mi ritrovo al cospetto della sofferenza di mia figlia, in un’attesa che sa e teme il rischio della morte. Il venire alla luce della nuova creatura, il suo passaggio attraverso il corpo e il dolore della madre, la mia bambina, mi riporta nel passato e dentro il tempo della generazione.
Lo dice bene Lalla Romano, quando descrive l’arrivo del nipote.
Quello che stavo vivendo: avevo saputo fin dai primi giorni essere tensione, fatica, paura; ma anche altro. Una avventura estrema...
avevo l’impressione di essere sommersa da qualcosa di enorme.[6]
Grazie al testo di Milagros Rivera, realizzo che l’immagine di creazione come processo in sé compiuto mi arriva dalla mitologia ebraico-cristiana: la Bibbia propone una narrazione della generazione come opera divina, finita, lineare. Una creazione completa, che si realizza in un tempo a cui segue il riposo. L’autrice evidenzia come il tempo scandito nel racconto biblico non corrisponda all’esperienza della generazione femminile e al suo vissuto di nonna.
Il racconto biblico intitolato Genesi (Generazione, Creazione) descrive come il Dio del popolo ebreo, al principio di una modalità storico-mitica del patriarcato, comandò attraverso il logos (parola o cifra) che si facessero nel giro di sei giorni il mondo e la creatura umana, uomo e donna, riservandosi il settimo per riposare una volta conclusa la sua opera, opera di creazione che egli considerò soddisfacente.
Sono nonna di due bambine, sorelle, di uno e cinque anni, figlie di mia figlia, e so per esperienza che la nozione di creazione descritta nella Genesi e nella tradizione che l’ha tenuta viva durante moltissimo tempo (fino al logo di Apple), non corrisponde per niente alla mia esperienza femminile di creazione. Non vi corrisponde nella pretesa di creare dal nulla o dal fango della terra, non vi corrisponde nella nozione ordinata, gerarchica e consecutiva del tempo di creazione, non vi corrisponde nella nozione di comandare che si crei, e non vi corrisponde nella nozione di tempo di riposo.
C’è nella mia esperienza femminile di creazione e di tempo di creazione un patimento (nel senso di «passare per»)...[7]
Sperimento su di me quanto la creazione femminile è radicata nel corpo – nella maternità – nella catena di corpi che mi hanno dato origine, nella genealogia che ora mi situa nella nuova posizione di nonna. Questo tempo, caratterizzato dal passare attraverso i corpi, non è lo stesso della rappresentazione mitica né del mondo sociale: Milagros Riveira evidenzia l'incompatibilità fisica e simbolica di questo “tempo del tutto”, non visto dalle nostre organizzazioni produttive. Come conciliare l’accudimento e la cura, che chiedono una disponibilità totale, non separabile in unità discrete, con le rigidità organizzative della vita professionale?
Per me, che lavoro e abito lontano da mia figlia, inizia un tempo di viaggi, di tempi risicati ad altro, di invenzioni burocratiche per ottenere qualche giorno di assenza dal mio servizio a scuola: il motivo di essere nonna non è previsto da nessuna contrattazione.
Prendo un giorno per salute, perché devo fare gli esami del sangue. Il mio pensiero è finire velocemente, così posso arrivare a Milano, mi presento presto all’ospedale per liberarmi in tempo e prendere il treno. Quando arrivo c’è una sala piena, una lunga fila, ho il numero 60, con 50 persone davanti, mi prende lo sconforto. Mi siedo vicino agli sportelli, osservo con attenzione e aspetto un numero assente: chiamano il 20, mi guardo intorno, non c’è nessuno che si avvicina, forse qualcuno ha sbagliato biglietto o è andato via, mi intrufolo, il cuore che batte. Nessuno si è accorto, mi vergogno del mio espediente, ma devo arrivare al treno. Il prelievo del sangue è un attimo, alle 8,30 ho già finito, faccio colazione al bar, prendo il treno delle 9, alle 11 sono da mia figlia, che mi aspetta per affidarmi la piccola e poter uscire.
Mi vergogno del mio inganno, mi dico che sono una nonna poco etica, mi chiedo come è possibile che mi ritrovi a giocare su simili espedienti, in preda a questo desiderio che mi spinge verso mia figlia e mia nipote.
Espediente è un attributo di Eros: nel mito platonico [8] Amore è descritto da Diotima come audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar inganni d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole. Mi rendo conto di sentirmi così, trasportata come un’innamorata verso mia figlia e mia nipote, in preda alla tensione di stare loro vicino, a qualsiasi costo.
La qualità totale della passione, come vero e proprio Eros, è ben chiara nella coscienza della donna innamorata: e, mentre per essa si perde, ne segue con lucidità il processo.[9]
Così Pier Paolo Pasolini, seguendo il romanzo di Lalla Romano, descrive la passione della nonna per il nipote. L’autore riprende i passi che dicono un autentico trasporto erotico della donna vecchia verso il bambino, a tratti insensato, folle.
Emiliano ed io eravamo dunque la terza coppia: le due età estreme. E pure amorosa.
...Ma io non sapevo sormontare la seccatura. Lo amavo dunque di meno, meno bene, meno generosamente. Come è proprio della passione, appunto.
...E se (i suoi genitori) non tornassero? Una punta di tentazione incredibile si infiltra... Sarebbe tutto nostro. Il fantasma di una gioia selvaggia ammicca sul bordo della follia.[10]

IL RI-SENTIMENTO

Mi trovo a parlare con un’amica: eravamo vicine quando i nostri figli, che hanno la stessa età, andavano insieme all’asilo nido. Ora anche lei è diventata nonna, in una coincidenza di tempi che ci riporta vicine, a condividere la nostra esperienza. Luisa descrive il suo sentire di un ciclo che non si conclude, ma che riporta in vita, con la nuova nascita, sensazioni e immagini di cicli precedenti, che si ripetono in una specie di caleidoscopio.
Diventare nonna è la macchina del tempo, non quella dei film, quella vera!
Mio figlio, il mio bambino, adesso è padre, ora ce n’è un altro piccolo, che è uguale a come era lui, e intanto lui è adulto. Ma io l’ho conosciuto così, per me lui è piccolo, ti ricordi quando li portavamo al nido, e ora è grande e al suo posto c’è un altro... mi sembra un sogno.
Ritrovo questa sensazione di sovrapposizione di tempi e di immagini descritta nel libro di Lalla Romano, Le parole tra noi leggere, dedicato alla relazione con il figlio. L’episodio è quello del ritrovamento di un cartello scritto dal bambino, che aveva appeso alla porta del padre la scritta “Cattivo”.
Come lo ha divertito, la scoperta di quel cartello! Per noi quello di allora è il medesimo di ora, ma per lui è un altro.[11]
Mia figlia adulta che genera è la stessa bambina che ho generato, lei medesima che diventa altro, madre a sua volta, al mio posto. E’ un rivolgimento difficile da calare nella realtà: assomiglia ad un sogno, perché nella memoria si sovrappongono le immagini, le stesse persone in tempi diversi, come è ora e insieme come era alla nascita, lei che è diventata un’altra.
Per la madre la vicenda con la nonna è stata la stessa, uguale. Lungo la genealogia femminile, una catena ininterrotta trasmette le impressioni primordiali dell’ingresso alla vita umana.
E nella riconoscenza ci avvicina tutte come in un punto solo.[12]
Cerco il modo di nominare [13]queste sovrapposizioni di immagini e di sensazioni che ritornano: trovo la parola ri-sentimento. Nel linguaggio comune e negli studi psicoanalitici il termine è caricato di significati negativi, usato come sinonimo di rancore, astio, invidia. Invece io vorrei riprenderne il significato etimologico, di farsi vivo, sentire ancora[14], che si conserva nell’uso medico: ri-sentire ancora gli effetti dolorosi di un trauma, in uno stato di sofferenza per lo più lieve[15] . Nella ricerca sulla parola, trovo che in tedesco risentimento si dice Groll, ruggine: l’immagine mi convince. Sentimenti lontani, arrugginiti dal tempo, legati alla nascita, alla prima infanzia, ritornano al presente, riportano in vita l’eccitazione, l’energia, ma anche i dolori, le paure, i traumi. Irrompe il tempo dell’inconscio, ripetitivo, che si sporge sul passato e sul futuro e rimette in circolo sensazioni e oggetti che appartengono ad altre epoche.
Mia sorella ha conservato i golfini che mia madre aveva fatto a mano, ai ferri, per i suoi figli, ormai grandi. A me ritornano le sequenze di immagini della mia infanzia, i racconti di famiglia, le fotografie in bianco e nero di quando ero bambina. Penso alla nascita di mia madre, alla sua infanzia, rivedo gli sguardi inquieti ed enigmatici che mi rivolgeva quando aspettavo mia figlia: adesso mi riconosco nella stessa inquietudine, nello stesso sguardo interrogativo. Mi viene il desiderio di scrivere, di tenere memoria di queste storie femminili che si ripetono incessantemente, ogni volta diverse e anche identiche. Mi riprometto di raccogliere la storia della vita di mia madre, da quando è arrivata nella sua famiglia fino alla mia nascita: penso che la scriverò come una fiaba, per la piccola che arriva ora alla vita, perché sappia la storia – per me leggendaria - dell’antenata che non ha conosciuto.
Sono fatta di ricordi, mi sento fragile, trasparente alle emozioni, ri-attraversata dai legami che mi hanno costruito, che riemergono insieme all’esperienza della trasformazione.
La psicologa Monique Bydlowski descrive la condizione di trasparenza psichica [16] del periodo della gravidanza, che favorisce nelle partorienti l’accesso alle rappresentazioni inconsce e alla costruzione dei legami; ma, nello stesso tempo, mostra la vulnerabilità psichica di fronte alle vicende che l’evento parto-nascita comporta.
Trovo che sia successo qualcosa del genere anche a me, che mi rende più trasparente, meno solida.
Sento che la nascita di mia nipote ha a che fare con mia madre, la nuova vita che inizia è legata alla sua morte, che sono passaggi della stessa natura. Quando provo a dire questo sentimento ambivalente, di grandezza tragica e spaesante, trovo sguardi stupiti, come se io fossi diventata strana:
Non l’hai presa bene, vero?
Mi sa che diventare nonna ti ha depresso, un effetto di scompenso psicotico...
Ho ringraziato la scrittura di Lalla Romano, che sa descrivere la perdita di lucidità: lei è stata capace di dire questa sovrapposizione che sembra assurda, che anche intorno a lei suscita l’incomprensione, anche da parte dell’uomo che ha vicino.
Una volta dissi a Innocenzo:
- Questo tempo con Emiliano mi fa pensare a quando la mamma moriva.
- Non capisco.
- Lo so, sembra assurdo.
Anche allora avevo l’impressione di essere sommersa da qualcosa di enorme.
Sapevo che tutto sarebbe finito e che non ci sarebbe stato mai più...
Ora vorrei conservare per sempre lui come è, fuori dal tempo che lo muterà.
Per la mamma volevo quella di prima, e per sempre.[17]
Emerge forte in me il senso di un tempo che non tornerà mai più, una fretta a stare nell’atmosfera di tenerezza e di desiderio suscitata dalla neonata: sono già piena di pensieri di quello che verrà, di come cambierà. Perché io ho già vissuto la crescita di mia figlia, so i ribaltamenti, le fatiche, i drammi, il senso di impotenza, così lontano dal sentimento onnipotente che mi sorreggeva come madre. Trovo in Lidia Ravera un cenno a questa mia impotenza, delle madri vecchie:
Non posso fare a meno di provare una fitta di tenerezza quando guardo una madre giovane prendersi cura di un bambino piccolo. È come un dolore lacerante e dolce, uno di quei dolori che si accompagnano al piacere e ne costituiscono la struttura profonda.
"Come siete belli" ho detto...
Penso all'impotenza delle madri vecchie.
Ho detto a Chelsie, che baciava Cody tra le gambe per farlo ridere: non sarà sempre così. Non avrai più il seno per nutrirlo e l'abbraccio per farlo smettere di piangere. Sarà un estraneo terribilmente amato che non potrai consolare in nessun modo. Potrà avere ancora bisogno di te. Non più desiderio.[18]

***Questo saggio è inserito nel libro:  Mario Gecchele ( a cura di) La nonnità, edizioni Quiedit, Verona 2018. L'autrice è stata autorizzata a divulgare separatamente questo testo, citandone la fonte. Manuela Vaccari  ha già scritto per  Perlungavita.it qui 
Il saggio sarà pubblicato suddiviso in tre parti nei prossimi aggiornamenti. In questo numero di giugno la prima parte.

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[1]               Scrivo questo testo dalla mia posizione di nonna; nomino quindi le persone, in relazione di parentela, a partire da me: mia figlia, mia nipote, mio padre. Parlo di mio genero, anche se mia figlia non è sposata, perché non abbiamo ancora parole che dicono in altro modo le relazioni delle coppie di fatto; nomino il padre di mia figlia come mio ex marito, anche qui in assenza di altre definizioni.
C’è un vuoto di parole per le nuove forme di legami che abbiamo costruito: me ne ero già accorta come madre, al momento della separazione e del divorzio. La nostra generazione, che ha contribuito a scardinare le forme tradizionali della famiglia patriarcale, non ha inventato nuove parole per dire quello che accade. Ritengo si tratti di un vuoto semantico, di significato, di modelli e di pensiero: sento che diventare nonna in questa situazione è come entrare in un mondo che prima non esisteva, un’esperienza umana che si presenta in questa forma per la prima volta.
Manuela Vaccari, PhD in scienze della formazione e dell’educazione degli adulti, Università di Verona.
[2]          François Fleury, etnoterapeuta, cofondatore di Apartenance, Lausanne.
[3]          Lacoste Dujardin, Camille. 1996. Des Mères Contre Les Femmes. Paris: Edition La Decouverte.
Nel testo della Lacoste Dujarden, l’opera della madre si conclude quando la figlia entra nella casa del marito: nelle culture patriarcali della tradizione mediterranea, la sposa si trasferisce nella famiglia del marito e si affida per l’accudimento del neonato alla suocera e alle donne della linea paterna. L’autrice studia e descrive il conflitto che si instaura tra nuora e suocera, rispetto alla funzione materna e al potere sul marito. “...in una società patrilineare e patriarcale, con una dominazione affermata degli uomini sulle donne, una categoria di donne, le madri dei figli maschi, hanno incarnato il ruolo delle grandi ministre di questa dominazione degli uomini e dell’oppressione femminile… Questa ideologia patrilineare e patriarcale è ancora vivente in Maghreb, e le sue tracce non sono del tutto scomparse dalle nostre rappresentazioni sociali a Nord del Mediterraneo”.
[4]           In ogni cultura, il principio di autorità si fonda su condizioni che evolvono nel tempo. Ma, al di là di queste evoluzioni, poggiano su una struttura invariante. Questo principio universale «funziona, come spiega l’etnologa Françoise Héritier, a partire dalla coppia autorità-anteriorità: l’anteriorità, l’anzianità – in altri termini, il preesistente rispetto al giovane – rappresenta automaticamente una fonte di autorità. Se l’anteriore rappresenta l’autorità, non è perché l’adulto sia dotato di una qualità personale particolare, ma perché incarna la possibilità di trasmettere della cultura: se questo è stato, se ciò che viviamo è, allora sarà anche nel futuro. Questo principio di autorità-anteriorità non esclude la novità e il cambiamento, ma semplicemente dà un ordine all’evoluzione attraverso la trasmissione e la responsabilità comune, assunta da tutti quale garanzia della sopravvivenza della comunità»
 Ottaviano, Cristiana. 2014. “Grandparents and Nephews : Active Ageing as Social and Family Resource Nonne / I E Nipoti : L’ Invecchiamento Attivo Come Risorsa Familiare E Sociale Nell’ Epoca Delle Passioni Tristi .’” Formazione Lavoro Persona IV (11): 1–9. pag. 40.
[5]           Letizia Comba. Cfr: Tessere. Scritti, 1967-2000, a cura di Manuela Vaccari, Alberto Sacchetto, Caterina Spillari, Gabriella Baiguera. Milano, Il Saggiatore, 2009.
[6]          Romano, Lalla. 1978. L’ospite. Einaudi. Questo romanzo di Lalla Romano, che descrive la relazione con il nipote Emiliano, segue e completa il più famoso “Le parole tra noi leggere”, sul rapporto con il figlio. E’ pubblicato da Einaudi, nella collana per la scuola, suggerito come lettura per pre-adolescenti, che non credo possano apprezzarlo. Per la lucidità, la grazia e la precisione delle descrizioni, è invece un documento prezioso per le donne che affrontano l’esperienza di diventare nonne.
[7]          Milagros Rivera Garretas,M (2014). Horarios incompatibles de la experiencia de ser abulea. www.diotimafilosofe,13
[8]        Platone, Simposio: “Che è dunque, o Diotima?”. “Un demone grande, o Socrate. E difatti ogni essere [e] demonico sta in mezzo fra il dio e il mortale”. “E suo padre e sua madre, domandai, chi sono?... Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista.”
[9]      Pasolini, Pier Paolo. 1996. “Lalla Romano. L’ospite.” In Descrizioni Di Descrizioni. Milano: Garzanti. Pag.171
[10]      Romano, Lalla. 1978. L’ospite. Einaudi.
[11]      Romano, Lalla, 1969, Le parole tra noi leggere, Einaudi, Milano, pag. 26
[12]        Comba, Letizia, introduzione a Donne Educatrici, 1996, in Tessere, Il Saggiatore, Milano, 2011, pag. 259
[13]        Tra i vari tentativi di nominazione dell’esperienza essere nonni, trovo l’espressione freudiana, di “rovesciamento delle generazioni”. In Giacometti, Umberto, Anna Stefani, and Gabriella Vaccher. 1978. “L’imago Dei Nonni Nei Disturbi Infantili.” ATTI DELL’ACCADEMIA ROVERETANA DEGLI AGIATI 16/17: 226.
[14]         Il risentimento è un "sentire ancora, di nuovo", un ritornare incessantemente sul proprio stato emotivo. Fraia, Guido Di. 2012. “LE TRAME DEL RISENTIMENTO.” In L’umano Risentire, 1–48. Ledizioni.
[15]          Vocabolario Treccani online.
[16]           Monique Bydlowski, citata in Grigio, Monica. 2009. “Psicologia clinica e ostetrica : L’esperienza di una maternità ospedaliera” In “PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA DELLA PERINATALITA’- Cure Materne E Sviluppo Del Futuro Individuo” , 9-10 Ottobre 2009, Università Degli Studi Di BRESCIA -, 11–20. Brescia.
[17]          Romano, Lalla. 1978. L’ospite. Einaudi, Milano, pag. 112.
[18]          Ravera, Lidia, 2017, Il terzo tempo, Bompiani, Milano, pag. 466, 467

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