“Legami di cura” rimandano subito ad altre situazioni: relazioni, confronti, contaminazioni, intrecci tra le persone, servizi, tradizioni, prestazioni.
In questo nuovo libro sui temi della longevità e della comunità, dopo “Abitare l’invecchiamento” Rosita Deluigi, mantenendo il suo sguardo pedagogico sul tema, mette sotto i riflettori le badanti, questa figura sempre un po’ trasparente, delineata per ciò che fa e mai per ciò che è.
Esistono tanti libri sulle badanti, in particolare per sottolineare, come madri, il dramma che hanno alle spalle dei figli abbandonati, “gli orfani bianchi”. Oppure il libro “meravigliato” di qualche buona penna che, per esperienza diretta, scopre che dietro la badante c’è la persona. Pochi sono quelli sulla donna, la lavoratrice, la migrante, l’essere umano.

La scelta dell’autrice di inserire nelle pagine, come soggetti dialoganti e primi attori, a pari diritto, i componenti di una famiglia “allargata” restituisce, più che tanti discorsi, la presenza come componente del nucleo a tutti gli effetti della badante.
Apre il libro un capitolo “ I protagonisti”. Sono Emma, una signora di 92 anni, la sua famiglia (che non abita con lei) con la figlia Adele e il nipote Filippo, studente universitario, molto legato (legami!) alla nonna, presente, attivo, complice.
Poi c’è Gina la badante rumena, 41 anni, con studi superiori, una famiglia: un marito “fantasma”, una figlia Alina di 18 anni da una precedente relazione e un figlio Bogdan di 11, una madre investita del ruolo di vicemadre. Di lei apprendiamo molte informazioni: come è maturata la partenza per l’Italia, come vive la sua permanenza con il pensiero ai figli, ma anche alla vecchia signora che assiste, il suo sforzo per estendere la funzione di “badante” anche fuori dall’abitazione e dalle prestazioni di cura e assistenza.
Tuti questi protagonisti sono i lettori e commentatori di ciò che sta avvenendo in quella casa, ma anche nella comunità. Sono lo specchio- il feedback diremmo oggi- ma anche i suggeritori della ricercatrice Rosita De Luigi.
L’autrice, partendo da un assunto proprio della pedagogia, che stiamo cercando di approfondire in questo e in altri articoli- per cui anche il termine stesso di “vecchiaia” dovrebbe essere sostituito da “longevità” come sintesi di un processo di sviluppo longitudinale di una vita più lunga, non di una stagione- accomuna, come legame indissolubile, l’invecchiamento attivo alla cura. Di conseguenza l’obiettivo nella cura non può limitarsi al superamento della malattia, anche perché spesso è cronica, ma deve concretizzarsi nella salvaguardia di dignità e progettualità, di autonomia e libertà. È un aver cura senza misurare e confrontare il dare e l’avere, ma perché si è scelto di farlo e quindi aperto agli intrecci e alle contaminazioni.
Distinguendo poi tra diversi situazioni (aver cura della vecchiaia, curarsi della vecchiaia, curarsi nella vecchiaia, curarsi per la vecchiaia) Deluigi entra nel merito e nella realizzazione della cura in nome di un’idea di domiciliarità, elaborata da “La Bottega del Possibile” che fa propria nelle diverse declinazioni, ma soprattutto nel superamento di un’idea ristretta alle prestazioni domiciliari di assistenza, per estenderla allo “star bene a casa propria” che non equivale alle quattro mura in cui si è sempre abitati, ma a uno spazio che si sente proprio, personalizzato, come emerge nei racconti di anziani che sono riportati.
A questo capitolo l’autrice aggiunge alcune riflessioni sui “garanti della domiciliarità”: caregiver (i famigliari) e careworker (i professionisti). Sono però fuori da questo quadro le badanti, perché pur essendo da tanti anni le principali attrici della cura, nessuno –né sindacati, né sociologi, né organizzativisti, né operatori dell’assistenza- hanno mai sentito la necessità di uscire dall’informale, dal casuale, tracciando i contorni di questa figura.
C’è una domiciliarità sommersa, si dice nel libro di cui non ci si vuole occupare, anche se si ha la consapevolezza che genera affetti, legami non solo all’interno del nucleo, ma anche della comunità.
La domiciliarità diffusa richiede la costruzione di reti e relazioni tra gli anziani, i garanti della domiciliarità i servizi locali territoriali formali e informali, superando la casualità e il passa parola.
Appare qui il primo “vuoto” su cui si sofferma l’autrice: la mancanza di quello che lei chiama “punto di prossimità” un presidio fisico di interfaccia tra gli agenti di cura, che con “operatori snodo” mette in relazione e comunicazione i protagonisti della domiciliarità diffusa, in cui- è bene sempre ricordarlo-, sono le donne- le anziane, le figlie, le badanti- a garantire il persistere di un welfare personalizzato in una cultura di domiciliarità, anche se non ne conoscono il concetto.
È il primo tassello di una prospettiva che colma il vuoto di welfare che si è venuto a creare in questi anni di profonda trasformazione, in cui anche la carenza di risorse ha limitato la possibilità di avviare, sperimentare, valutare e diffondere esperienze innovative consone con la realtà in cambiamento.
In questo capitolo sul welfare appaiono, dopo il punto di prossimità, alcuni altri concetti e ipotesi di lavoro su cui Rosita Deluigi si sofferma. Se il welfare è percepito e vissuto come “bene comune” porta con sé altri presupposti: la responsabilizzazione non privatizzata, la partecipazione partecipata e non solo legittimante, un’intera comunità e città accogliente e preparata non alla vecchiaia come idea di fragilità e deficit, ma a un prolungamento della vita che investirà tutti, non solo alcuni reclusi. Il welfare ha bisogno di territorio, di un’attitudine alla cittadinanza. Il welfare comunitario e di relazioni che intravede l’autrice parte dal basso dai legami di cura dalla famiglia, alla comunità all’intero territorio.
In questa ottica si rafforza anche il ruolo della pedagogia che rilegge la sostanza della cura arricchendola di dialoghi interculturali tra i diversi attori, intergenerazionali, interprofessionali dove “I care” diventa “we care”.
Protagonisti diventano anche quelle figure professionali, oggi presenti nel territorio come gli educatori, ma assegnati in prevalenza all’area adolescenziale e giovanile, in situazioni di disagio.
Qui aggiungo, sollecitata da questi concetti, un mio interrogativo sull’inserimento nel processo di cura in alcune realtà di un altro operatore, il terapista occupazionale di cui rilevo la riproposizione del termine “terapia” così per ribadire la gerarchia della medicina anche nel linguaggio e nelle parole. Nel merito mi riservo di approfondire.
Rosita Deluigi riprende nell’ultimo capitolo del libro l’argomento “badanti” soffermandosi sul ruolo professionale da queste assolto, nell’invisibilità e informalità di cui si diceva.
Nel libro c’è molto altro, ripreso in parte anche nell’intervista all’autrice (.........)
Un’ultima annotazione “stilistica”. Rosita Deluigi adotta un linguaggio colloquiale che, confrontato con la media dei testi professionali, assume quasi i caratteri di uno stile pop. La sua ricerca dell’etimologia delle parole e l’inserimento nel contesto scritto facilitano la memorizzazione
Gli inserti “umani” con i protagonisti della famiglia che commentano come un coro greco i passaggi salienti, così come le lettere ed esperienze di altri anziani, rendono la lettura agevole e anche piacevole, nonostante la serietà del tema.
Come nell’altro testo “Abitare l’invecchiamento” si percepisce sia il carattere divulgativo per gli studenti universitari, ma anche la conoscenza e la memoria dei servizi educativi e assistenziali, con le loro lacune nell’assunzione di responsabilità, ma anche la propensione a estendere lo sguardo oltre il ricettore individuale e immediato della cura.

Legami di cura


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