Quattro testi s’interrogano sulla vecchiaia, ognuno con una prospettiva diversa: due " I nuovi anziani" e  "Inventare la vecchiaia"sull’identità del nuovi anziani e su una vecchiaia da inventare; due, il primo e l’ultimo, " Il vecchio e il ladro" e  Pedagogia dell'invecchiare"nell’ordine di pubblicazione, sull’educazione e formazione di una persona anziana o in procinto di diventarlo.
Sono stati scritti da Sergio Tramma, pedagogista, docente di Pedagogia generale e Pedagogia sociale presso l’Università degli Studi di Miano Bicocca
Dopo decenni di immersione nel tema “anziani”, mi continuo a chiedere perché non solo in Italia, ma qui più che altrove, la vecchiaia risulta solo una condizione negativa, quasi sempre sinonimo di tristezza, fragilità, deficit e menomazioni. Storie diverse assumono solo il significato di “eccezioni che confermano la regola”. Si prospetterebbe il prossimo trentennio come un mondo tristissimo popolato per oltre un terzo solo da sofferenti, apatici e “parassiti”, con disturbi cognitivi galoppanti. Se la depressione è uno dei sintomi più influenti sul decadimento cognitivo, la cultura imperante ne diventa l’untore incontrastato.

La vecchiaia se intesa e vissuta come una fase “naturale” della vita, avrà aspetti positivi e negativi, ma soprattutto sarà, proprio per la continuità, quella che avremo o abbiamo avuto la possibilità di costruire.
Ho letto questi libri partendo da “ I nuovi anziani” del 2003, seconda tappa “Inventare la vecchiaia” del 2000- pausa e riflessione- poi Il vecchio e il ladro del 1989 ed infine, e non solo perché è il più recente, Pedagogia dell’invecchiare.

I nuovi anziani
I nuovi anzianiI nuovi anziani è certamente il più datato nei contenuti anche perché incrocia dati “rigidi: le date di nascita delle persone e gli eventi storici  della loro vita.
Le prime di quelle coorti di persone (nati 1913-1918 -1923) sono quasi tutti deceduti, dalle altre tre escono gli attuali grandi vecchi ( nati 1928- 1933-1938), poi ci sono i vecchi attuali, quelli da cui si dovrebbe apprendere parlando di una vecchiaia da inventare. Sono nati negli anni 40, hanno evitato o sfiorato fame, paure e sconvolgimenti della seconda guerra mondiale, uno spartiacque preciso tra una certa identità e ruolo degli anziani prima e dopo questo avvenimento.
Gli eventi che l’autore ricorda-la prima e la seconda guerra mondiale, il fascismo, la Resistenza hanno segnato le generazioni che li hanno vissuti, ma hanno anche assegnato loro un ruolo collettivo: essere i protagonisti di una memoria storica non solo come narratori di storie, ma come testimoni, portatori di valori trasmessi, a viva voce, da una generazione e l’altra.
Quando a queste figure non viene più riconosciuto un compito e una finalità come negli ultimi 50 anni la memoria si smarrisce e i vecchi perdono valore. Di questo, aggiungo io, dovremmo già cogliere l’allarme dagli episodi che inneggiano a fascismo e nazismo.
Nel dopoguerra gli avvenimenti significativi- la ricostruzione, la modernizzazione e lo sviluppo, ma anche l’emigrazione interna, l’espandersi della filosofia dei consumi hanno visto prendere vita una partecipazione diretta dei cittadini, giovani e non, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze in cui la trasmissione di valori e storie precedenti era ricercata e attiva, con i racconti dei protagonisti del passato e l’analisi del presente, con una “educazione permanente tra generazioni” e con due culture, quella cattolica e quella maxista che si confrontavano.
Poi tutto si è arrestato o quasi: gli anziani con le loro memorie non erano più punto di riferimento, il modello americano invadeva e oscurava la cultura italiana (a tal proposito gli scritti di Pasolini furono pietre miliari) il miracolo economico era la linea unificante, anche se vissuta al nord e al sud in modo diverso. Si parla di benessere, motorizzazione, televisione e tutte le fruizioni collettive si atomizzano.
Le storie individuali non sono poi diventate storie collettive e memoria. Degli anziani attuali è difficile tracciare un profilo con una solida base comune perché sono tante storie individuali. Si possono cogliere “sfumature” pur sempre utili, ma volatili.
I nuovi anziani (sarebbe interessante aggiornare all’oggi la ricerca, dopo la crisi NdR) rappresentano un interregno e, dice Tramma, ancora vivi sono già collocati nei musei della civiltà contadina, delle grandi fabbriche, della industrializzazione diffusa. Sono in trasformazione, ma hanno perso nello smantellamento della funzione comunitaria una memoria collettiva, scomparsa nel tessuto del paese, di cui c’è bisogno, anche per la sua funzione di educazione permanente.
La memoria si trasforma nel tempo e da ricordo del passato diventa attore nel presente, di cui i monumenti sono sempre stati la rappresentazione collettiva, oltre che la sintesi dei valori che si volevano trasmettere. Oggi quali monumenti potrebbero essere eretti sugli avvenimenti degli ultimi 50 anni?

Inventare la vecchiaia
Inventare la vecchiaiaPerché inventare la vecchiaia? Perché con gli avvenimenti che si sono succeduti nella seconda metà del XX secolo si è interrotta la soluzione di continuità che sino alla seconda guerra mondiale aveva ripetuto uno schema abbastanza identico nei ruoli delle persone nelle diverse fasi della vita.
I vecchi erano per riconoscimento generale i saggi, i raccoglitori e divulgatori di esperienze, i custodi dei valori, dell’etica e della morale. Poi sbiadendo progressivamente l’ultimo grande evento collettivo- la seconda guerra mondiale- interrotta la trasmissione della cultura e delle esperienze dai vecchi agli adulti ai giovani, ci si ritrova con una generazione di vecchi o sulla soglia di esserlo, che faticano a costruire una propria identità collettiva.
C’è una terza via per la vecchiaia, dice Tramma, nella quale si assumono responsabilità, ci si prende cura di sé, ci si prende cura degli altri. Gli interlocutori che l’autore ricerca non sono gli operatori o gli esperti ma i “curiosi” della propria e altrui vecchiaia.
I vecchi di oggi- il libro ha 15 anni ma i pericoli denunciati allora oggi sono ingranditi e aumentati- si trovano fuori dai doveri sociali se non forse verso i nipoti sempre più rari, senza tante risposte al proprio futuro.
Dovranno inventarsi una dimensione e un’identità collettiva, sociale, economica, culturale. 
C’è una banalizzazione della vecchiaia ma nello stesso tempo c’è una ricerca dell’immortalità, dell’eterna giovinezza.
Ci sono le frasi stereotipate: la vecchiaia è una malattia, i vecchi sono come i bambini, il vecchio è una biblioteca che brucia alla sua morte.
Quando si diventa vecchi? Nonostante tutti i luoghi comuni nella realtà tutte le fasi della vita di un individuo oggi si sono dilatate, hanno tante sottocategorie: la preadolescenza, i giovani adulti, i giovani e i grandi vecchi. Allora forse si diventa vecchi quando ci si sente parte di “un’idea” di vecchiaia.
Poi ci sono tanti buoni consigli di vecchi e di “esperti” di vecchiaia e tanti “cattivi esempi” per onorare De André.
Della vecchiaia oggi s’interessano diverse discipline, ma in questa eterogeneità si sono formate delle scale di “priorità e importanza”. Il tema ricorrente è “la qualità della vita” in vecchiaia, con anche tante frasi ad effetto che denotano soprattutto un’incertezza anche etica e pratica.
Tramma riporta, riferendosi ad un testo di George Minois, una condizione della vecchiaia in cui ci sono zone bianche (esperienza,) e zone nere (fragilità) certe, ma tutte le zone grigie, forse preponderanti, sono in continua evoluzione, legate al contesto sociale e alle scelte individuali.
La situazione, dall’inizio del XXI secolo, periodo a cui si riferisce il libro ad oggi, è irrigidita ed anche peggiorata, proprio sul versante sociale, sul posto occupato dai vecchi nella comunità. Accanto ad un sistema di garanzie, alcuni decenni fa assunte come certe ed oggi più dubbie e vaghe, si sono affiancati comportamenti e condizioni, che hanno intaccato e sminuito il patrimonio dei vecchi: le rapide evoluzioni delle conoscenze professionali e il loro deteriormaneto, hanno annullato quelle esperienze lavorative che i vecchi trasferivano in fabbrica e in bottega, il culto della giovinezza e della bellezza, hanno rimarcato negativamente la fragilità fisica e il deterioramento dell’immagine dei vecchi. In questa evoluzione antropologica le esperienze dei vecchi e la naturalità delle deficienze fisiche non hanno più spazio.

Poi il capitolo della ricerca del benessere in cui Tramma non vuole dare consigli ma solo proporre spazi possibili della “cura di sé” perché dice il “benessere è”...la distanza minima tollerabile...tra ciò che il soggetto è, come si percepisce e come vorrebbe essere” mentre il suo opposto “ il malessere...come la percezione di una distanza insopportabile tra ciò che si è e ciò che vorrebbe essere”. Ma alla vecchiaia non può essere concesso solo di ridurre le aspirazioni e rassegnarsi. È meglio forse prendere atto della realtà, ma anche della possibilità di cambiamento continuo.
Dopo il capitolo sui servizi allora (e oggi) predisposti dal pubblico e da associazioni di volontariato e il ventaglio di operatori che si occupano di anziani, conclude con un cenno ad una figura professionale pressoché sconosciuta dalle persone: l’educatore a volte coincidente con l’animatore, a volte con altri funzioni.
In questo excursus sui servizi una disgressione sul rapporto con il territorio e le opportunità che può offrire e un richiamo alla memoria, che già avevamo trovato nel libro su i nuovi anziani, il cui valore si è disperso in questi ultimi anni, anche se sono nate alcune iniziative culturali, come la Libera Università dell’Autobiografia con il suo fondatore Duccio Demetrio richiamato più volte nei libri di Tramma.
Infine torna la domanda del titolo. La vecchiaia è tutta da inventare ma, e qui sottoscrivo in toto il pensiero dell’autore, è una questione troppo seria perché sia lasciata solo agli esperti.
Sono gli anziani che se ne devono appropriare anche perché se è in continua trasformazione solo i soggetti agenti e protagonisti possono individuare i tracciati perché non ci sia uno iato tra età adulta e età anziana, perché solo i protagonisti possono trovare i minimi comuni denominatori tra le storie individuali per farne memoria collettiva.
E allora non ci saranno più solo i modelli filosofici o sanitari o sociali per descrivere la vecchiaia, ma modelli deboli ma attuali e conosciuti “genuini”, consigli pratici e un po’ “pazzi “ che dà l’autore: dal suonatore Jones che dall’Antologia di Spoon river si trasferisce nell’opera di De André, al vecchio pescatore Santiago di Hemingway, poi i divertissement: sistemare la cassetta degli attrezzi, uscire da casa senza una meta precisa, rimettersi a studiare, iscriversi contemporaneamente a cinque o sei partiti , scrivere lettere ai giornali, smettere di fumare ma anche organizzarsi per bere una bottiglia di Chateau d’Yquem. Per la cronaca sono andata a vedere (su internet ovviamente!) il prezzo di una bottiglia si aggira dai 300 sino ai 1400 euro, secondo le annate. Una “botta di vita” alla faccia della vecchiaia e della pensione.

Pedagogia dell’invecchiare
È l’ultimo volume uscito e rientra nel secondo filone: come affrontare la vecchiaia e con quali strumenti. Perché pedagogia indica ladisciplina sulla formazione ed educazione delle persone.
Il vecchio e il ladroHa un antecedente, “Il vecchio e il ladro” del 1989, in cui l’autore, se ho ben dedotto, parla da operatore dei servizi educativi e di animazione, ma già proiettato ad un’attività speculativa. Per chi ha conosciuto per anni da vicino la realtà delle strutture residenziali e dei servizi territoriali ricorda l’innovazione rappresentata dalle attività di animazione, ma anche la difficoltà ad uscire dagli schemi di una proposta educativa costruita sull’infanzia per proporla agli anziani autosufficienti o che iniziavano con numeri rilevanti ad essere colpiti da decadimenti cognitivi e vere proprie demenze.
Erano proposte nuove ma l’autore sottolinea un limite: rientravano in un’ottica assistenziale sia che intervenissero nei servizi che nel territorio. Dire ottica assistenziale non significa negarne la validità ma semplicemente segnalare la ridotta incisività .
I nomi degli autori riportati in bibliografia ricordano quel lungo percorso: da M.A.Aveni Casucci a Giumelli, da Aurelia Florea a Danilo Giori e Francesco Maria Antonini. Alcuni sono ancora attivi come Duccio Demetrio, Patrizia Taccani che con nostro orgoglio scrive anche per PLV e ovviamente l’autore Sergio Tramma.

 

Pedagogia dellinvecchiareParlare di pedagogia dell’invecchiare significa per l’autore estendere a questa fase della vita le finalità dei processi educativi e formativi. Questa è un’opportunità ulteriore per continuare ad apprendere introducendo ambienti educativi che non sono solo la scuola, luogo di formazione per antonomasia.
Se la formazione e l’educazione appartengonoall’umano non sarà certo l’età, un’identità che ci danno gli altri, una convenzione burocratica come sostiene Marc Augé, a poter fermare il processo.
Forse si pone l’interrogativo di dare un’identità alla vecchiaia che ha tante dimensioni, individuali e colletive, ambientali e culturali, sanitarie e relazionali, economiche e professionali. Se poi si dilata l’età adulta anche la vecchiaia acquista ulteriore mobilità e variabilità. Poi come dice l’autore c’è una vecchiaia dell’essenza e una dell’esistenza.
Se si parla poi di processo d’invecchiamento il concetto è ancora più complesso anche per le transizioni di ruoli nel gruppo familiare.
In questa transizione si inserisce la figura femminile, unico spazio significativo dato dall’autore alla differenza di genere ( ahimé non si esce da questa miopia!) per la quale rimane sempre ineludibile la funzione di cura.
La vecchiaia attuale, adottando il metodo dei due libri sopra richiamati è definita dal suo incrocio con i fenomeni della seconda metà del ‘900: la scolarizzazione di massa, la post industrializzazione e la post modernizzazione, il consumismo, la crisi economica l’incertezza dei pensionamenti, e le migrazioni interne, che molto hanno eroso se non distrutto il senso delle comunità.
Gli ultimi anni hanno visto anche manifestarsi una colpevolizzazione delle vecchia, ipotizzando un conflitto generazionale, tra pensioni e lavoro dei giovani, tra costi della vecchiaia e investimenti produttivi. Il risultato più pesante per gli anziani si manifesta nella riduzione del welfare e nell’idea di un privato professionale che non potrà che escludere i meno abbienti. Perché nella “mistica dell’imprenditorialità”, non trova spazio la vecchiaia.
Da ciò la necessità di inventare la vecchiaia come processo anche mediatico di cui solo i protagonisti possono tenere le redini.
Qui l’autore inserisce, con capitoli dedicati, due importanti riflessioni.
La prima attiene alle varie discipline che sono intervenute ( se ne sono appropriate?)nel processo d’invecchiamento andando a costruire una gerarchia dei saperi in cui il sanitario è in cima alla piramide concettuale, quasi un’egemonia culturale, seguito dall'economia  ( i costi), qualcosa di sociale/assistenziale e poco altro
La pedagogia è stata lontana e anche la sua attività, educare e formare, è stata incorporata delle discipline più “forti”. Di qui un’idea della vecchiaia come “disimpegno” o come “malattia”, e quindi alla fine, come fase “inutile” per la vita del paese.
Le veloci trasformazioni nelle competenze professionali e lavorative ha rubato agli anziani il ruolo di sapienti e trasmettitori di saperi.
Rileggendo l’idea sia per gli adulti che per gli anziani di cosa rappresentino educazione e apprendimento si possono elaborare diversi percorsi che fanno della pedagogia una disciplina ineludibile nel parlare di una società che invecchia, ma anche un arricchimento dell’educazione per gli adulti.
Tramma analizza quattro diverse “anime “ dell’educazione degli adulti, che si esasperano parlando di vecchiaia: un’anima compensativa che recupera la mancata formazione precedente, l’anima emancipativa che tende anche a dare strumenti per leggere e rielaborare la propria storia e quella del proprio gruppo di appartenenza, l’anima ricreativa, culturale, espressiva tipica ad esempio delle Università della Terza età e in anni successivi dell’attività d’animazione e d’intrattenimento degli istituti per non autosufficienti. Infine l’anima formativa che è strettamente legata al lavoro e all’attività professionale, anche questa ormai svuotata con gli “stage” o alternanza formazione/lavoro, oggi sotto accusa.
Se l’educazione è un percorso dinamico in relazione anche ai fruitori, nell’invecchiamento avrà scopi diverse. L’educazione dalla vecchiaia sarà il sapere che arriva dalle esperienze dei singoli e dei loro raggruppamenti, non solo rivolto al loro interno, ma anche alla società esterna.
L’educazione alla vecchiaia insegna, sempre da esperienze e conoscenze, come arrivare alla vecchiaia e non è solo un problema di stili di vita sani, ormai troppo spesso contaminati dal consumismo e da un ottica liberista nella cura della salute. Infine l’educazione nella vecchiaia che assume le esperienze degli altri e le fa circolare al proprio interno.
Siamo in una transizione: i modelli proposti per la vecchiaia, ancor più di quanto rilevati nei libri dello stesso autore dell’inizio secolo, si contraddicono e si calpestano a vicenda tra vecchie idee e nuove realtà, ma alla fine la vecchiaia è associata a disagio, malattia, isolamento.
Tramma conclude il suo libro con alcuni orientamenti che potrebbero/dovrebbero essere studiati e sperimentati in un’idea di educazione permanente.
Oggi fare i conti con questa vecchiaia fa emergere nodi non valutati, così come le barriere architettoniche nella progettazione dei servizi. Tra questi sicuramente primeggia il “digital divide” l’arretratezza nell’uso delle nuove tecnologie ad esempio per l’accessibilità ai servizi che fa sì che chi più ne necessiterebbe- ad esempio per prenotare una vista sanitaria- più ne è escluso. Non solo la sanità ma anche i trasporti, la mobilità,le relazioni interpersonali per come concepite rischiano di creare ulteriori diseguaglianze anche nel vivere il quotidiano.
Tramma ipotizza alcune aree d’intervento: i rapporti tra le generazioni, le relazioni, l’acquisizione di saperi, la rivalutazione del territorio di residenza.
Infine come già negli altri libri ricompare il valore della memoria, per riscrivere una storia individuale per dare vita a storie collettive.