patrizia taccaniQualche volta per classificare nella propria mente un libro tornano utili delle parole-chiave. Chiuse le pagine del romanzo di Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”, mi sono venute alla mente queste: tenerezza, pudore, rispetto, empatia, fiducia, semplicità, quotidianità, cautela, calma; ma anche coraggio, determinazione, forza, anticonformismo, eccezionalità, audacia, ardore. Sono termini riferiti a caratteristiche dei due personaggi principali, Addie Moore e Louis Waters, ma forse ancor più ai loro comportamenti, alle loro azioni, al modo con cui creano il loro rapporto.

Due persone anziane rimaste sole, vivono a Holt (immaginaria cittadina del Colorado), le cui anime ancor prima dei loro corpi, si incontreranno di notte per attraversarla insieme, perché: “le notti sono la cosa peggiore, no?”. Così dice Addie presentandosi alla porta del vicino di casa Louis e proponendogli di trascorrere insieme la parte buia delle ventiquattro ore, al calduccio del letto, per parlare. Una spudorata proposta piena di pudore. Lui le dice che ci deve pensare. La richiesta di Addie: “Va bene. Ma chiamami prima, se e quando deciderai di venire. Così saprò che ti devo aspettare.”. Ho pensato subito al dialogo tra il Piccolo Principe e la Volpe. Anche nel caso di Addie e Louis, in un certo senso, sembra avvenga una sorta di “addomesticamento” reciproco. Infatti ognuno deve imparare a sentirsi a casa propria con l’altro, provare agio e non disagio, capire quali sono i limiti del rapporto e rispettarli, ma anche intuire di volta in volta i cambiamenti possibili. Insomma riceviamo una grande lezione di civiltà per quanto riguarda i rapporti tra uomo e donna.
A un certo punto Louis chiede perché è stato scelto proprio lui. Una curiosità legittima, ma anche una piccola provocazione e, al tempo stesso, segnale della speranza di scoprirsi meritevole di attenzione. La risposta: “Perché credo che tu sia una brava persona. Una persona gentile [...] ho sempre pensato che tu fossi degno di stima. Qualcuno con cui avrei potuto parlare.”. In questo parlare, in questo raccontarsi sta il cuore del rapporto. Rapporto inusuale trasformato subito dallo sguardo della gente in qualcosa di incomprensibile, inopportuno, se non anche di scandaloso. Su questo punto giocano tutti gli stereotipi costruiti nel tempo, e ancora oggi ben presenti, che riguardano l’affettività e la sessualità delle persone anziane. Del resto se questi due anziani tanto desiderosi di fare ciò che li fa stare bene, all’inizio chiamano il loro incontrarsi “il nostro segreto”, devono aver ben presente che ad Holt ci sono tante persone con cui “nessuna storia è al sicuro”, perché “passa subito dalle orecchie alla bocca”. Louis è il più colpito dalla malevolenza, mentre l’anziana Addie afferma vigorosamente di essere stanca di vivere in funzione di quello che gli altri pensano o credono. Anzi, dice di più: “Non possono farmi del male. Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno.”. Coraggio, ardore.

Narrazioni
Le loro anime si incontrano nella tenera vicinanza ma anche lungo i racconti della propria vita. Con le parole ritornano alla luce i ricordi, spesso con immensa fatica perché sono ricordi dolorosi dei quali tuttavia il narratore vuole dire. Il lettore percepisce che solo la grande capacità di ascolto dell’altro - ascolto senza giudizio, ascolto senza pretesa di indossare i panni dell’altro - mette in moto il racconto. Escono così l’amarezza di Louis per una passata storia d’amore troncata, il dolore di Addie che ha perso la sua bambina di undici anni che attraversò di corsa la strada davanti a casa inseguita dagli spruzzi d’acqua del fratellino. Ma anche ricordi di vita quotidiana, il lavoro di insegnante di lui: “Un bravo professore, magari sì. Ma non un grande professore.”; quello di impiegata in Comune di lei, “che era noioso, uggioso, tranne per le storie che venivi a sapere.”. O ancora l’apertura di spiragli sulle rispettive vite coniugali, il rapporto con i figli piccoli: dolori e gioie, luci e ombre. Kent Haruf all’inizio lascia molto all’immaginazione del lettore perché delineando i propri rapporti famigliari nessuno dei due protagonisti arriva ai dettagli. Dopo tutto si tratta di lunghi anni da raccontare e di eventi talmente personali. Riusciranno a farlo, più avanti, bisogna dare tempo al tempo, come recita un vecchio adagio. Le loro anime, infatti, continuano a trovarsi nel buio e le parole si snodano ancora, una notte dopo l’altra. Ciò che non era stato detto della morte di Carl, il marito di Addie, che “morì durante la messa una domenica mattina” esce con parole accorate, stranite. Dolore per sé, dolore per il figlio Gene tornato a casa per il funerale, con il quale ogni vicinanza era, ed è ancora, impossibile. L’ascolto di Louis è totale. Lo stesso succede quando sarà lui a parlare dell’ultimo terribile anno della moglie consumata dal cancro e della sua morte. I ricordi escono in due momenti diversi, in notti lontane l’una dall’altra, eppure ciascuno dei due sa trovare per l’altro le stesse, semplici parole per alleggerire il rammarico, forse anche il rimorso per il non fatto, il non detto. Rispetto, sostegno.

Nonnità
Addie ha un nipotino di sei anni, figlio del figlio Gene che si rivolge alla madre per chiederle aiuto nel momento in cui il suo matrimonio entra in crisi (la moglie se ne è andata di casa) e perde il lavoro. E così il piccolo Jamie entra nella vita di Addie e, necessariamente, anche in quella di Louis. Attenzione, cautela, riguardo: sono queste le caratteristiche che entrambi pongono in atto per accogliere un bambino di sei anni lasciato da entrambi i genitori. Eppure Louis aveva detto alla notizia del trasferimento di Jamie dalla nonna: “E’ da un pezzo che non ho bambini che mi ronzano intorno.” Uno sconvolgimento nella loro relazione? Solo potenziale, in realtà la certezza del loro legame fa trovare ad Addie le parole giuste: “Gli ho detto che sei un caro amico e qualche sera ci troviamo, stiamo a letto e parliamo.” E anche Louis troverà quelle giuste per calmar l’angoscia notturna del bambino: “Siamo tutti e due qui. Puoi dormire con noi per un po’: ti staremo accanto, uno di qua e uno di là [...] Saremo un piccolo gruppo con te al centro.”. Sono parole profetiche ed è una promessa: Jamie diventerà davvero centrale nella vita di entrambi, ma forse ancor più in quella dell’anziano Louis che si scopre capace di intuirne i bisogni, i desideri, le paure, le incertezze, come a volte anche certi “nonni senza nipoti” sanno fare.
Scorrono le notti, scorrono i giorni nella cittadina di Holt. Muore un’anziana amica, una tra le poche persone che avevano approvato il legame dei due protagonisti; arrivano poi, per questo inusuale piccolo gruppo, i bellissimi giorni trascorsi fuori casa in montagna, da campeggiatori; c’è la giornata trascorsa a bighellonare visitando la fiera annuale del bestiame, tra pioggia e schiarite. Il lettore li segue, scopre ogni volta qualche piccolo nuovo aspetto dei loro caratteri, ha modo di incontrare altri personaggi. Anche la cagnetta Bonny arriva a far parte del gruppo dopo che Louis, un giorno, aveva detto: “Questo ragazzo ha bisogno di un cane, [...] di qualcosa o qualcuno con cui giocare che non siano il telefonino e due vecchi barcollanti.”.

Distacchi
Così come all’improvviso il piccolo Jamie era entrato nelle loro vite rendendole più nuove e colorate, altrettanto bruscamente se ne esce: i genitori sono tornati insieme e il padre viene a prendere il ragazzino. Addie la sera ne parla: “Sono già preoccupata per loro.”. Teme che non ce la facciamo. Un dialogo brevissimo: lui le ricorda che “è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?”. E il solo parlarne è terapeutico, la fa stare meglio.
Il romanzo si avvia alla fine e ci sono eventi che incalzano là dove tutto sembrava scorrere calmo come un grande fiume: il figlio Gene che si fa trovare a casa della madre e ha parole offensive per entrambi. Escono i luoghi più comuni e reazionari sulla loro storia (“Gente della vostra età che si trova di notte”), il pregiudizio più bieco sulle presunte intenzioni nascoste di Louis (“... e scordati i soldi di mia madre”). Sino all’avvisaglia del ricatto che avverrà più tardi, quando, tornato con i genitori, il piccolo seienne Jamie sarà usato come merce di scambio. Il padre non lo farà parlare al telefono con la nonna e quando, con un sotterfugio, lei riuscirà a farlo ne sentirà il pianto angosciato. Addie capisce che non lo può perdere. “E’ l’unico della mia famiglia a volermi bene. Continuerà a vivere dopo di me.”. Addie e Louis si lasciano perché lei gli dice che è troppo difficile fare diversamente.
Ad Addie, poco dopo, occorrerà uno di quegli incidenti tipici dei vecchi, una caduta per strada, con tutto ciò che ne segue: la frattura del femore, l’ospedale, l’approdo alla residenza assistita decisa e scelta dal figlio. È vero, il distacco è avvenuto, ormai sono lontani l’uno dall’altra. Ma le loro anime no, non si sono mai dette addio, il filo si riannoda pur nella distanza fisica, e Addie lo commenta così: “Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Fin che dura. [...] Fa freddo lì stasera, tesoro?”.

Kent Haruf con queste pagine scritte negli ultimi mesi della sua vita ci consegna un romanzo ingannevolmente semplice anche se di veloce lettura. In realtà l’Autore ci fa passare attraverso alcuni dei grandi temi dell’esistenza - i legami, la solitudine, le perdite, il dolore, l’amore, la vecchiaia, la morte - senza alcuna retorica, anzi. I protagonisti ne fanno esperienza e sono capaci di parlarne. Noi li ascoltiamo come loro si sono ascoltati e continueranno a farlo, sino alla fine.

Kent Haruf, Le nostre anime di notte, NNE, Milano 2017

Le nostre anime di notte


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