Libro Medicina narrativa51U0cptg5PL. SY445 QL70 “Medicina narrativa” di Giorgio Bert è un testo scritto per medici o aspiranti medici, neolaureati e con lunga esperienza. Però, è il caso di dirlo, andrebbe letto anche da pazienti, reali o potenziali, perché prima o poi capita a tutti di esserlo nella vita.
Ho scelto di leggerlo e accompagnarlo con l’intervista al suo autore, perché la “medicina narrativa” come la “centralità della persona” come gli “stili di vita” sono le parole che rientrano in quasi tutti gli articoli, che parlano di salute, di persone, di anziani, di relazioni tra medico e paziente.

È un libro scientifico, ma accessibile anche da chi non ha competenze mediche, almeno per la maggioranza delle sue pagine, salvo qualche termine da andare a cercare su Internet.
Come succede in questi casi sorgono i dubbi: quanto c’è rimasto del significato e dei contenuti originari nelle diverse traslazioni? Quando citiamo queste allocuzioni, intendiamo tutti la stessa pratica?
Perché dovrebbero leggerlo anche i potenziali pazienti?

Perché se il medico deve apprendere sin dagli studi universitari a costruire una relazione “terapeutica” con il paziente, questi deve sapere che dall’altra parte c’è un professionista con specifiche competenze, ma anche una persona che deve capire e conoscere chi le sta di fronte.
Potrei, da ciò che ho capito, sintetizzare: esistono un medico, un paziente e una malattia che sono delle silhouette o un manuale scientifico.
A questi tre soggetti occorre dare un’identità, ognuno nel proprio ambito, perché possano immedesimarsi e riconoscersi. I dati anagrafici e risultati di esami più o meno complessi, le specializzazioni professionali definiscono le silhouette, ma la narrazione dà un volto e una storia alle persone, con informazioni e conoscenze diverse e, alla malattia, una esperienza applicata.
È un ponte o un veicolo che collega i protagonisti: il medico che deve dare un nome a quei sintomi, un paziente che racconta cosa gli sta succedendo, una malattia che esce dai trattati di medicina e si manifesta in quella persona e in quel momento.
Al medico hanno insegnato a fare un’anamnesi sanitaria, con i risultati degli esami e la raccolta dei sintomi. Questi però sono messi “sotto custodia” perché il paziente racconta, riconosce, ammette. Se proprio si vuole essere neutri si scrive che “ Dichiara”.
Nel libro ci sono molte affermazioni sulla tipologia di rapporto che, di norma, s’instaura tra paziente e medico piuttosto sconfortanti: l’identità danneggiata del paziente, la perdita di molte libertà comportamentali, il senso di colpa per non essersi attenuto a prescrizioni e raccomandazioni
Tanto che, si legge, può esprimere una reattanza psicologica, per difendere le libertà minacciate o eliminate.
Per il medico misurarsi sulla medicina narrativa richiede un atteggiamento positivo e reattivo, ma pure l’acquisizione di competenze specifiche di comunicazione e di capacità di entrare in sintonia con l’altro, senza prevaricare ma, nello stesso tempo, mantenendo la sua “alterità”.
Da questo incontro medico-paziente su una condizione fisica- la malattia- si costruisce una di quelle allocuzioni tanto di moda e tanto evanescente: la medicina centrata sul paziente.
Se l’obiettivo è la salute, certamente il paziente è uno dei produttori e quindi partecipa alla difesa della salute stessa.
Io non amo molto la dizione “medicina centrata sul paziente” perché rimane un concetto che mi trasmette un senso di oppressione, come qualcosa che mi sta cadendo sulla testa. Nei migliori dei casi cercheranno di curare con un abito su misura di manifattura industriale, con qualche adattamento, senza la precisone di un capo sartoriale.
Il paziente non è un caso come si dice nel libro, ma un narratore colui che fornisce la stoffa per il vestito (la salute) da cui il medico dovrà ricavare il capo ( la cura) che lo rende indossabile.
Nel libro si richiama un altro aspetto che nella relazione tra medico e paziente subentra spesso a far traballare la supposta conoscenza e quindi il percorso di cura ipotizzato. La narrazione del paziente cambia, nel tempo e nella circostanza, nel dare senso agli eventi, nell’informare dei sintomi e della loro interpretazione, nelle considerazioni che se ne sono tratte e dei cambiamenti che si sono registrati.
Non sono bugie volute ma naturali rivisitazioni del passato. Il medico deve saper muoversi tra le diverse narrazioni, nella loro variazione e ricondurle ad una trama precisa, aiutandosi con specifiche competenze, le medical humanities per la ricerca di un rapporto empatico e la produzione di una qualità dell’ascolto.
Se le anamnesi sanitarie, le storie cliniche, i risultati di esami sono fissi nel tempo, la narrazione del paziente, l’interpretazione “scientifica” del medico, il percorso per recuperare la salute avranno una flessibilità e una permeabilità che senza abbandonare l’obiettivo trova le soluzioni idonee.
Il libro è suddiviso in tre parti. Una prima parte in cui “ I malati raccontano storie, i medici anche”, una seconda parte in cui “si esplorano mondi ignoti” quali le emozioni, la scrittura di se per rileggere ogni volta il proprio passato, esplorare e conoscere il mondo.
Le autobiografie sono una lotta contro l’oblio, un bisogno di raccontarsi. “ Il potere della scrittura autobiografica-scrive Bert- è enorme... molto superiore a quello della parola, della conversazione abituale” Anche se ogni narrazione è una “fiction”, una storia.
Una terza parte in cui “ leggere e scrivere” diventano attori principali con le relative “istruzioni per l’uso”.


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