Al giardino Pia peraIniziare a leggere il libro di Pia Pera “Al giardino ancora non l’ho detto” (Ponte alle Grazie, 2016) significa aver fatto una prima autoanalisi e deciso di procedere. Si conosce perfettamente “la Trama”: il diario di una persona che si racconta negli ultimi mesi della sua vita, sapendo di non aver scampo.
Tutti hanno parlato della pubblicazione, quando l’autrice era ancora in vita, perché uscì nel febbraio 2016 e Pia è morta di SLA nel luglio dello stesso anno.
Tutto di una drammatica realtà, una narrazione quasi in diretta. Poi cosa c’entra il giardino? Per chi non la conosce una corsa a leggere biografia e pubblicazioni. Si scopre che ha scritto tanto sul giardino e sull’orto, ma era anche docente di Letteratura russa all’Università di Trento.
Nel libro c’è tutta questa sua vita e ci sono questi suoi amori: le piante e i fiori del giardino, gli innumerevoli amici, di cui si perde il conto, che arrivano e partono dalla sua casa in Lucchesia, la cagnolina Macchia, il giardiniere singalese Giulio, Lenuca la donna delle pulizie.

Pia Pera picc ok 3Pia Pera, anche se lei non cita mai la malattia, parla di motoneuroni, che con ostinazione e metodo via via paralizzano parti del suo corpo, partendo da una leggera zoppia a una gamba.
La narrazione, iniziata come un diario sulla presenza della malattia, di cui ancora poco si conosce, procede dentro e fuori Pia, coinvolgendo il giardino e gli amici come specchio del dialogo tra la malattia e la sua portatrice. La lenta progressione del male, la perdita successiva di autonomie modifica il rapporto di Pia con il suo giardino, sulla sua idea di verde, di fiori, di erbe che all’inizio sono illustrate nell’insieme, quando ancora lei riesce a fare qualche piccola attività, a manovrare qualche attrezzo. Poi, quando non potrà fare altro che guidare i lavori del giardiniere, diventano immagini, flash di un fiore sbocciato o un albero cresciuto o, al contrario, soccombente al clima o all’abbandono.
Se il confronto con il giardino è sempre un momento di pausa e di piacere, ben più difficile è scavare nella propria mente per venire a patti con il progredire della perdita di autonomia, il dover dipendere sempre più dagli altri, il dover fare i conti con una malattia che si vede avanzare inesorabilmente. Per Pia significa però conciliarsi con questa realtà e arrivare ad accettarla.
Il racconto, colto ma umano, a volte triste altre speranzoso, non è mai rassegnato sino alla fine. All’inizio Pia, con piena consapevolezza, combatte e cerca, come un aiuto per la mente, tutte le diverse interpretazioni più strampalate e relative soluzioni sulle origini del suo male e sui rimedi miracolosi, passando da stregoni di vario genere alle teorie “intellettuali” degli amici. Poi sembra far pace tra mente e corpo e studia tutte le strategie tecnologiche e pratiche per conservare sino all’ultimo qualche sprazzo di autonomia.
Non è- anche se si può non credere- né un libro triste né un viaggio tra trappole e dolori. Sempre dopo ogni ricaduta o delusione Pia riparte e come una timida rosa del suo giardino o le erbe del prato troverà un pertugio da cui uscire a prendere aria e sole, giocando con Macchia.
È un racconto lieve, quasi profumato dai fiori del giardino o dai paesaggi invernali, perché raccoglie il divenire delle stagioni dal novembre del 2014 sino alla primavera avanzata del 2016, soggiorno all’isola d’Elba compreso.
Poi, per chi ama il giardino, l’orto e i fiori è come fare un ripasso, sottoponendo a esami continui la propria conoscenza delle piante. Serve ad accompagnare sino alla fine il viaggio di Pia Pera, condividendo la sua passione e ammirando la sua forza.