Ravera DEFA fine lettura di questo nuovo libro di Lidia Ravera “Il terzo tempo” (Bompiani editore, 2017) mi sono chiesta se Costanza, la protagonista avrebbe suscitato nelle donne adulte/anziane sensazioni condivise, possibili identificazioni, sentimenti di vicinanza.
Quando si legge un libro, che racconta, anche se in forma di romanzo, un periodo importante della storia personale e nazionale, entrano in gioco non soltanto i gusti letterari di ciascuno, le preferenze stilistiche, il rapporto che s’instaura con i personaggi.
C’è di più. Ci sono le proprie esperienze individuali, politiche, sociali che fanno da filtro. In questo libro ci si misura anche con questo soprattutto, quando, come nel mio caso non è primaria la recensione letteraria, ma la riflessione sul nostro essere donne in quel periodo e ora. Riflessione che credo anche l’autrice voglia sollecitare.
Costanza è una donna di 64 anni che, ereditando alla morte del padre un palazzo a Civita di Bagnoregio-uno di quei piccoli splendidi borghi di origine etrusca e medievale dell’Italia centrale che sta scomparendo - pensa di trasformarlo in una “comune”, riedizione moderna delle coabitazioni degli anni 60/70.

La riedizione è anche umana perché Costanza vuole richiamare intorno a se tutti i coabitanti di quella “comune “ di Milano in cui lei si rifugiò scappando da casa, in teoria per iniziare l’università, in realtà per vivere nelle varie formi i fermenti sociali e politici di quegli anni ’70.
Costanza ora vive a Roma, è stata docente universitaria, ma ha scelto di andare presto in pensione per preparare la vecchiaia. Anzi tiene una rubrica su una rivista del sindacato pensionati “Happy Aging” con istruzioni su come invecchiare bene sapendo dice lei, che la vecchiaia non ha trame, deve essere triste per prepararci ad abbandonare la vita senza rimpianti, anzi di una malinconia programmata. Perché lei si ritiene una studiosa sin dalla più tenera età della vecchiaia e quindi si organizza a tal fine. Riempie la vita di incontri, presentazioni di libri, prime teatrali, iniziative culturali diverse. Ha rapporti costanti, forse superficiali, con due amiche.

Un po’ più anomali i rapporti con i famigliari. Il padre da cui eredita non lo vedeva da anni, da quando si era ritirato nel borgo abbandonato e non l’ha visto neppure negli ultimi momenti. Era una figura ingombrante il padre, un eroe della guerra partigiana, un uomo rigido e fermo nelle sue convinzioni, con qualche deviazione che si apprenderà nel corso della lettura.
Il marito decide, dopo trenta anni di vita in comune, di tenerlo a distanza.  Vivono in due appartamenti diversi anche lontani, ma sempre nei confini stabiliti da Costanza, cenano insieme tutti i martedì, coltivano qualche piccola abitudine.
Il figlio Matteo ormai ultratrentenne, alla ricerca disperata di diventare uno scrittore dopo un esordio brillante a venti anni, vive in America con una moglie americana, trovata durante una vacanza e seguita senza por tempo in mezzo, nel suo paese d’origine.
Costanza è molto fiera del suo rapporto con il figlio, con cui ritiene di aver condiviso molti interessi sin dalla più tenera età e di aver ben educato.

La trama del libro si snoda sulla ricerca di questi vecchi compagni di abitazione dell’età giovanile per ricostruire assieme quei momenti e quelle sensazioni.
Perché dopo che il padre è morto lasciandole il castello ed anche un bel gruzzolo per restaurarlo, Costanza pensa di poter trovare un nuovo impegno nella sua vecchiaia nel trasformare quel luogo nella vagheggiata “comune milanese”. In tutto il libro ci sono sempre i flash back a quell’esperienza e alle personalità degli amici di allora, ai sentimenti che le inspiravano, agli episodi non sempre piacevoli vissuti in quegli spazi.

Raccontata la trama e i protagonisti, Costanza in primis, rinvio all’intervista all’autrice Lidia Ravera l’approfondimento di alcuni intrecci e ritorno all’interrogativo iniziale.
Quante e quali donne si possono riconoscere in Costanza, nelle sue azioni e nella qualità dei suoi rapporti, che lei definisce di ricerca di qualità di vita?
Vivere in una “comune”- che oggi chiameremmo cohousing- a chi piacerebbe tra le ultrasessantenni?
È una domanda che mi sono posta, ho posto e mi è stata posta più volte. Il mio osservatorio è abbastanza limitato, ma l’interrogativo, con  richiesta di parere è posto spesso da donne che hanno un trascorso di attività intellettuali e di interessi politici e culturali estesi. Tra queste, però, alcune hanno temuto, in una soluzione collettiva, di dover poi assumersi responsabilità per conto di altri, condizione cui anche Costanza vuole sfuggire.
Non ho presente una donna, che ha retto una famiglia, in condizioni economiche e lavorative faticose o comunque di relativo benessere che, rimasta sola, cercasse una soluzione di coabitazione.
E ancora nei rapporti personali chi gestirebbe le relazioni anche con i familiari più stretti con la stessa programmazione intellettuale?
E infine chi concorda con l’affermazione di Costanza che la vecchiaia deve essere triste perché così ci si prepara alla morte con più facilità?

Tutto l’opposto di quanto nel suo ultimo libro Massimo Ammaniti afferma definendo la vecchiaia come un periodo diverso, un banco di prova della vita, il momento in cui emerge il carattere personale e la maggiore capacità di regolazione emotiva fa scoprire un'altra dimensione dei rapporti con gli altri, con gli eventi anche con quelli negativi.
Chi ha ragione la protagonista del romanzo Costanza o gli interlocutori reali di Ammaniti, anche se tutti hanno in comune una condiziona sociale e culturale elevata?

Abbandonando riflessioni sociali e antropologiche ritorno al libro, il terzo, accantonando il famoso “Porci con le ali” di epoca giovanile, che leggo e presento di Lidia Ravera, quello in cui la figura femminile è predominante.
Ha una grande pregio Lidia Ravera. Riesce a intrecciare tempi e momenti diversi senza niente disperdere, ma offrendo una lettura agile e veloce, scattante, in grado di restituire stati d’animo ed emozioni, ma soprattutto di tracciare i caratteri salienti dei personaggi anche totalmente diversi tra di loro: da Dom (il marito) a Matteo il figlio, ma anche Peter, Anna, Vicky, Nino e Mauro. I particolari, gli atteggiamenti anche corporei, le parole dette e non dette dicono tanto di tuti questi protagonisti.
Pare quasi che ti solleciti subito a esprimere un parer su di loro, a decidere da che parte stare.
Le parole fluide ma non banali, mirate ma non schematiche, ti chiedono di schierarti o comunque di partecipare.
Io alla fine, forse per storia personale sto dalla parte di Anna, di Dom, di Chelsie.
Di Costanza temo e diffido, anche nella sua mutabilità spesso solo sintomo di fragilità umana, della sua costruzione troppo cervellotica e intellettuale della vita e del rapporto con gli altri.
Quando le debolezze potrebbero suscitare simpatia, si nasconde sino a che non riesce a rimettere tutto sotto controllo. Forse per questo la sua vecchia sarà sempre triste.