2017 Troppa MedicinaTroppa medicina” è il nuovo libro di Marco Bobbio, cardiologo, responsabile dei trapianti di cuore a Torino e primario di Cardiologia a Cuneo. Ora è segretario di Slow Medicine, un’associazione di cittadini, pazienti e professionisti che s’impegnano, dice il motto, per una medicina “sobria rispettosa e giusta”. Di questo poi parleremo alla fine.
Non è per Bobbio, questo tema, una scoperta dell’ultima ora. È un colloquio letterario, certamente, ma ai margini di un percorso di riflessioni ed esperienze professionali, iniziate quasi venticinque anni fa, quando uscì il libro “Leggenda e realtà del colesterolo. Le labili certezze della medicina”. Queste labili certezze nel secondo libro (2007) “ Il malato immaginato” sono diventate“ I rischi di una medicina senza limiti” per poi evolversi (per il momento) in “Un uso eccessivo può nuocere alla salute”.

È un ragionamento che si sviluppa su due binari. Nel primo troviamo l’evolversi della medicina negli ultimi decenni, che come un razzo con autopropulsore, avanza in modo automatico, secondo una traiettoria definita da tanti soggetti, ma quasi mai dai pazienti. Perché il motto di questa medicina è “curare i sani”. Il malato immaginato è quel soggetto che pur alludendo al titolo della commedia di Molière, non è pazzo o ipocondriaco, ma è colui che vogliono i manovratori che indirizzano la medicina.
Il secondo binario è percorso dal cittadino che poi, per induzione del bisogno diventa, paziente.
Ne “ Il malato immaginato” l’autore traccia la strategia con cui è stata condotta questa campagna per “curare i sani”.
Richiamo, dai libri del cardiologo, alcuni dei punti focali di questa trasformazione del concetto di medicina, con cui studi e ricerche per se stesse utili per la salute sono state poi dirottate, anche per essere state se non indirizzate, molto spesso finanziate da coloro che avevano della salute delle persone l’idea di un possibile pozzo inesauribile di guadagni.
Primo passo per indurre il bisogno è convincere le persone che più test fanno, più mettono al sicuro la propria salute. Però più s’indaga più qualcosa si trova che non è previsto nel modello teorico di un corpo umano. Qualcosa che potrebbe rimanere lì sino alla morte dell’individuo, ma che nel momento che viene alla luce richiede, sollecita, muove l’ansia perché si sappia cosa è. Questa pressione fa leva su una caratteristica di questa epoca: bisogna avere solo certezze nel futuro e mai lasciare niente nell’imponderabilità, specie se si chiama morte.
E una scienza nata per lo studio delle malattie croniche e degenerative come l’epidemiologia contribuisce a trasformare nei grandi numeri le condizioni personali. L’individuo diventa popolazione e la medicina si allontana sempre più dalla prevenzione.
Il malato immaginatoNe “il malato immaginato” Bobbio si sofferma a lungo su tutte le pressioni e i conflitti che incombono sulla medicina: la ricerca condizionata, la creazione di nuove malattie, ma anche la cura delle non malattie. Sono messi in discussione in questo libro, in primo piano, tutti quegli strumenti che normalmente sono sinonimi di una medicina moderna ed efficiente, nonché efficace: la prevenzione, gli screening, i dati statistici e l’individuazione dei valori limite.
Diventa protagonista lo spauracchio che incombe su ogni persona che legge un giornale, ascolta una trasmissione, avvicina un medico, è raggiunto da uno spot sul vivere sano: il rischio.
Rischio contro certezza diventa il clou dell’ultimo libro “ Troppa medicina”. Perché in una società che corre e stimola l’ansia non si può rischiare, bisogna avere certezze. Allora analisi su analisi, test, checkup up, screening.
In questo libro rimangono sullo sfondo, anche se menzionate, tutte quelle analisi sull’induzione del bisogno, sulla ricerca condizionata, sui conflitti d’interessi e l’attenzione si concentra sul paziente, ma anche sulle due persone che s’incontrano- il medico e il malato- perché ognuno porta nella relazione non solo le sue caratteristiche individuali, ma anche i suoi condizionamenti. Se per il paziente sono le ansie, le pressioni e le informazioni abborracciate, per il medico ci sono gli sviluppi di una medicina difensiva, i protocolli e le direttive dall’alto sia come dipendente pubblico o privato sia come libero professionista.
Altro soggetto presente è l’associazione o movimento di Slow Medicine, che ricompare a più riprese specie nella chiusa finale. Di questo movimento Marco Bobbio è ora segretario.
Come per il precedente volume l’autore trae spunto da pazienti da lui visitati per introdurre i temi che vuole affrontare.
Si passa dalla tendenza ad avere sempre delle certezze sulla propria salute, che si traduce in una passione per le analisi, senza mai mettere in conto che in primo luogo l’interpretazione delle analisi e degli asterischi degli esami non è univoca, che il discrimine tra normale e non normale non è certo e, in secondo luogo, più analisi si fanno, più ci possono essere anomalie evidenziate, che però potrebbero rimanere silenti e innocue per tutta la vita dell’individuo.
Allora al medico compete saper comunicare l’incertezza, il perché un intervento potrebbe procurare più danni che benefici.
Però a questo punto si scontrano due paure diverse: il paziente che vede il rischio paventato come portatore solo di guai e il medico che vede nel paziente, se non soddisfatto nelle sue richieste un probabile prossimo avversario in tribunale. Allora meglio un intervento in più che una denuncia (medicina difensiva).
Comunicazione quindi tra medico e paziente, ma dice Bobbio nessuna università la insegna.
Allora riappaiono i due temi cari all’autore: il rischio e il livello di rischio individuale. Se non si connettono questi due fili, le scelte saranno più ardue e con molte probabilità errate. Il rischio individuale è dato sia dalle condizioni di salute del paziente, contenute negli esami, ma anche dalle condizioni di vita (economiche, relazionali, sociali e ambientali) e dalle sue priorità.
Nel capitolo sulla scelta del curarsi o non curarsi alcuni esempi anche conosciuti dal grande pubblico riguardano Steve Jobs e Tiziano Terzani.
Due interi capitoli riprendono alcuni dei temi già presenti anche ne “Il malato immaginario” sull’utilità o meno degli screening, con esempi e dati su alcuni delle patologie più diffuse. Bobbio traccia alcuni criteri per valutarne l’efficacia nella singola patologia: ad esempio la maggior velocità di sviluppo di un tumore rispetto ad altri, la gravità e mortalità degli stessi, il rischio sia dei falsi negativi sia dei falsi positivi.
Il finale di questo capitolo sugli esami è un paragrafo dal titolo “meno cure, meno morti” che forse è la sintesi dell’esperienza e della conoscenza di una vita professionale passata a curare persone.
Le conclusioni richiamano il nuovo impegno di Marco Bobbio nel gruppo “Slow Medicine” e nei progetti da questi adottati e portati avanti.
Lo fa sottolineando alcuni aspetti dei progressi della medicina che prolungano le aspettative, ma non la qualità della vita, ma anche delle difficoltà anche etiche a decidere se iniziare o prolungare dei trattamenti quando una persona pensa di avere un tumore, perché dice, per la complessità di una persona, ogni organismo umano reagisce in maniera diversa ad una medicina, a piu medicine, che s’intrecciano con gli stili di vita, i cibi, le condizioni ambientali e le caratteristiche psicologiche dell’individuo.
Alla fine, nel fare e non fare, conta molto il rapporto di fiducia tra medico, paziente e famigliari per evitare iperprescrizioni, sovradiagnosi, interventi impropri.
Per Marco Bobbio Slow medicine , che s’impegna ad agire per una medicina sobria rispettosa e giusta, dovrebbe aiutare a far sì che non ci sia troppa medicina. Auguri sinceri, professore.