Lha uciso leiDopo aver letto “Mia madre la mia bambina” ed ora “L’ha ucciso lei” (prima anche altri) mi sono chiesta come definire questo tratto lieve, empatico, che spinge Ben Jelloun a narrare storie di vecchi con un’attenzione e un’immedesimazione nella loro condizione che non è solo del letterato. Vi è la dolcezza con cui è stato vicino alla madre colpita da demenza e in “L’ha ucciso lei” il rispetto riservato a Mohamed, operaio in una fabbrica della banlieu parigina dopo essere stato costretto ad abbandonare il suo povero villaggio nel Sud del Marocco.
Conoscevo lo scrittore e il suo impegno sociale, ma non avevo mai letto la biografia per intero, se non quella molto sintetica, nascosta nella terza di copertina do ogni volume. Solo dopo ho capito.
C’è lo scrittore ma anche lo psicoterapeuta, formatosi per il dottorato negli ospedali francesi sulla solitudine e il disadattamento degli immigrati arabi.

L’assassina di Mohamed è lei “la pensione” la fine del rapporto lavorativo presso quella fabbrica in cui si è impegnato, senza mai assentarsi per decenni. Non capisce perché se uno vuole continuare a lavorare, non sia possibile farlo e perché “laFrancia” gli imponga “l’appensione”.
Mohamed non si è mai integrato, non ha mai voluto imparare né la lingua né alcun altro modo di vivere, che non fosse strettamente necessario; non ha mai voluto aprirsi ad un rapporto al di fuori della sua famiglia, non solo con i colleghi di lavoro francesi, perché ritiene che mai un cattolico e un mussulmano potranno incontrarsi, ma neppure con gli altri immigrati.
Purtroppo anche nella sua famiglia, con un rapporto senza affetto e trasporto nei confronti della moglie, confinata nel ruolo assegnatole dalla tradizione e dalla religione, non ha nessun legame. I cinque figli seguiranno ognuno la propria strada, anche contrapponendosi agli ordini del padre, trovandosi partner di altra religione, rifiutando- quando non furono più obbligati- di tornare al villaggio poverissimo per le ferie estive.
Perché Mohamed, analfabeta, religioso devoto anche se non ha mai letto una pagina del Corano, niente deve mai scostarsi dalla tradizione, dalle cinque preghiere quotidiane, dal ritorno al villaggio in agosto, in un’unica tappa su una vecchia macchina, dopo avervi spedito, durante i cinque ultimi anni che hanno preceduto il pensionamento, tutti gli utensili, i mobili, gli elettrodomestici che pensava fossero utili nella casa che si stava costruendo, per farvi ritorno cessato il lavoro in fabbrica. Sperando e cercando ad ogni ritorno a casa di poter avere l’allacciamento alla luce e all’acqua, che lì nel villaggio non sono ancora installate.
Poi non potendo che accettare l’appensione Mohamed parte per concludere i lavori di quella grande casa, la più grande del villaggio, che si è voluto costruire per ospitare poi tutti i suoi figli.
Nell’attesa del figlio maggiore che non arriva, si consuma l’ultima tragedia, una lunga agonia in attesa che la terra, la sua terra, lo inghiotta.
Ben Jelloun “ascolta” Mohamed, il suo disadattamento, la sua angoscia, la sua solitudine, senza mai pronunciarsi anche se ne coglie l’anacronismo e la sconfitta umana.
La dolcezza e la pazienza che aveva rivolto alla madre, anche nei momenti più acuti di delirio e vaneggiamento, si trasformano in comprensione, ma mai giustificazione e condivisione, nei confronti di Mohamed. Sin dall’inizio ci dice che sarà un perdente, anche se solo alla fine ci fa partecipe di tutto il dramma e dell’angoscia, che fanno sprofondare Mohamed.
Inevitabilmente, anche per contemporaneità di lettura, il pensiero va all’altro libro “La curiosità non invecchia” di Massimo Ammaniti, pure lui psicanalista e psicoterapeuta. Sono due mondi diversi, ma esistono. Accanto all’élite di Ammaniti vive la clausura di Mohamed.