biasco copertinaRegole, Stato, Uguaglianze….cercasi. I protagonisti della democrazia sono impegnati in una lotta non tanto silenziosa con l’esercito, molto meglio armato, di un altro ordinamento, il capitale, in tutte le sue espressioni- mercato, finanza, organizzazione, imprese- che da oltre trent’anni sta conquistando sempre maggior potere e spazio. Questo convitato invadente gode del sostegno, dell’approvazione e promozione da parte dei suoi tutori, ma anche della condiscendenza, rassegnazione anche cecità dei detronizzati: i cittadini e quelle istanze politiche che dovrebbero tutelarli.
È una sintesi, quasi frivola e teatrale, di un libro “Regole, Stato, uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo” di Salvatore Biasco ( Luiss. UniversityPress editore).

Già di questo autore avevo presentato un altro scritto, che anticipava questi temi:
Ripensando il capitalismo –la crisi economica e il futuro della sinistra (qui).
Il volume attuale sposta l’accento dalle possibili riforme del capitalismo all’identità e costruzione (ricostruzione) della sinistra intesa in senso storico e collocazione parlamentare, nelle sue varie declinazioni e frammentazioni.
Anche questa volta ho letto il testo, anche per formulare le domande per l’intervista a Salvatore Biasco, pubblicata a latere, sempre con le lenti del welfare, argomento che meglio conosco, che rimane sempre un “fantasma”, come dicevo nell’altra recensione. Anzi, se allora lo Stato sociale era una creatura eterea, ma con riconosciuta dignità, oggi è diventato uno spauracchio, un residuo/reduce del passato di cui dobbiamo sbarazzarci, forse anche vergognarci, perché anacronistico.
C’è forse un’interpretazione schematica del welfare da parte di molti che, non me se ne voglia, lo identificano nel meccanismo di erogazione dei servizi e delle prestazioni, degli asili nido e delle RSA, degli ospedali e forse del Reddito d’inclusione, non nell’ insieme di valori, competenze, conoscenze, oltre che persone (operatori e fruitori) che si riconoscono in una scelta di uno Stato che sta dalla parte del cittadino, di cui è rappresentante, nell’adottare quelle “regole” che garantiscono e sostengono l’uguaglianza di diritti e opportunità. Vale anche in questo caso il richiamo alla complessità dell’individuo e di questo mondo globale in cui nessuno può trattare solo del suo settore.
La mia lettura “condizionata dal welfare” mi ha al contrario restituito un’interpretazione di ciò che si è trasformato, e non in meglio, nel sistema di sicurezza sociale e di uguaglianza di base, che avrei in modo semplicistico attribuito solo a un impoverimento dell’azione pubblica per carenza di risorse e per una crisi politica ultraventennale.
Dal libro capisco che non è solo una crisi interna alle istituzioni uscite dal dopoguerra e non adeguate, ma una crisi che viene da lontano, provocata e perseguita dalle teorie pervasive e incontrastate scaturite dai primi anni ’80 (Reagan e Thatcher) che vanno sotto il titolo di “neoliberismo”.
L’Italia alla fine degli anni ’70 aveva approvato alcune delle norme più innovative: dal SSN, alle tutele e provvidenze economiche per disabili e non autosufficienti, alla difesa della dignità e dei diritti dei più deboli, con la legge 180 di chiusura dei manicomi, ma a latere anche di tante istituzioni segreganti, gli orfanatrofi, gli ospizi.
I mutamenti nel sistema produttivo e nel funzionamento dei mercati, nella preminenza della finanza hanno imposto logiche che per pressioni interessate, per servilismo intellettuale, per incapacità elaborativa hanno zittito chi doveva contrastarle per salvare il blocco sociale che rappresentava. Dice Biasco: l’indebolimento dell’azione statale, il ritiro sollecitato perché ritenuto improprio da diversi settori ha limitato un’azione di contrasto ai nuovi protagonisti del capitalismo e del mercato. Il ritiro da soggetto regolatore, innovatore, controllore e garante per i cittadini anche dai settori “sensibili” come la sanità, l’assistenza, la scuola, i trasporti, le infrastrutture di servizio (si pensi all’attuale diatriba sul completamento della privatizzazione delle Poste!) ha rotto anche il patto di fiducia e affidabilità con i cittadini. La politica stessa, dice l’autore rimane schiacciata da questa sua scelta suicida perché butta a mare il capitale sociale, che si depaupera velocemente.
Allora anche le scelte per l’aziendalizzazione delle ASL, per il ruolo assegnato ai tecnici, per la privatizzazione dei servizi, per l’esternalizzazione delle gestioni hanno un loro riferimento non tanto nella carenza di risorse, ma nell’avanzare di quelle teorie neoliberiste, che oggi stanno in realtà mostrando i loro limiti, la loro caratteristica di essere una dottrina di una parte e non un processo irreversibile e naturale non arrestabile.
Le diseguaglianze diventano fonte di abbandoni, sfiducia, disperazione, colpiscono non solo i soggetti fragili considerati i soli bisognosi di aiuto dello Stato, ma anche categorie diverse: il ceto medio, artigiano, intellettuale, nelle grandi città come nei paesi e nelle campagne, i giovani e i vecchi. Queste eterogeneità, che ha come dato comune l’impoverimento economico, professionale, culturale, relazionale non trova però una sua rappresentanza.
Anzi l’indebolimento e il ritiro dello Stato sociale a favore di un ruolo di certificatore per il mercato li ha ulteriormente incattiviti e isolati, all’interno di una società che proclama emulazione, competitività, efficientismo e individualismo.
Allora la domanda di servizi allo Stato incontra burocrazia, inadeguatezza, arroganza.
A coloro che s’impoveriscono in modo inesorabile fa da contraltare un’élite dirigenziale, nelle imprese, nelle banche, ma anche nelle strutture interne e collaterali allo Stato, il management così tanto decantato, che accumula ricchezza e previlegi.
Nella recensione del precedente libro concludevo rimarcando da parte dell’autore una fumosità e incertezza nell’indicare le possibili vie di uscita.
Questo tema ha invece uno spazio specifico importante in questo nuovo volume.
Colgo alcune riflessioni dell’autore, perché credo che ancora una volta siano identità di uno Stato, che una forza politica deve promuovere, sostenere e rafforzare se, anche indipendentemente dal blocco sociale che rappresenta nei fatti, vuole essere strumento di mediazione e innalzamento del confronto politico, di costruzione di coalizioni.
Una forza politica che rinnovando l’identikit della sinistra tradizionale è in grado sul piano culturale di formulare una nuova analisi, sul piano politico di proporre una sintesi sociale e sul piano operativo di far nascere alleanze che recuperino l’idea di un’efficacia dell’azione pubblica, non misurata e valutata come si fa ora, con i parametri e gli indicatori mutuati dalle teorie neoliberiste.
Accanto a valutazioni su cosa ha significato l’abbandono di tanti settori produttivi, dove comunque si poteva giocare un ruolo di regolazione, senza che fosse stata approntata una linea guida su quali settori attestarsi per lo sviluppo del paese (turismo servizi, manifatturiero etc.) si è confinato lo Stato a dover prendere atto dei mutamenti. Uno Stato tra l’altro che sempre senza un proprio autonomo giudizio ha smembrato e decentralizzato in forma discontinua, senza un piano preciso, senza una governance centralizzata.
Da dove dovrebbe ripartire, si chiede Biasco, una sinistra che voglia rientrare da un’abdicazione a compiti di strutturazione di un assetto della società e di mantenimento di una guida anche culturale?
Si parla allora di giustizia sociale che è qualcosa in più del quadrinomio merito-regole- opportunista-competizione di ispirazione liberale; di una società reale fatta di aggregazioni, reti, relazioni centrali associative cui si richiamano i singoli.
Allora i capisaldi di una rinnovata identità, secondo l’autore, oltre alle caratteristiche della struttura politica necessaria, vanno ritrovati sul fronte europeo, sulla democrazia economica, sull’eguaglianza (riconoscimento specifico e assunzione di responsabilità), sul progetto di governo (indirizzi del paese, sugli assi produttivi, sul ruolo delle PMI), sullo spazio pubblico (beni comuni in primis), sui ruoli sociali (collettività, comunità collegialità sociale) sulla cultura elaborata e trasmessa (che significa anche valori, giudizi, convincimenti).
Allora ritorno alla mia lente di lettura fornitami dal welfare.
Se nel corso di questi anni non ci fosse stata questa ubriacatura di neoliberismo trasversale anche ai partiti politici che in tempi passati erano promotori e partigiani dello stato sociale molti suggerimenti, per definire i capisaldi che Biasco richiama, sarebbero arrivati da quel mondo un po’ sconnesso e ansimante del welfare e dell’area della convivenza civile e della solidarietà, che, pur con tutte le loro arretratezze, hanno sperimentato e studiato nuove forme di aggregazione come le social street o in gruppi di cittadini attivi per la tutela dei beni comuni, di relazione tra i cittadini e tra questi e gli operatori pubblici, la rilevanza delle determinanti sociali sulla salute e sul benessere di un paese, l’estendersi delle fasce deboli e a rischio d’emarginazione. Anche se, come dice un ironico titolo di un articolo su un sito tra i nostri preferiti (1), la sanità pubblica ha acquisito molti delle regole del neoliberismo, compreso un accumulo di dati e di procedure che non si sa se aiutano le conoscenze o intralciano le attività, ma è espressione, almeno sino a oggi, di valori, organizzazioni e capitale umano che possono insegnare qualcosa.

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(1) Stefanini Angelo “Stili di vita. La ricetta neo-liberista” in Salute internazionale, 23/9/ 2015 

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