manuela vaccariLE DIVERSE NONNE***
Quando sono nata io, erano ancora in vita tre dei miei nonni: una è morta poco dopo, io ho conosciuto solo i miei due nonni materni. Mia madre era figlia unica, i nonni abitavano con noi; erano una presenza costante in casa, di aiuto a mia madre che si occupava di tre e, alla nascita di mia sorella, di quattro figli. I miei genitori si erano spostati da poco dalla campagna alla città: sono la prima della nuova famiglia ad essere nata in un ospedale.
Alla nascita di mia figlia, i nonni presenti erano quattro. Era la prima e unica nipote per tutti loro, a cui successivamente si sono aggiunti i figli e le figlie dei miei fratelli e di mia sorella. Io abitavo con mio marito e mia figlia nella stessa città, non lontano dai luoghi della mia infanzia, potevo percorrere a piedi, spingendo la carrozzina, la distanza che mi separava sia dai genitori sia dai suoceri.

Quando mia figlia aveva tre anni ci siamo trasferiti a Milano, e abbiamo cominciato a frequentare le nostre famiglie di origine andandole a trovare nei fine settimana, con regolarità: dormivamo dai miei genitori, andavamo a pranzo a casa dei miei suoceri.
Alla nascita di mia nipote, gli ascendenti diretti delle due famiglie di origine sono nove: due bisnonne, un bisnonno, quattro nonni biologici, tra cui io, e una nonna acquisita. Nella mia famiglia la neonata è la prima nipote, mio padre è vivo e sano e si rallegra di essere il primo della sua stirpe ad essere diventato bisnonno. Io sono divorziata: vicino al mio ex marito c’è un’altra donna, nella posizione di nonna acquisita. Il nonno materno e la nonna paterna sono quelli che abitano più vicini, nella periferia metropolitana, a circa un’ora di distanza dalla nipote. Per raggiungere la casa di mia figlia, io impiego circa due ore.
Tutto questo conteggio di presenze e di distanze geografiche della mia vicenda personale fornisce un’immagine dell’andamento demografico (1) della popolazione italiana e delle modificazioni delle strutture famigliari. Un numero di anziani doppio rispetto al passato recente, nuclei famigliari ridotti e dispersi geograficamente, una tendenza alla denatalità che ci rende i meno prolifici del mondo.
Risalendo all’indietro nella mia storia, mi rendo conto che queste variazioni numeriche mi comprendono: sono figlia del baby boom, siamo in tantissime ma abbiamo fatto pochi figli.
Ora sono una tra le numerose persone anziane intorno alla nuova creatura.
Questo grande numero di antenati viventi intorno ai nuovi nati crea una pressione che non è mai stata così forte. Il secondo cerchio famigliare,  (2) situato intorno al nucleo parentale, è densamente abitato e si struttura in modalità complesse e non tradizionali. La cerchia dei nonni e dei parenti, oltre a sostenere il nucleo genitoriale, produce richieste e attese, concentrate sui più piccoli.
Vedo lo squilibrio nella mia esperienza quotidiana, lo fermo nella fotografia scattata in un pomeriggio estivo.
Mia figlia e mia nipote sono venute per qualche giorno da me, in campagna. Ho invitato da me per l’occasione mio padre, mio zio, la sua compagna.
Dopo il pranzo in giardino, la piccola si è appena svegliata, scende in braccio alla madre.
Noi vecchi siamo seduti come al cinema, in file ordinate, più vicina a lei c’è la mamma, poi io e mio padre, dietro gli zii. Cinque adulti a guardarla mangiare il gelato, incantati dai suoi gesti piccoli, nuovi, che comunicano il sapore della scoperta.
Lei si concentra sulla merenda, ma è anche attenta ai nostri sguardi, 10 occhi che la fissano e le nostre voci che commentano gioiose.
Mia figlia è accondiscendente, lascia che ci riempiamo gli occhi, tra poco partono tutti, è la festa che finisce.
Io - come tutti gli altri? - mi sento trasportata verso la neonata: offro tempo e disponibilità in aiuto ai genitori, chiedo informazioni sulla piccola, mi premuro di essere il più possibile presente, di starle vicino. Se non riesco ad assicurare una presenza fisica, c’è la vicinanza virtuale: sentirla al telefono, ricevere una fotografia.
In questo gioco di aspettative reciproche, sorge un malinteso, che mi fa stare male. Mi ero organizzata per andare qualche giorno a trovare mia figlia, invece lei e mio genero hanno deciso di fare altro, di partire insieme con la bambina per il mare. Nella frustrazione che produce in me il cambio di programma, ascolto emergere sentimenti ambivalenti: la rabbia, associata al sentirmi poco considerata; la dipendenza, che mi fa sentire legata alla vita di mia figlia; anche la colpa, perché penso che il malinteso dipende dal fatto che io non l’ho educata bene, non le ho passato il senso di devozione e rispetto per i più anziani.
Quando abbiamo modo di spiegarci, emerge la complessità della situazione, descritta da mia figlia come un troppo, un accumulo di disponibilità, ma anche di richieste.
Io sento troppa pressione, troppe richieste. Sei sempre tu che dici: io sono disponibile, posso venire questo giorno, se vuoi rimango io con la piccola. E oltre a te ci sono anche gli altri nonni e i parenti che chiedono, ognuno a modo proprio. Io, che sono la mamma, sono in mezzo a tutte queste famiglie, sto lì a dire di no a tutti, no a questo e a quello. Vorrei essere io a chiedere, se ho bisogno. E tu a dire di sì o di no, se puoi o non puoi. E poi mi piacerebbe venire più spesso da te, senza che tu viaggi tanto.
Riflettendo insieme sulla questione, io cerco il modo di fare un passo indietro: mi propongo di non cercare di anticipare i suoi bisogni, di non pormi in una posizione di troppe aspettative.
Possiamo accordarci così: fai tu la parte di chiedere, conosci le mie disponibilità rispetto al lavoro, i miei giorni liberi. E io ti dirò ogni volta se posso venire...
Dopo questa conversazione, viaggio verso casa con la sensazione sgradevole che forse non vedrò mia nipote per un po’: come ha detto mia figlia, le persone coinvolte sono tante, il mio timore è che lo spazio residuale in cui potrò vederla sarà poco. Invece non accade nulla di diverso rispetto a prima, mia figlia mi chiede di tornare da lei mercoledì, come ogni settimana.
Se puoi e se ti fa piacere, aggiunge.
Rifletto sul fatto che mia figlia cerca di collocare la relazione con me, come nonna e come madre, nell’ordine del piacere e della scelta, non dell’obbligo. I nostri incontri, generati a partire dai bisogni della piccola, funzionano come una conferma del nostro legame, più che secondo un sistema di doveri codificati. Le osservazioni di Silvia Vegetti Finzi decrivono la nascita di questo senso di intimità a distanza, come un elemento di forza e di stabilità delle reti intergenerazionali:
rispetto al passato tutto sembra indicare che oggi ci si ama molto di più, contrariamente alla credenza generale secondo cui l’egoismo farebbe da padrone (3).
Sento vera questa enfasi sull’amore: mia figlia, che considero più avanti di me nella costruzione delle relazioni famigliari, sta cercando di attribuire un nuovo ordine alla nostra complessa rete di legami, senza fermarsi alla ripetizione o all’opposizione (4) . Attraverso la modulazione di una distanza che sente più giusta, cerca di superare il sistema dei vincoli predefiniti dalle norme tradizionali: stare insieme nella rete famigliare facendo emergere il piacere, senza tacere sulle fatiche e le difficoltà.
Con un’amica riflettiamo sulle differenze rispetto alla nostra generazione, alle nostre scelte di allontanarci dalle madri, di rompere con i vincoli delle famiglie tradizionali.
Io, come te, la nostra generazione, abbiamo contribuito a scardinare le regole precedenti, della famiglia tradizionale e del patriarcato. Prima ci siamo allontanate dalla famiglia di origine, poi abbiamo rotto i matrimoni, cercato altre relazioni. Abbiamo messo distanza fisica da nostra madre - io me ne sono andata dal paesello, da Cassano delle Murge a Milano - per trovare una distanza simbolica: la relazione di accudimento e di dedizione vissuta dalle nostre madri non ci lasciava scelta, ci teneva in un vincolo di identificazione con la famiglia tradizionale. Noi, rispetto alle nostre madri, abbiamo cercato una distanza diversa: con i nostri figli abbiamo dato per scontato meno obblighi, meno richieste, siamo state meno prescrittive. Ora i figli, le figlie possono scegliere, non ci sono modalità già definite. Ma ogni volta dobbiamo pensare come fare dal nuovo, ed è un lavoro faticoso.
Mi racconta di suo figlio, trentenne, che ha scelto di abitare nell’appartamento adiacente al suo.
Mio figlio e la sua fidanzata ora abitano vicino a me. Io, alla sua età, non avrei certo scelto così, loro ci hanno pensato, ne hanno parlato e hanno deciso che andava bene.
Noi siamo andate via, loro invece vengono vicini.
Penso che loro riescano a stare vicini, perché noi non abbiamo trasmesso ai figli l’obbligo di dover aderire sempre alle nostre richieste. Possono stare vicini perché c’è più rispetto... sappiamo di più gestire la distanza, loro non sono preoccupati della mia invadenza.
Per me la questione della distanza non è così risolta, la mia storia non mi conduce verso conclusioni tanto evidenti. Penso a mia figlia, che è stata figlia unica; quando aveva tre anni ci siamo allontanati dalle famiglie di origine e trasferiti da Modena a Milano; a 15 anni ha vissuto la nostra separazione e il divorzio.
Ora che è nata mia nipote, mia figlia frequenta la famiglia più tradizionale del suo compagno con assiduità: io rimango ad osservare incredula la sua nuova dedizione a situazioni antiche, la festa di famiglia, le vacanze insieme alla suocera, alla cognata, al cognato, al nipote, il rito del pranzo della domenica.
Mi sembra un ritorno al passato, ad obblighi superati, che ho sentito fastidiosi, che si ripetono nella loro modalità scontata, già vista. Io disapprovo, cerco di sottrarmi: invece lei si sente in una sua ricerca. Mi chiede:
Ma non ti viene la curiosità di stare a vedere come facciamo noi, come riusciamo a viverci questa situazione?
Schermata 2018 07 02 alle 18.34.48Ne parlo con la mia amica Marina, anche lei nonna di due nipoti, di suo figlio. Mi riporta sulla questione della distanza tra madre e figlia. Mi racconta che al Buzzi, l’ospedale dei bambini di Milano, organizzano corsi di accompagnamento alla nascita dedicati alle nonne. La psicologa (5) che lo tiene propone un quadro di Sant’Anna e della Madonna con bambino, di Leonardo (6) , ( vedi foto) come metafora della giusta distanza.
La psicologa dice che Sant’Anna sta un passo indietro, e guarda la figlia, non il bambino. Ha le mani che offrono, non chiede niente. Ci dice di stare a distanza, un passo indietro, in un esercizio di pazienza e moderazione.
Ho deciso che questa sarà la mia immagine guida.
Cerco i quadri di Sant’Anna: mi colpisce che siano state dipinte numerosissime tele della triade, la nonna insieme a sua figlia e al bambino. Sono immagini di momenti di vita e di relazione, non stereotipate: sulla posizione dei tre personaggi, sull’età, sulla distanza tra loro ci sono molte variazioni. Nel quadro di Masaccio (7) Sant’Anna si erge sopra Maria, le mani sulle spalle della figlia, il manto che fa da sfondo e coperta. Il Perugino (8) pone sant’Anna in alto, sopra Maria e tutte le donne della famiglia, in una gerarchia matriarcale. Saraceni (9) dipinge Gesù in braccio alla madre, aggrappato alla veste della nonna, già vecchia; Albani rappresenta il bambino che corre verso Sant’Anna con le braccia aperte, mentre Maria sta leggendo; Cerrini (10) disegna Gesù sulle ginocchia di Maria, mentre con una mano sfiora in una carezza il viso della nonna.
Schermata 2018 07 02 alle 18.26.48Nella ricerca che le giustappone, tutte insieme sembrano i fotogrammi di una vita: ricapitolano i diversi passaggi, in atmosfere di dolcezza diffusa, ci ricordano la sacralità dei gesti della cura, la potenza del legame tra madre e figlia e tra le generazioni. Nelle scelte di composizione delle scene riconosco un elemento frequente: Sant’Anna è più arretrata, a lato o dietro Maria, ed in primo piano è posto il bambino.
I quadri mi suggeriscono di stare dietro, con mia figlia e la sua bambina che stanno davanti a me.
Mi danno indicazioni su varie posture della mia collocazione e insieme mi comunicano un senso di fiducia: rispetto a me, mia figlia e mia nipote sono più avanti.( Francesco Traini Vergine con Bambino e Sant'Anna ,vedi foto).

 

 

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***Questo saggio è inserito nel libro:  Mario Gecchele ( a cura di) La nonnità, edizioni Quiedit, Verona 2018. L'autrice è stata autorizzata a divulgare separatamente questo testo, citandone la fonte. La prima parte è stata pubblicata qui e la seonda parte qui 

 

(1) I dati demografici ci descrivono come una delle popolazioni più longeve e più sane al mondo, con il tasso di natalità in assoluto più basso: 1,35 figli per donna. La perdita di popolazione giovane rispetto al totale è di 300.000 unità all’anno. La speranza di vita alla nascita è di circa 80 anni per gli uomini e 85 per le donne; per ogni 100 persone tra 0 e 14 anni, ce ne sono 157 di oltre 65 anni, prevalentemente donne.
(2)La funzione integrativa può essere rappresentata con il modello ecologico di Bronfenbrenner, rappresentante alcuni cerchi concentrici che stanno ad indicare rispettivamente la famiglia nucleare cioè il cerchio più al centro, e il cerchio più esterno i nonni. Entrambi i cerchi hanno come obiettivo la crescita e l'educazione dei nipoti. La funzione integrativa della nonna materna consiste nella protezione, dell'accompagnamento, nella cura dell'eredità affettiva e nel tramandare lo stile educativo materno, nel custodire la memoria autobiografica del nipote.
 Stramaglia, Massimiliano. 2013. Una Madre in Più. La Nonna Materna, L’educazione E La Cura Dei Nipoti. Torino: Franco Angeli,2013

(3) Vegetti Finzi, Silvia, Nuovi nonni per nuovi nipoti. La gioia di un incontro, Mondadori, Milano 2008; pag.47

(4) Il primo è il modello della ricapitolazione in cui la figlia aderisce al modus materno. Il secondo è il modello oppositivo, in cui c'è la scelta di non diventare madre in posizione alla genitrice. Poi c'è il modello compromesso, in cui si emula la madre ma ci se ne vuole anche emancipare. Infine il modello democratico proprio delle donne libere che scelgono sulla base della loro volontà, che optano per la via più giusta a loro essere all'autenticità e non a quella più semplice. Stramaglia, Massimiliano. 2013. Una Madre in Più. La Nonna Materna, L’educazione E La Cura Dei Nipoti. Torino: Franco Angeli.

(5)   Grigio, Monica, Psicologa, Corsi di accompagnamento alla nascita per nonne e nonni, Ospedale Buzzi, Milano.
(6)   Leonardo da Vinci, 1513 circa, Sant'Anna, la Vergine e il Bambino con l'agnellino, Museo del Louvre di Parigi.
(7)   Masaccio e Masolino da Panicale, 1424/25, Sant’Anna Metterza, Galleria degli Uffizi, Firenze
(8)   Vannucci Perugino, 1502, Madonna con Bambino in trono, sant'Anna e la famiglia della Vergine Musée des Beaux-Arts, Marsiglia
(9)   Carlo Saraceni, 1610 circa, Madonna col Bambino e sant'Anna, Galleria Nazionale d'Arte Antica in Palazzo Barberini, Roma.
(10) Domenico Cerrini, 1670 circa, Sacra Famiglia con Sant’Anna, Chiesa di Sant’Anna, Porto Potenza.
(11) Francesco Traini 1315/1348, Vergine con Bambino e Sant'Anna, Princeton Museum.

 

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