manuela vaccariLA PAROLA NONNA***
Sedie di plastica nera, un tavolino bianco, la macchinetta del caffè, il corridoio spoglio, una sequela di porte chiuse, cartelli di “ingresso vietato alle persone non autorizzate”, i rumori sordi di azioni che sento accadere dietro il muro. Un’ostetrica gentile mi permette, contro le regole, di entrare in sala parto, per vedere un momento mia figlia, che già da ieri sera patisce le doglie. La stanza per il travaglio è bella, con il soffitto decorato con un paesaggio di bosco, le pareti colorate, una liana di stoffe variopinte, la vasca da bagno - che però non si può usare, mi dice - la musica alta. Mia figlia è sudata, si tiene al letto e danza al ritmo della musica i movimenti che le ha suggerito l’ostetrica, in un’altalena di contrazioni e rilassamento: come un rito antico, ambientato in una costruzione scenica contemporanea. Devo uscire subito, non è previsto che rimangano più persone vicino a lei. Nella notte rientro a casa di un’amica, per non restare sola nel corridoio inospitale

Mi colpisce la grande attenzione estetica dedicata alla sala travaglio, isola di bellezza fluorescente inserita in un luogo così anonimo e spoglio. La contraddizione con il contorno è forte: mi fa soffrire soprattutto la chiusura delle porte, che limita drasticamente il mio essere vicina a mia figlia, per assisterla. È il padre che è presente alla nascita, che partecipa al patimento per comprendere la grandezza del passaggio, alla resa che permette la nascita.
Mi chiedo se la presenza del padre è incompatibile con quella della nonna. Il percorso di riflessioni e di pratiche delle donne intorno al parto e alla nascita ha valorizzato la relazione tra l’uomo e la donna genitori, ha messo al centro la coppia.
Sto subendo un effetto collaterale dello stesso percorso: nella sanità pubblica, la presenza del padre ha portato a estromettere la madre della partoriente, ha interrotto la genealogia femminile. (1)
Ritorno all’ospedale la mattina presto, alle 6, quando iniziano le attività di igiene. La bimba dorme il suo primo sonno sul petto della madre, entrambe abbandonate al riposo, stremate e felici.
In questi mesi di attesa ho pensato poco alla creatura che stava nascendo: all’inizio mi si è presentata come imprevisto, pensavo a mia figlia, alla sua vita professionale, mi è sembrata anche un ostacolo, un essere estraneo che le cresceva dentro, provocando la deformazione del corpo della mia bambina. Ora che è nata è un miracolo della natura, da una rotondità regolare è uscito un essere umano completo, in miniatura, con le piccole dita e le unghie, gli occhi, le ciglia, la pelle setosa, la bocca, sembra impossibile. La prendo tra le braccia, in un’emozione di dolcezza e apprensione, di piacere e di preoccupazione di non fare cose che possano scontentare sua madre.
Entra un’inserviente, con gli strumenti per la pulizia dei pavimenti, con fare energico: “questo non è orario di visita, non può stare qui, deve andarsene.” La guardo aggressiva, non mi muovo: “Non sono una visita, sono la nonna.”
In quel momento, avrei voluto che la parola nonna fosse più esplicita, più incisiva. Come in inglese, grandmother, madre più grande, che affianca e anche supera in prestigio, i genitori. O in spagnolo, abuela, antenata. In italiano nonna è un termine di origine altomedievale, da nunnus, monaco, al femminile nunna, che significa nutrice. Successivamente il termine venne usato anche per indicare le monache, probabilmente perché si prendevano cura dei bambini abbandonati. E’ costruito a partire dalla radice greca nous: conoscenza, sapienza, concetto rafforzato dal raddoppiamento. Ma nella forma italiana assume le caratteristiche di una lallazione, un nomignolo infantile; nell’uso comune, declinato al femminile, è associato ad oggetti superati, alla decrepitezza della vecchiaia ,(2) più che alla sapienza.
“Sono la nonna”, ripeto; l’inserviente mi guarda infastidita e continua il suo lavoro in silenzio. Ho scongiurato il pericolo di essere allontanata, ma nello sguardo della donna non ho letto il riconoscimento della mia funzione, della mia importanza. Mi ritorna l’interrogativo: per l’organizzazione istituzionale che si occupa delle nascite, dovrei rimanere fuori. Dov’è il cerchio delle donne, in cui accomodarmi con regalità?
Quando dico che sono diventata nonna, suscito nelle mie amiche espressioni enfatiche di gioiosa ammirazione, del tipo: “Che bello, chissà come sei contenta, che gioia, non vedo l’ora!”
Rispondo che sì, sono contenta, ma è anche difficile.
Gli occhi delle mie interlocutrici si fermano e mi fissano interrogativi, in un battito di ciglia inaspettato, che tradisce uno scandalo. Anche chi è già nonna rimane sorpresa alla mia risposta: ma in un modo diverso, più intenso, vedo lo sguardo che si alza lentamente, capisco che sa a che cosa mi riferisco. Di solito trova un tono autentico e con poche parole dice che sì, non è facile.
Un’amica ha coniato il termine complicazione relazionale, che rende bene. Sull’ambivalenza dei sentimenti materni abbiamo lavorato tanto(3) , anche se ancora ci riesce difficile riconoscerne la pervasività. Nel senso comune invece alle nonne toccherebbe una sorte più univoca, solo gioiosa, senza ombre. Un amore senza Edipo, come scrive Ada Fonzi, e sembra voglia dire che si soffre meno. Riprendo i testi di Melanie Klein, grande indagatrice dell’ambivalenza dell’amore materno e verso la madre. Quando descrive la relazione tra genitori e figli dice che in uno sviluppo sano
i figli devono disinvestire dall’amore dei genitori, per proiettarsi in quello verso i propri figli. Devono amarli di meno. (4)
Quanto di meno, mi chiedo? Non mi sembra di sentire una diminuzione, semmai un cambiamento, la ripresa di una relazione che era diventata più distante, coronata di tutte le complicazioni che ritornano. Mentre mia figlia sposta il suo amore verso sua figlia, io mi sento ritornare in una posizione materna: mi dedico a lei come figlia e come madre, a cui si aggiunge la disponibilità per mia nipote.
Oscillo tra il rischio e il desiderio, anche sostenuto dagli stereotipi e dalle aspettative dominanti, di ritornare ad identificarmi con la funzione materna e l’accudimento famigliare.

 L’IPOTESI DELLA NONNA
Si avvicinano le feste, arriva il primo Natale dopo la nascita di mia nipote. C’è eccitazione, preparativi che fervono, inviti da parte delle due famiglie che stanno intorno alla nuova arrivata. C’è anche lutto, perché da pochi mesi è morto il mio consuocero, il nonno paterno. 
Mio padre, mia sorella e i miei fratelli preparano la festa di famiglia a Modena, il mio ex marito festeggia a Milano, la famiglia di mio genero organizza il pranzo di Natale a Rozzano.
Tutti immaginiamo la festa intorno alla neonata; mia figlia promette che ci sarà, la vigilia a Modena con me e con i miei, il giorno di Natale dai suoceri, nel pomeriggio insieme al mio ex marito. 
Io raggiungo la casa di mio padre, mi immergo nei preparativi. Mi chiama mia figlia, prima imbarazzata, poi in lacrime: 
La piccola ha la febbre, qui sono tutti tristi perché è il primo Natale senza il papà di Marco, abbiamo anche prenotato una settimana di vacanza, ma nessuno ha voglia, sta morendo anche la nonna di mio cognato, io non ce la faccio, sono stanca morta, non voglio fare più niente.
Io passo la vigilia di Natale con mio padre, mia sorella, i miei fratelli e le loro famiglie. La cena, sontuosa come ogni anno, finisce prima del solito, i pacchetti sorpresa per la nipotina nuova rimangono intatti, in attesa. Mi ritiro nella camera da letto, quella che occupavo da bambina. Sono delusa, in preda a un desiderio cocente di essere vicina a mia figlia e a mia nipote. Ma perché io, che ho una mia vita, che passo da anni le feste senza mia figlia, senza soffrirne, mi trovo in questa struggente delusione alla sua assenza? Perché questo incontenibile trasporto verso mia figlia e mia nipote? 
Mi metto al computer, scrivere e studiare mi consola, è il mio modo di proteggermi nei momenti difficili. Mi aiuta a trasformare la difficoltà, ad attraversare i passaggi stretti, con la fiducia che altre e altri ci siano già passati, e abbiano elaborato strumenti per capire. Così, la notte di Natale, forzatamente lontana da mia figlia e da mia nipote, in preda al desiderio di essere vicina a loro, mi immergo nella lettura degli articoli accademici che contengono la parola nonna, nella speranza di trovare qualche testo che parli anche di me. 
Mi appassiono alla lettura di una ricerca di antropologia evoluzionista, dal titolo “L’ipotesi della nonna”. Le donne sono tra i pochi esseri viventi(5) che presentano la menopausa, un periodo che occupa circa un terzo della vita, durante il quale sopravviviamo senza essere fertili: gli uomini e le femmine delle altre specie di mammiferi possono procreare anche in vecchiaia avanzata. Tale periodo potrebbe sembrare inutile dal punto di vista della sopravvivenza della specie: perché mai le donne anziane non fertili rimangono in vita così a lungo? 
L’antropologa Kristen Hawkes (6) ha studiato una popolazione di cacciatori-raccoglitori, gli Hadza, in Tanzania. In questa società tribale non si conoscono agricoltura e domesticazione degli animali: la situazione di vita viene comparata a quella della specie umana nelle ultime centinaia di migliaia di anni. Le osservazioni della ricercatrice mostrano che le donne in epoca post- riproduttiva sono ottime raccoglitrici di cibo. La raccolta di alimenti, tuberi o radici, in quel territorio è molto impegnativa e i bambini non sono in grado di procurarsi da soli il necessario. Le madri riescono a rifornire i loro piccoli di una dieta adeguata, eccetto quando devono accudire un nuovo nato fino al suo divezzamento. La madre che allatta non è più in grado di dedicare il tempo necessario alla raccolta del cibo; l’intervento della nonna materna diventa fondamentale per garantire la sopravvivenza della madre, del neonato e degli altri figli. Le nonne sono abilissime raccoglitrici e garantiscono il fabbisogno energetico adeguato per tutto il gruppo famigliare. Il successo riproduttivo – cioè la sopravvivenza della prole – aumenta del 30% in presenza della nonna materna. 
Mi rincuora questa prova scientifica della mia funzione evolutiva: conferma il valore della mia tensione, afferma che la mia presenza accanto a mia figlia e a mia nipote è fondamentale. Riguardo sotto una nuova luce i miei agiti di questi mesi: ho da subito ricominciato a cucinare per lei, le porto ogni volta che posso le pietanze che preferisce, preparate da me. Ho ripreso i gesti che erano di mia madre, cucino, pulisco, riordino perché lei possa dedicarsi alla piccola. Ora sono più sicura che questa spinta che sento, questa dedizione, viene da lontanissimo, ed è utile, vitale. 
Solo mi chiedo perché questa mia funzione non è socialmente riconosciuta: la consapevolezza che la nonna è fondamentale per la specie umana non sembra molto diffusa. Ipotizzo che il sistema sociale patriarcale abbia progressivamente eclissato questo ruolo della nonna materna, riconosciuto nelle società matrilineari. Il Cristianesimo ha cancellato le dee, nella loro triplice forma della ragazza, della madre e della vecchia, triade depositaria della potenza della natura. La società patriarcale e capitalista ha approfondito la svalutazione delle donne vecchie: una fascia sociale svalorizzata, povera, esteticamente brutta, poco rispondente alle logiche del mercato. Io mi sento entrambe le cose: vitale e necessaria, nel mio trasporto atavico a sostenere mia figlia, e insieme di troppo, non riconosciuta nel mondo sociale. Ritengo che questa ambivalenza mi accomuni ad altre donne, in una condizione di invisibilità e di importanza non valorizzata: un’emozione politica(7) , che si nutre di mancato riconoscimento e insieme della certezza dell’importanza della mia funzione.

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***Questo saggio è inserito nel libro:  Mario Gecchele ( a cura di) La nonnità, edizioni Quiedit, Verona 2018. L'autrice è stata autorizzata a divulgare separatamente questo testo, citandone la fonte. La prima parte è pubblicata qui

[1]       Li Vigni, Lia, La signora della vita. Dal parto naturale al parto medicalizzato, in La cura come relazione con il mondo, 2015, Il Poligrafo, Padova.

[2]       Dal vocabolario Treccani: nònna s. f. [lat. tardo nonna «monaca; balia»]. La madre del padre o della madre. Ha usi analoghi al maschile nonno, ma è più di questo frequente per riferirsi a tempi, costumi, modi di un passato non molto lontano ma ormai superato (le idee della nonna, le camicie da notte della nonna, i mutandoni delle nostre nonne).

[3]        Diotima, L’ombra della Madre, Liguori, Napoli, 2007

[4]        Klein, Melanie, 1937, Amore, colpa, riparazione, in Amore, odio, riparazione, Astrolabio, Milano, pag.88.

[5]         Oltre alle donne, presentano un lungo periodo di menopausa le femmine delle balene horcynus horca. Gli studi degli zoologi confermano il valore adattivo del periodo di vecchiaia non fertile, che permette un migliore successo riproduttivo per i cuccioli che sono cresciuti dalla madre e dalla nonna materna.
Lahdenperä, M., Mar, K. U., & Lummaa, V. (2014). Reproductive cessation and post-reproductive lifespan in Asian elephants and pre-industrial humans. Frontiers in Zoology, 11, 54.

[6]       Hawkes, K., O’Connell, J. F., & Blurton Jones, N. G. (1997). Hadza women’s time allocation, offspring provisioning, and the evolution of long postmenopausal life spans. Current Anthropology, 38(4), 551–577.

[7]        Dall’articolazione, in rapporto di complementarietà, tra la storia collettiva e quella singolare (…) nascono le emozioni politiche, da considerarsi allo stesso tempo tanto emozioni prodotte dalla politica ed emozioni che producono delle politiche. Si tratta di tutte quelle emozioni declinate da eventi esterni, di natura politica, nel senso largo del termine: esse marcano il destino individuale o collettivo, spesso a insaputa degli interessati. Francoise Sironi, 2007, In Alga, Maria Livia, “Corps En Déplacement et Orientations Non Hétéronormatives . Pratiques Contreidentitaires Des Mouvements Antiracistes et Antihomophobes À Palerme et À Vérone . Premier Chapitre Anatomie D’ Une Méthode” (Paris VIII, 2014) in corso di pubblicazione, traduzione mia.

 

 

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