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Nata a Saluzzo (Cn) nel 1925.

 

Il padre avvocato era stato deputato socialista nel 1921 e non prese mai la tessera del fascio. Questa fu la ragione perchè la famiglia fosse perseguitata dal fascismo e durante l’occupazione tedesca.

Il padre fu messo in carcere più volte e si salvò da una deportazione nei campi di concentramento nazisti in Germania, dalla quale, nessuno di quelli rastrellati in quell’occasione ritornò vivo.

Il fratello fu ferito in Albania e a lungo ne portò le conseguenze.

Cornelia dopo la guerra riprese gli studi interrotti, dopo il liceo classico e s’iscrisse sia alla facoltà di Lettere di Torino sia alla scuola di Servizio sociale, laica e aperta da pochi anni.

Vi accese con una borsa di studio dell’Unione industriali di Torino.

Lavorò sei mesi nelle fabbriche occupandosi di pratiche previdenziali.

Alla morte improvvisa del padre dovette trovare lavoro.

Rispose ad un’inserzione de “La Stampa” per un’offerta di lavoro come segretaria d’azienda, senza rivelare la fabbrica richiedente.

Ebbe un colloquio con il responsabile dell’Ufficio personale, apprendendo c così che la fabbrica era l’Olivetti di Ivrea.

A seguito di un incontro con l’ingegnere Adriano Olivetti, messa nella possibilità di scegliere, optò per il Servizio sociale dell’azienda, con la convinzione di continuare gli ideali e le lotte del padre per gli operai.

Fu assunta dopo una settimana, alle dirette dipendenze della Presidenza.

Lavorò al servizio sociale di fabbrica dal 1950 al 1962, responsabile dell’Ufficio assistenti sociali, con alle dipendenze prima due poi otto assistenti sociali e in seguito alla Direzione dei servizi per l’infanzia, dal 1962 al 1981.

Andata in pensione a quella data continuò per altri 4 anni a collaborare con l’Olivetti come consulente.

Ancora oggi, partecipa ad iniziative ed eventi in cui si parla dell’esperienza di Adriano Olivetti, su cui è stata intervistata più volte e ha scritto diversi articoli.