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WELFARE e DOMICILIARITA'
(a cura di La Bottega del Possibile)

CAMPAGNA CAREGIVER 

claudio caffarenaVorrei iniziare questa riflessione sul lavoro che si è andato sviluppando in questi ultimi quattro anni da parte del Gruppo di Studio Disabilità della APS La Bottega del Possibile, in collaborazione con il Coordinamento Servizi Area Disabilità della Cintura di Torino (1), con una osservazione di carattere generale.
Malgrado le varie difficoltà che si registrano nei differenti contesti (carenza di risorse, ostacoli burocratici, miopia di vedute da parte di alcuni decisori) assistiamo ad una costante visione prospettica da parte di molti operatori e servizi: la volontà di individuare nuovi orizzonti, la fantasia di trovare risorse nel quotidiano, la capacità di creare ambiti progettuali sinora inesplorati.


In tale ottica si colloca il lavoro iniziato nel 2013 con il seminario “Centri Diurni e disabilità: pensare futuro”, e proseguito con l’elaborazione del successivo seminario nel 2015 “Un decalogo per i Servizi Diurni Territoriali. Indirizzi e norme a supporto del Cambiamento” (2).
Il gruppo ha individuato le caratteristiche che rendono i Centri Diurni servizi di qualità e le peculiarità irrinunciabili, sviluppandole in un Decalogo, evidenziando che si tratta di principi con cui operatività e normativa devono interfacciarsi e che rappresentano uno zoccolo duro da salvaguardare all’interno dei ripensamenti che il tempo richiede per adeguare i servizi al mutare delle esigenze.
Il nucleo dell’impianto del Decalogo, con riferimento alla normativa vigente in Piemonte, è l’operatività, analizzando esperienze reali significative per innovazione e flessibilità, superando la logica del modello di CST che per anni ha imbrigliato i Centri; un’operatività che colloca il Decalogo non nella realtà fantastica dell’auspicabile, ma in quella vera della bellezza dell’esistente.
Le esigenze da cui si è avviata la riflessione in sintesi:
• Esigenza di rinnovare i servizi per la disabilità e ripensare l’offerta prestazionale dei centri diurni in un’ottica di maggiore integrazione territoriale e sociale.
• La normativa regionale di riferimento è prevalentemente degli anni ’90 e rispecchia un quadro sociale non più corrispondente agli attuali bisogni: sono mutate le esigenze delle persone con disabilità e delle loro famiglie, all’interno di sistemi sociali che sono in sempre più rapido cambiamento.
• Esigenza sentita dagli operatori di poter interagire con il legislatore per evitare derive di revisione normativa che non salvaguardino più alcuni principi di qualità a causa di scelte di “ottimizzazione delle risorse” o interpretazioni di dubbia utilità per gli operatori.
Cuore del Decalogo è trasformare il CD in Servizio Diurno Territoriale (di seguito SDT), con un lessico che aiuti concettualmente e strutturalmente a superare il Centro, che già comprende il Centro Socio Terapeutico, la RAF (Residenza Assistenziale Flessibile ) diurna, il Centro Addestramento Disabili, per attribuire valore all’offerta di attività ed opportunità diurne, più che al luogo in cui si svolgono, spostando l’attenzione dall’organizzazione alla pluralità di prestazioni riconducibili a diversi modelli ed approcci di intervento, il che significa superare il vincolo del modello valido per tutti i contesti di riferimento, aprendo a sperimentazione e innovazione, a pratiche e percorsi di aiuto allo sviluppo di capacitazioni e apprendimenti, per creare proposte polifunzionali e flessibili per riconoscere e soddisfare il mutare delle esigenze dei fruitori. Uscire dal Centro e individuare alternative sul territorio, non più luoghi e edifici dedicati, ma luoghi abitati anche da altri attori della comunità locale, con cui l’integrazione non si persegua con attività comuni, ma nella coabitazione.
Per i SDT di nuova realizzazione dovranno reperirsi collocazioni non esclusive, ma luoghi in cui siano già presenti altre attività o servizi, implementandoli, integrandoli, arricchendoli e per quelli già esistenti occorre incentivare le possibilità di agevolazione burocratica e economica nella ricerca di legami di integrazione territoriale.
Correlata all’idea di superare il modello è quella di sviluppare processi flessibili. Flessibilità è la parola chiave per operare a partire dai bisogni delle persone:
- minutaggio della DGR 230/98 della Regione Piemonte come standard minimo, con flessibilità di incrementi prestazionali in risposta a specifici e diversificati bisogni riportati dai Progetti Educativi Individualizzati (PEI),
- uso flessibile delle figure professionali previste in normativa, in relazione ai PEI,
- valorizzare l’accoglienza, riconoscendo i bisogni che differenti target di popolazione e differenti territori manifestano, con pluralità di offerte, flessibilità di orari e di modalità di funzionamento,
- rilevare i bisogni in modo adeguato, non trascurare i desideri, salvaguardare i ruoli attivi e responsabili delle famiglie ed un coinvolgimento cooperativo delle risorse comunitarie, attività che devono essere svolte dai vari soggetti implicati, pubblici e privati sociali, nel rispetto dei diversi ruoli in un’ottica di filiera integrata,
- superare la logica che la disabilità lieve necessiti di interventi meno consistenti di quella grave, predisponendo percorsi ed interventi professionali educativi a valenza abilitante e riabilitativa che, attraverso le pratiche del lavoro di comunità, favoriscano il coinvolgimento della comunità territoriale,
- garantire alle équipes, multiprofessionali e multidisciplinari, il riconoscimento della complessità del lavoro e del tempo di pensiero aggiunto al tempo impegnato con le persone: i tempi della programmazione, della progettazione educativa e assistenziale, la definizione di incarichi, competenze, lo studio di modalità organizzative e relazionali per la presa in carico della famiglia, il lavoro di rete con gli Enti ed i Servizi competenti e coinvolti nei processi educativi, il coordinamento, il confronto e la ricerca/studio fra i professionisti dei Servizi coinvolti, i percorsi di formazione e di aggiornamento, la supervisione.
Rinviamo alla sintesi che segue l’articolazione dei 10 punti attraverso cui si svolge il Decalogo e l’analisi approfondita degli stessi alla lettura degli articoli citati in nota (2), arricchiti della bibliografia aggiornata.
Riprendendo l’osservazione iniziale da cui siamo partiti, è significativo citare alcuni esempi recenti che testimoniano come anche in altri contesti si stia avviando una riflessione su temi analoghi con lo stesso tipo di preoccupazione: quello cioè di non restare vincolati a ciò che già esiste ma piuttosto sentirsi liberi di creare nuove prospettive e nuovi orizzonti.
Due i riferimenti recenti.
Il primo di Mario Paolini dal titolo “Il Centro Diurno per persone con disabilità intellettiva. Servizio o struttura?” (APPUNTI dicembre 2015). Il secondo “Le unità educative territoriali. Un’alternativa possibile al centro diurno per disabili” (Prospettive Sociali e Sanitarie” n.1/2017).
Concludiamo con una riflessione di Franca Olivetti Manoukian che sottolinea l’importanza dell’impegno, da parte degli operatori, di diffondere il pensiero in cui credono.
“Per me lo scrivere da parte degli operatori sociali significa aprire i servizi alle interlocuzioni con altri, perché altri sostengano e condividano il lavoro dei servizi, le scelte che si fanno (di contenuto, ma anche di modalità di intervento). E questo chiede che i singoli professionisti escano dalle proprie ristrette collocazioni per prendere più visibilità e anche per essere più in grado di raccontare le proprie esperienze affinché diventino esperienze significative per altri che si occupano di problemi analoghi, ma anche per la nostra società se non vuole diventare luogo di barbarie” (Animazione Sociale – n.263 – maggio 2012).

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NOTE -

(1)Il “Coordinamento servizi area disabilità - cintura di Torino” rappresenta un momento privilegiato nel quale operatori socio-educativi, coinvolti direttamente ed in differenti ruoli nell’attività con persone disabili, si confrontano su temi correlati, partendo dalla quotidianità del loro agire, con l’obiettivo di delineare tracce di lavoro, direzioni sulle quali ri-orientare l’agire, rotte di navigazione nei mari che le recenti finanziarie e le leggi applicative dei LEA hanno reso un po’ agitati. Il gruppo di coordinamento nasce nel 1983 per rispondere all’esigenza di raccordo degli operatori che lavorano nella stessa area territoriale ed all’interno dello stesso tipo di servizi, per perseguire quattro finalità:
a) favorire il passaggio di informazioni, facilitare il costante aggiornamento attraverso lo scambio di notizie sulle normative, sulle novità emergenti dal lavoro quotidiano;
b) scambiare idee, opinioni e confrontarsi sia sulle scelte che caratterizzano l'evoluzione dei servizi, sia sugli aspetti metodologici che da queste scelte discendono;
c) avviare momenti comuni di approfondimento su tematiche particolarmente importanti e significative e contribuire alla organizzazione di momenti di studio ed aggiornamento rivolti ad operatori del settore;
d) organizzare e predisporre momenti ed iniziative, rivolti al pubblico, allo scopo di diffondere messaggi indirizzati ai non addetti ai lavori.

(2)Sul sito dell’APS La Bottega del Possibile nell’area “seminari”, alla voce relativa ai seminari citati, è reperibile tutta la documentazione presentata in quelle occasioni. Inoltre, per sottolineare la continuità della elaborazione di questi anni, citiamo gli articoli recenti a cura del Gruppo di Studio:
“Centri Diurni per disabili. Quali sfide nei nuovi scenari del welfare”– Prospettive Sociali e Sanitarie – n.3.1/2014
“Dieci proposte per i Servizi Diurni Territoriali per la disabilità” – PSS – 2.2/2016
“Da Centro Diurno a Servizio Diurno Territoriale, spunti per un’evoluzione possibile”-APPUNTI –n.216 – 2016
“Un decalogo per i servizi diurni territoriali” – SOLIDEA – in corso di pubblicazione

 

DECALOGO

Principi imprescindibili per una riforma dei servizi diurni per le persone con disabilità nella Regione Piemonte

1

Mettere al centro di ogni progettualità, predisposta da qualsiasi servizio, la Persona con i suoi diritti e desideri, promuovendone, per quanto possibile, una sua partecipazione attiva, sia nella predisposizione e nell’utilizzo dei Progetti Educativi Individualizzati (P.E.I.) sia nell’individuazione della pluralità di offerte di attività e percorsi.

2

Sviluppare un percorso di valutazione partecipata e misurazione dell’efficacia degli stessi P.E.I. attuati nei servizi in relazione:

  • agli esiti dello sviluppo delle capacitazioni acquisite
  • alla coerenza fra i bisogni espressi dalla persona e il mandato progettuale attivato
  • ai processi operativi progettuali agiti
  • alla maggior integrazione/inclusione della persona con disabilità e di maggior “tenuta” del sistema famiglia, del sostegno alla domiciliarità e all’abitare sociale.

3

Mantenere una regia pubblica come elemento di garanzia affinché tutti gli attori e soggetti coinvolti si impegnino a promuovere e perseguire la rimozione degli ostacoli che limitano la partecipazione e l’inclusione sociale della persona fragile e con ridotta autonomia, nonché come sistema che sappia ottimizzare sinergicamente un modello di sussidiarietà virtuosa con tutto ciò che il Terzo Settore è in grado di mobilitare, apportare e proporre, assicurando e investendo sulla coprogettazione e sul coinvolgimento attivo di tutte le istituzioni e degli attori locali interessati in tutte le fasi del processo di aiuto e nel loro esperire il ruolo di funzione pubblica.

4

Superare il vincolo del ‘modello’ valido per tutti i contesti di riferimento, lasciando aperta la sperimentazione e l’innovazione, da intendersi non come individuazione di nuove categorie di centri, ma come:

  • pratiche e percorsi di aiuto allo sviluppo delle capacitazioni, degli apprendimenti, dell’emancipazione e dell’ inclusione
  • elaborazione di progetti inseriti nella realtà territoriale circostante e capaci di creare “sistema”.

Si propone di passare dal concetto di “Centro diurno” al concetto di “Servizio Diurno Territoriale”, focalizzando l’attenzione sui contenuti e sui processi piuttosto che sui contenitori.

5

Sviluppare processi di intervento che garantiscano:

  1. la possibilità di utilizzare il minutaggio previsto dalla DGR 230/97 come standard minimo, con la flessibilità di incrementi prestazionali in risposta agli specifici e diversificati bisogni riportati dai P.E.I. dei frequentanti
  2. l’impiego flessibile delle figure professionali previste dalla normativa, in relazione ai P.E.I.
  3. la valorizzazione del concetto di accoglienza, riconoscendo i bisogni che differenti target di popolazione e differenti territori manifestano, attraverso la pluralità di offerte, la flessibilità di orari e di modalità di funzionamento
  4. adeguate modalità di rilevazione dei bisogni, tali da non trascurare i desideri e salvaguardare un ruolo attivo e responsabile delle famiglie ed un coinvolgimento cooperativo delle risorse comunitarie; tali attività devono essere svolte dai vari soggetti implicati, pubblici e del privato sociale, nel rispetto del ruolo di ciascuno, in un’ottica di una filiera integrata.

6

Garantire alle équipes multi professionali il riconoscimento della complessità del lavoro svolto, nonché il tempo della programmazione, della progettazione, della formazione e della supervisione, anche per contrastare la delega allo specialismo con conseguenti deresponsabilizzazione e riduzione dell’orizzonte di intervento e per favorire un approccio partecipativo e multidisciplinare.

7

  1. 1.Assicurare il prendersi cura della persona disabile e della sua famiglia durante i momenti di “passaggio”. In particolar modo, sia il passaggio dalla scuola al mondo adulto, costituito dai servizi diurni o da inserimenti in realtà occupazionali o socializzanti, sia il passaggio del “dopo di noi” sono momenti particolarmente delicati e cruciali, che richiedono il coinvolgimento attivo di tutte gli attori coinvolti (famiglia, scuola e servizi), al fine di garantire continuità al progetto di vita della persona, considerando i suoi reali bisogni e desideri.
  2. 2. 

8

Riconoscere e sviluppare il lavoro di progettazione, di iniziativa, di coordinamento e di impegno sul territorio, nella costruzione di un sistema di alleanze che favorisca l’attivazione delle risorse presenti e attivabili della comunità, lo sviluppo di processi partecipativi, il processo di inclusione nel quale la persona con disabilità possa esprimersi come risorsa.

9

Condividere il Progetto Educativo Individualizzato con la famiglia e/o i caregiver della persona con disabilità, nella prospettiva di una reale e possibile autonomia ed inclusione sociale, riconoscendo e salvaguardando il ruolo determinante di questi attori, nel rispetto della persona in termini di:

  • sostegno nelle difficoltà
  • collaborazione nella realizzazione di una reale e concreta qualità di vita individuale e sociale, accompagnando la famiglia nel non facile percorso che mira ad una reale autonomia del familiare disabile.
  • Condivisione, nel “durante noi”, del percorso del “dopo di noi”.

Ai Servizi è chiesto di garantire accoglienza, supporto e orientamento per le persone e di predisporre interventi di:

  • orientamento e informazione, finalizzati alla condivisione di un progetto di vita realmente autonomo e inclusivo
  • realizzazione di interventi socio-sanitari riabilitativi e a supporto della persona e della sua famiglia.

10

Superare la logica che la disabilità lieve necessiti di interventi meno consistenti rispetto alla disabilità grave, predisponendo percorsi ed interventi professionali educativi a valenza abilitante e riabilitativa che, attraverso le pratiche del lavoro di comunità, favoriscano il coinvolgimento della comunità territoriale per una presa in carico solidaristica e comunitaria, facilitante i processi di inclusione sociale ed integrazione occupazionale, in un’ottica di riduzione di costi sociali ed economici a favore di un investimento collettivo di responsabilità.

Biografia
Author: Claudio Caffarena