elvioraffaello martiniParlare di benessere degli anziani nella comunità vuol dire parlare di condizioni di vita e non solo di servizi sociali o sanitari disponibili per loro. Vuol dire parlare di cultura, di valori, di organizzazione sociale, di qualità delle relazioni fra le persone, di vitalità della vita comunitaria e non solo delle risorse economiche che sono necessarie per vivere. Vuol dire mettere a fuoco che vita è possibile per gli anziani in un determinato contesto, quali condizioni favoriscono il loro benessere o contribuiscono al loro disagio. Questo è anche l’approccio più recente e pare più promettente nel campo della promozione della salute. Comunità che promuovono salute hanno chiaro cosa serve per stare bene e sono impegnate a realizzarlo.

Nelle righe che seguono propongo una riflessione che approccia il tema del benessere degli anziani in un’ottica di comunità, prendendo le mosse da un piccolo episodio in cui sono stato recentemente coinvolto.
Siamo una decina di persone in attesa di cominciare un incontro di gruppo, il primo dopo la pausa estiva, e mentre si aspetta che arrivino tutti si chiacchiera, raccontando qualcosa delle vacanze. Chi è stato al mare, chi in montagna, chi all’estero, chi ha fatto un po’ e un po’ e chi è stato a casa. E fra chi è stato a casa c’è anche chi dichiara che “ha fatto da badante alla mamma”.
In un baleno ci si trova a parlare di anziani e di compiti di cura. Alcune persone del gruppo impegnate nella cura di familiari anziani condividono i loro vissuti al riguardo. Un misto di sentimenti di rabbia, frustrazione, senso di colpa, tristezza di fronte al decadimento fisico e intellettuale di persone che erano state, un tempo, quelle che davano sicurezza. Ma anche soddisfazione, piacere per essere in condizione di prendersi cura di una persona alla quale si vuole bene. Con la badante è bravissima, ma con me è un lamento continuo. Certo, anche dei bambini dobbiamo prenderci cura. Ed è fatica. Ma è tutt’altra cosa. I bambini ti danno energia. E anche quando ti chiedono cento volte la stessa cosa, sai che prima o poi smetteranno. Con un anziano non è così. Ad un certo punto non ce la fai più e rispondi male. Poi ti senti in colpa.
Ognuno fornisce le proprie ricette su come fare per evitare di soccombere. Fra le varie teorie esposte alcune sono chiaramente finalizzate ad alleviare il senso di colpa o il senso di impotenza o a trovare una giustificazione ad azioni che in altri contesti o momenti sarebbero stigmatizzate. Ad esempio, il modo con il quale si svaluta la paura della morte, giustificata con l’esigenza di evitare che l’anziano ci pensi.
Nella conversazione si scopre che le persone del gruppo che svolgono questi compiti di cura si sentono sole, fanno fatica a tenere botta. Nella comunità non ci sono servizi per loro e non ci sono luoghi in cui poter portare la propria rabbia o la propria disperazione o per poter parlare con orgoglio e soddisfazione del delicato e importante compito che si trovano a svolgere.
Già nell’espressione fare la badante alla mamma utilizzata per descrivere il lavoro di cura, possiamo rinvenire tracce di un disagio ad indicare in pubblico con il proprio nome il prendersi cura.
Sembra che ci sia una sorta di imbarazzo ad ammettere, dichiarare pubblicamente di svolgere una funzione socialmente considerata poco importante: accudire una persona anziana. Un compito da badante, appunto. Abbiamo delegato una funzione, in altri momenti storici e in condizioni sociali diverse propria dei figli nei confronti dei genitori, ad una figura esterna alla famiglia e l’abbiamo chiamata badante. Un termine riduttivo e per certi versi perfino spregiativo. Un termine diventato di uso comune e utilizzato anche dai figli per indicare la loro azione di cura dei loro genitori.
La badante risolve indubbiamente un problema materiale per molti anziani e per molti familiari degli anziani. L’anziano con la badante non è più solo e c’è qualcuno che si occupa di lei/lui. I suoi bisogni materiali sono soddisfatti. Però, se possiamo affidare ad una badante compiti materiali di accudimento, non possiamo certo aspettarci di riconoscere nei gesti dell’accudire il valore simbolico di reciprocità e di restituzione da parte di un figlio o di una figlia di quanto un tempo ricevuto. Anche senza ricorrere ai numeri e alle statistiche, sappiamo bene tutti che gli anziani soli sono tanti. E’ tenero, e triste al tempo stesso, sentire anziani che ripetutamente dichiarano: “Per fortuna che c’è Irina, Livia,Nina, Emilia……il nome della propria badante. Non è raro che verso la propria badante un persona anziana possa sviluppare un forte attaccamento, sia in forma di dipendenza, ma anche come riconoscenza e gratitudine. Non è raro che si sviluppi un legame affettivo ad indicare che la cura senza relazione affettiva è arida, manca di qualcosa che la rende umana.
Se ci fermiamo a pensare, non possiamo non vedere il paradosso del nostro modo di vivere e della nostra organizzazione sociale. E non è solo una questione di avere più servizi per gli anziani, che in alcuni casi sarebbero utili o addirittura necessari. Sembra che non siamo più in grado di afferrare i criteri guida che ci permettono di dare un ordine di priorità alle nostre azioni. O a dare una direzione al cambiamento. Ovvio che mi riferisco all’organizzazione sociale e non al comportamento di singoli individui che, al punto in cui siamo, hanno veramente poche possibilità di scelta. Ma non possiamo non notare che continuiamo a fare ricerche sui bisogni degli anziani, a metterli sotto il microscopio, per poi affidare le risposte alla tecnologia, alla robotica e la loro cura a donne che, per necessità economiche, sono costretto ad affidare ad altri la cura dei propri figli per occuparsi di noi.

Su un altro versante, spesso si sente affermare che gli anziani, finchè sono autosufficienti, sono una risorsa. Mi colpisce questa affermazione. Perché abbiamo bisogno di affermare e di dimostrare che gli anziani sono una risorsa? E’ perché sono una risorsa che meritano attenzione e valorizzazione? Il loro contributo, spesso anche economico, è certamente di grande utilità per le famiglie e per la comunità. Ma se la condizione è l’autosufficienza, quando la perdono non sono più una risorsa e allora cosa diventano? Il ragionamento condotto sul registro economico ad un certo punto si deve fermare. Perché un diritto è un diritto e un affetto è un affetto. Non c’è alcuna esigenza, né alcuna possibilità di giustificarli sul piano economico. Da questo punto di vista mi pare si debba stare attenti anche quando si afferma che i soldi spesi per il welfare sono un investimento. Siamo ancora nel dominio esclusivo dell’economico.
Secondo la logica economica, gli anziani, ad un certo punto, quando non sono più in grado di badare a loro stessi, diventano un costo, un peso. Consumano risorse che qualcuno magari pensa potrebbero essere più utili ad altri. In una società basata sulla competizione, quando non ce la fai più a competere sei spacciato. Competere è un imperativo, più che un invito! E allora serve essere forti, prestanti. Per la fragilità non c’è spazio.
Ma la fragilità è una condizione umana e altrettanto il prendersene cura. Non sarebbe concepibile l’umanità senza questa attenzione alla fragilità. Stiamo parlando di una caratteristica intrinseca all’essere umano, come del resto degli animali, e un segno di civiltà di un popolo.
Non solo abbiamo bisogno che qualcuno si prenda cura di noi quando siamo fragili, quando da soli non ce la facciamo. E, occorre dirlo, non sempre questo avviene o avviene nella misura che sarebbe necessario, soprattutto ora che pezzi di welfare pubblico scompaiono. Noi abbiamo anche bisogno di prenderci cura attivamente di qualcuno. Al punto che quando non abbiamo più nessuno di cui prenderci cura, spesso si finisce nella depressione e si rischia di perdere il senso della vita. Agli anziani, quando non possono fare altro, si consiglia di prendersi cura di un animale, di una pianta. Dare e ricevere cura è fondamentale per la vita individuale e anche per la vita della comunità. Le azioni di cura intese come attenzione e capacità di farsi carico di necessità altrui, nutrono la comunità e migliorano la qualità della vita. In una parola creano benessere. Per queste ragioni penso che l’individualismo e l’indifferenza siano una malattia. O, nella migliore delle ipotesi, meccanismo di difesa che hanno preso il sopravvento e, a lungo andare sono divenuti disfunzionali. Dobbiamo rivedere il nostro concetto di altruismo e spiegarci perché non siamo più in grado di accorgerci dell’altro che ci è vicino, che abbia bisogno o meno e perché le relazioni fra noi sono sempre più improntate all’utilitarismo. Dobbiamo domandarci perché ci meravigliamo dell’altruismo piuttosto che del contrario.
La fragilità, la mancanza, il limite, il bisogno trovano o dovrebbero trovare nella comunità risposte diverse da quelle che offre la logica del mercato.
Ma a quale comunità ci riferiamo?
Non pensiamo alla comunità che accoglie gli anziani quando non sono più in grado di stare a casa propria. Le centinaia che compaiono se si mettono le parole anziani e comunità insieme su un motore di ricerca. Ma qui non pensiamo neanche alle comunità che gli anziani costruiscono per loro stessi. Le senior communities, i retiriment villages diffusi negli USA o le più recenti forme di senior cohousing. Un’idea interessante ma in certo senso anche pericolosa. L’idea che per vivere bene sia necessario ritrovarsi fra persone della stessa età. E’ chiaro che non è sufficiente avere la stessa età per costruire comunità.
Pensiamo piuttosto alle comunità che gli anziani hanno contribuito a creare e di cui sono tuttora membri insieme agli altri. La comunità locale. Dove sono possibili gli scambi intergenerazionali, dove si dipana la vita del giorno dopo giorno e dove si dà un senso condiviso alle cose. Che sono poi le stesse comunità che, a volte, espellono gli anziani quando questi non sono più in grado di essere autonomi e li rottamano. Ma sono anche quelle comunità che si organizzano per prendersi cura degli anziani, man mano che la fragilità aumenta e che li accompagnano con affetto alla conclusione della vita. C’è un paese in provincia di Lucca, di circa 800 abitanti. Si chiama Corsagna. Nel paese c’è una casa per anziani, costruita con i soldi e soprattutto con il lavoro dei paesani. Una persona anziana, quando non è più in condizione di stare da sola, può vivere in questa casa che è nel paese e che permette all’anziano e i paesani di mantenere tutte le sue relazioni.
La comunità è cara agli anziani. Molti di loro usano la parola comunità con nostalgia, ricordando quello che da loro punto di vista oggi si è perso: la relazione comunitaria fra le persone.
Senza escludere l’importanza che hanno o che possono avere le strutture, chiamiamole pure comunità, destinate specificamente a persone anziane, che si tratti di residenze sociali assistite o di senior cohousing, non si può trascurare una riflessione sulla comunità nella quale gli anziani vivono e convivono con le altre generazioni: la comunità locale, l’isolato, il caseggiato, il quartiere. In questi luoghi le persone si trovano casualmente insieme, semplicemente perché abitano nello stesso palazzo, non si riconoscono in una identità condivisa e pensano che la vicinanza spaziale sia solo fonte di problemi.
Questi contesti difficilmente vengono nominati come comunità. Ma questo sono: comunità poco caring, poco attente ai bisogni dei loro membri e fra questi gli anziani; comunità fragili, ammalate, conflittuali. Comunità senza sentimento di comunità.

Come possono stare gli anziani, in una comunità si fatta? Chi si cura di loro e dei loro bisogni.
Una cosa è certa. Più è debole la solidarietà comunitaria, più gli anziani che hanno bisogno rimangono soli, a carico delle famiglie, delle badanti o del welfare pubblico.

Fra i diversi fattori che concorrono a creare benessere (di conseguenza anche malessere) il posto dove si abita gioca quindi un ruolo non sempre adeguatamente riconosciuto. A parità di condizioni fisiche e anche economiche, il luogo in cui gli anziani abitano fa una bella differenza. Il luogo inteso non solo come la casa, ma anche il caseggiato, il quartiere, il paese. Nei diversi contesti i bisogni degli anziani possono diventare problemi oppure no, a seconda delle caratteristiche architettoniche, urbanistiche, sociali e relazionali e dei servizi presenti nello specifico contesto.
Serve quindi un’analisi situata cioè riferita ad un contesto abitativo specifico, per identificare i bisogni/i problemi/le necessità e le risorse degli anziani che vivono in un determinato palazzo, via, vicinato, quartiere. Il che significherebbe indagare anche quali necessità bisogni/problemi ecc. condividono con le altre persone, di altre generazioni, che vivono nello stesso posto.
I vari aggettivi con cui si definisce oggi il welfare, locale, comunitario, km zero, secondo welfare, ecc. segnalano questa esigenza di pensare prima che di progettare, per contesti piuttosto o non solo per target. Nei contesti non ci sono solo gli anziani. Ci sono anche gli altri con i quali essi condividono il luogo, in modo cooperativo o competitivo, sereno o conflittuale.
Se si ragione per contesti si può scoprire che molte esigenze degli anziani sono comuni anche ad altri soggetti e che queste esigenze possono essere una buona base per promuovere comunità.
Servono però servizi integrati di prossimità, che superino la tradizionale distinzione per fasce d’età e fra chi si occupa della casa, chi si occupa del territorio e chi si occupa delle persone. Le istituzioni pubbliche dovrebbero fornire i servizi di propria competenze, ma anche garantire il supporto ai processi di empowerment della comunità; dare risposte alle esigenze delle singole persone, ma al tempo stesso favorire la cooperazione fra vicini di casa.
Il tema del disagio e della fragilità, di coloro che da soli non ce la fanno o che rischiano di non farcela chiama certamente in causa lo stato e le politiche di welfare, ma pone anche la questione della solidarietà comunitaria.
Molti segnali ci dicono che oggi c’è bisogno di comunità, di promuovere comunità anche nei contesti abitativi. C’è bisogno di comunità aperte, plurali, in grado di contrastare la privatizzazione del benessere e della sofferenza e di prendersi cura della vulnerabilità sociale e del disagio esistenziale. Di comunità solidali, al loro interno e verso l’esterno.
Siamo in un periodo di profondi cambiamenti che hanno e avranno conseguenze sulle nostre vite e che ci obbligano a mettere in discussione ciò che abbiamo fatto fino ad oggi, a trovare nuove strade e a riposizionarci. Promuovere comunità solidali non vuol dire pensare che qualcuno possa/debba sostituirsi ai doveri delle istituzioni o mettere in secondo piano i diritti sociali e l’equità. La solidarietà deve essere presidiata dalle istituzioni, ma è anche un dovere civico, un tratto distintivo di cittadinanza attiva e di umanità. Quando i comportamenti altruistici diventano un’eccezione vuol dire che è successo qualcosa nel profondo dell’essere umano.
Promuovere comunità solidali è quindi un compito diffuso, di tutti. Anziani compresi.
Per costruire comunità aperte e plurali, capaci di contenere e valorizzare le differenze, anche quelle generazionali, non possiamo contare su una storia vissuta, comune e condivisa che può esserne il collante. Le storie individuali, le provenienze, i percorsi che hanno portato le persone ad essere insieme, ad esempio sullo stesso territorio o, addirittura nello stesso caseggiato, non sono comuni, non sono stati vissuti insieme e sono anche molto diversi fra loro. Possono essere narrati, se ci sono le condizioni oggettive e soggettive per farlo.
A questo scopo servono occasioni di incontro e di relazione intergenerazionale, ma non solo, in tutti i contesti e in specifico nel vicinato. Serve creare e abitare responsabilmente spazi di partecipazione, promuovere l’aiuto reciproco fra diversi e realizzare progetti comuni e condivisi.
Il qui ed ora, il presente, con le sue difficoltà, le sue sfide, le sue contraddizioni possiamo viverlo insieme. Nel qui ed ora è possibile trovare elementi di condivisione, l’esperienza comune, al di là delle differenze di qualsiasi natura. Ma anche al futuro possiamo pensare insieme, prendendo il meglio dalle differenze, se siamo consapevoli del comune destino e se siamo capaci di costruire una comunità di intenti che possa guidarci nell’azione.

Biografia
Author: Elvio Raffaello Martini