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Attenzione

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Sono molte le indagini che segnalano con chiarezza come esista una relazione tra longevità, qualità della vita e formazione permanente. Il benessere favorisce le persone dotate di buone competenze, che assecondano con intelligenza le loro curiosità leggendo, scrivendo e partecipando ad attività culturali di vario tipo. Tutto questo avviene per diverse ragioni.

La prima è ovviamente nel fatto che le persone dotate di cultura hanno spesso goduto di una vita meno faticosa e logorante di quelle che non hanno potuto disporre di una scolarità elevata. Hanno dunque avuto più probabilità di giungere in età avanzata con un fisico meno debilitato e con una mente allenata. Ma l’evidenza statistica di una relazione tra cultura personale e benessere in età avanzata dipende anche da altri fattori, da non sottovalutare.

Innanzitutto la curiosità culturale aiuta la socializzazione, con la partecipazione a diverse iniziative: dai corsi delle università popolari alla fruizione di spettacoli musicali, teatrali, cinematografici, sino ad una domanda turistica che non si limita al pur dovuto riposo, ma si arricchisce del gusto della scoperta di cose nuove. Inoltre aiuta a non fuggire di fronte a linguaggi e tecnologie nuove, che sempre più caratterizzano la nostra vita. Penso ad internet, a come la rete offra sempre più non solo informazioni e servizi ma anche occasioni di relazione e di socialità. E questa è la seconda ragione, in una età nella quale la qualità delle relazioni interpersonali è decisiva per contrastare depressione e solitudine.

Infine la terza ragione per cui dobbiamo continuare ad imparare in ogni età è nel bisogno che abbiamo di accumulare “competenze vitali”, i saperi che ci aiutano a gestire una vita resa sempre più complicata dalle trasformazioni del nostro corpo e del mondo che ci circonda.

Con l’invecchiamento la forza fisica di cui disponiamo si riduce, così come la precisione e la varietà dei movimenti che siamo in grado di fare, e aumentano i tempi di reazione agli imprevisti, dobbiamo dunque valutare con attenzione cosa possiamo e cosa dobbiamo fare. Ci misuriamo con  patologie croniche, piccoli e grandi fastidi con i quali convivere, e la nostra attenzione (alimentata dalle conoscenze di cui disponiamo) può aiutarci più di tanti farmaci. Con il trascorrere del tempo cambia persino la vivibilità della casa in cui viviamo, barriere architettoniche e limiti tecnologici in passato non influenti diventano sempre più pericolosi, e parole nuove come “domotica” rendono esotico anche ciò che con le opportune conoscenze è a portata di mano.

Cambia il mondo che ci circonda, si popola di nuovi protagonisti portati da migrazioni che stanno mescolando popolazioni e culture. Per noi una novità, che in secoli lontani già si è verificata più volte, ad ogni occasione imponendo una scelta tra esclusione (conflitto) ed inclusione (dialogo). E dove c’è conflitto, sono i soggetti meno attrezzati a soccombere.

Ho definito “competenze vitali” le cose che dobbiamo sapere per convivere con queste novità. Si tratta di una definizione che si è affermata nel dibattito europeo sull’invecchiamento attivo e per lo sviluppo dell’educazione permanente, affiancando all’istruzione scolastica e alla formazione professionale una nuova famiglia di “saperi”. Saperi tradizionalmente sottovalutati, ma decisivi per il benessere delle persone e delle comunità.

Allo sviluppo di queste competenze le Istituzioni e le associazioni devono dedicarsi con attenzione. Lasciare questa attenzione all’esclusiva intraprendenza delle singole persone significa restare prigionieri del paradosso formativo per cui ad investire di più nel proprio aggiornamento culturale sono soprattutto coloro che già dispongono di una buona istruzione, mentre chi convive con le maggiori deprivazioni culturali si dichiara impotente e rinuncia ad ogni sforzo. Un paradosso pericoloso in un Paese che vede, soprattutto nella popolazione anziana, livelli di analfabetismo di ritorno che non ha pari in Europa (si vedano a questo proposito le ripetute denunce di Tullio de Mauro e di Saverio Avveduto, ex Presidente dell’U.N.L.A.). Le Istituzioni sanno che promuovere le competenze dei cittadini è decisivo per diverse ragioni, ivi compreso il contenimento della spesa sanitaria e sociale, spesso deformata da consumi inappropriati, generati da stili di vita dannosi e da una offerta diagnostica e farmaceutica che ben poco ha da avvantaggiarsi da serie politiche di prevenzione.

Con la proposta di legge popolare sul “Diritto all’apprendimento permanente” abbiamo tentato di spingere in questa direzione, evitando che l’educazione degli adulti sia ridotta alle due sole dimensioni dell’offerta scolastica e della formazione professionale. E una spinta a costituire dei sistemi locali a sostegno dell’apprendimento permanente dovrebbe venire anche dalla contrattazione sociale dei pensionati nel territorio, affinché siano ridotti gli ostacoli alla partecipazione delle anziane e degli anziani alle offerte formative disponibili. Quelle “formali”, quali sono quelle scolastiche ed universitarie, e quelle “non formali”, come quelle assicurate da Università popolari, circoli culturali, biblioteche, associazioni. Ma è importante, se vogliamo che a questa offerta formativa accedano non solo persone già dotate di buona cultura personale, ma l’insieme delle pensionate e dei pensionati, e persone di ogni età, che sia curata anche la promozione di apprendimento nei contesti definiti come “informali”, quali sono quelli assicurati dal rapporto tra cittadini ed Istituzioni, dagli stimoli che possono venire dai medici di medicina generale, dalle organizzazioni di tutela individuale e collettiva, che sempre più sono chiamate a non assicurare solo servizi e tutele, ma anche a coinvolgere i cittadini nella valutazione dei problemi e nelle soluzioni da adottare, attivando la loro consapevolezza, curiosità e partecipazione.

Utopie? In verità le tante belle esperienze che ci circondano dicono che è possibile fare molto. E basta poco per fare uscire queste esperienze dalla episodicità e dai limiti che chiunque può vedere. Obiettivi inutili? Certo non è utile ridurre il tema dell’invecchiamento attivo al prolungamento della vita lavorativa, senza vedere quanto è possibile fare oltre la vita lavorativa per rendere migliore la nostra esistenza e le nostre comunità.

Su questi temi (invecchiamento attivo, apprendimento permanente, benessere sociale) varrà la pena di ritornare.


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