ferdinando schiavoIl mio è il racconto su ciò che sta accadendo da pochissimi anni per fatti incresciosi e colpevoli avvenuti decenni fa. In una di queste incredibili storie, un’oscura eroina ha agito tempestivamente per il bene comune, mentre in altri casi personaggi politici di rilievo mondiale hanno sentito la necessità morale di raccontare l’odiosa verità e chiedere scusa.

Un’eroina è certamente Frances Oldham Kelsey, morta a 101 anni nell’agosto 2015 nota (a pochi) perché da farmacologa appena entrata nella FDA (la famosa e temuta Food and Drug Administration americana) si oppose all’ ingresso della Talidomide negli USA.

La Talidomide è un farmaco che era stato venduto negli anni ‘50 e ‘60 come sedativo, ipnotico e antinausea, rivolto in particolar modo alle donne per attenuare i sintomi fastidiosi dei primi mesi di gestazione. La sua prima apparizione sul mercato fu con il nome Grippex (Talidomide associata ad altri principi attivi), prodotto dall’azienda tedesca Chemie Grünenthal e distribuita in forma sperimentale per il trattamento di infezioni respiratorie, sulle quali però non dimostrò alcuna efficacia.
Poiché la storia della sperimentazione farmacologica ci insegna che in quel campo “nulla si butta via”, dopo anni di ulteriori ricerche nel 1954 la casa farmaceutica depositò il brevetto per la Talidomide, stavolta da sola, lanciando una campagna pubblicitaria senza precedenti per quel periodo storico in cui sottolineava peraltro la completa sicurezza di questo farmaco anti-nausea e sedativo per eccellenza. In realtà, per l’epoca, si trattava di un farmaco che aveva un profilo rischi/benefici estremamente favorevole rispetto agli altri medicinali disponibili per lo stesso scopo (in poche parole, i barbiturici).
Nonostante questo farmaco fosse già commercializzato in vari Paesi, tra cui il Canada, dove peraltro lei era nata, Frances Oldham Kelsey non esitò a negarne la commercializzazione negli Stati Uniti poiché non era del tutto convinta della qualità degli studi effettuati, in particolare per la mancata sperimentazione della Talidomide su animali di genere femminile e in gravidanza.
Aveva ragione e non fu necessario aspettare molti anni per averne conferma.
Nel 1960 vennero presentati per la prima volta al congresso pediatrico nazionale in Germania due casi clinici di neonati con difetti congeniti agli arti. Fu in quella sede che il professor Widukind Lenz suggerì che tali malformazioni fossero ascrivibili all'uso di Talidomide in gravidanza.
Nel maggio 1961 la Chemie Grünenthal integrò il bugiardino del farmaco, introducendo tra i possibili effetti collaterali l'insorgenza di neuropatie in caso di uso prolungato. Tuttavia, nel novembre del 1961, sotto il peso incalzante dei numerosi casi di bambini che nascevano malformati, la Talidomide venne ritirata dal mercato tedesco e successivamente dai mercati di ben 50 Paesi dove era stata diffusa con almeno quaranta nomi diversi.
Dall’epoca di questa dolorosa vicenda, la Talidomide viene considerata il prototipo dei teratogeni (dal greco teratos = mostro) con un rischio di teratogenicità massimo tra il 34° e il 50° giorno di gestazione. I principali effetti indesiderati del farmaco sono, accanto alla focomelia (arti come quelle delle foche: riduzione delle ossa lunghe degli arti, generalmente più a carico degli arti superiori che di quelli inferiori, quasi sempre bilaterale), amelia (assenza degli arti), difetti cardiaci, malformazioni renali e gastrointestinali, sordità, ritardo mentale.
La Frances Oldham Kelsey fu premiata nel 1962 dal Presidente John F. Kennedy per avere evitato che la tragedia della Talidomide si potesse verificare negli Stati Uniti. La storia le aveva dato ragione: le intuizioni della scienziata erano state tristemente confermate.
Da allora, tuttavia, solamente nel 2012 sono giunte le scuse pubbliche della Chemie Grünenthal e di conseguenza è stata prospettata la possibilità di un risarcimento per i circa sei mila sopravvissuti nel mondo sui circa 20.000 casi nati malformati. Sembra che finora abbiano ricevuto un risarcimento soltanto le vittime tedesche, le altre vittime sparse in almeno 46 nazioni sono ancora in attesa,.

Da tragedia a speranza? Come già detto, nelle industrie che producono farmaci “nulla si butta via”. Oggi si sa che la Talidomide possiede un effetto di inibizione dell'angiogenesi (la creazione di nuovi vasi sanguigni, come ad esempio avviene quando “cresce” un tumore) e un’azione di inibizione della sintesi di Tumor Necrosis Factor (TNF): questi dati hanno riacceso l'interesse clinico per l'uso della Talidomide in molte patologie, tra cui il mieloma multiplo, dove viene somministrato in associazione con un cortisonico e al Melfalan, le manifestazioni cutanee del Lupus eritematoso sistemico (LES) e l'eritema nodoso associato alla lebbra.

Altre storie incredibili, e precisamente due storie di sifilide: con penicillina… e senza, “al naturale”.
Tra il 1946 e il 1948 in Guatemala 700 individui (soldati, detenuti, malati mentali) sono stati infettati dall’agente della sifilide tramite inconsapevoli prostitute per verificare l’efficacia della penicillina.
Nell’ottobre 2010 l’allora Segretario di Stato USA Hillary Clinton si è scusata pubblicamente in quanto gli USA erano coinvolti nella sperimentazione.

Era già successo, tuttavia, qualcosa di diversamente amorale in patria, a Tuskegee in Alabama.
Tra il 1932 e il 1972, 399 raccoglitori di cotone, afroamericani malati di sifilide, erano stati lasciati senza cure allo scopo di studiare l’evoluzione “naturale” della malattia, mentre altre 201 persone, sempre afroamericane, erano state volutamente contagiate.
Benché fosse noto almeno dal 1947 che la penicillina era in grado di curare la malattia, il programma dello studio continuò, senza l'uso dell'antibiotico. Certamente, l’accettazione della penicillina come cura avrebbe causato la chiusura della ricerca di Tuskegee, così gli studiosi (!) continuarono per la propria strada impedendo persino anche agli altri neri della città di sottoporsi al trattamento di penicillina. L’esperimento di Tuskegee proseguì, quindi, fino al 1972, quando i “dottori” furono costretti a chiudere il programma a causa di una fuga di notizie che, grazie alla stampa, portò l’opinione pubblica a conoscenza della sperimentazione segreta.
Quello che emerse fu a dir poco vergognoso. I partecipanti erano stati adescati con l’inganno, attraverso bugie che attecchivano facilmente in un contesto di ignoranza, come la speranza di ricevere cibo e cure mediche gratuite, necessarie per combattere il loro ”cattivo sangue”. Solo 72 pazienti su 600 rimasero in vita. Ma il bilancio complessivo risultò molto più grave, in quanto molti uomini trasmisero la malattia alle loro moglie, che una volta incinte contagiarono i propri nascituri.
Inoltre, era risultato che l’esperimento partiva dall’assunto che la sifilide fosse una malattia che colpiva soltanto i maschi afroamericani. Il razzismo era intrinseco allo studio e mai sufficientemente denunciato dalle commissioni di indagine che furono successivamente istituite.

Anche in questo caso, nel 1997 l’allora presidente USA Bill Clinton aveva presentato le sue scuse pubbliche. “Questa tragedia sia di lezione all’America”, ebbe a dire il presidente. “Episodi così immorali e violazioni così atroci dei diritti civili non devono ripetersi mai più”. Fred Simmons, uno dei 72 sopravvissuti, lo ha ringraziato anche a nome dei compagni morti.
Gli scandali che seguirono questa inumana esperienza portarono alla nascita di nuove regolamentazioni circa le sperimentazioni cliniche su soggetti umani.

E per finire, un’altra vicenda europea. Cavie umane della DDR.
Una scoperta di giornalisti tedeschi, ancora nei giorni nostri, nel 2012. Negli anni ‘80 circa 50 delle più importanti industrie farmaceutiche dettero in appalto (a pagamento) ad ospedali dell’allora Germania Est (DDR) più di 150 nuovi farmaci da testare. I pazienti coinvolti, qualche migliaio, non erano stati informati. In alcuni casi documentati, persone con infarto del miocardio furono assegnate a terapia placebo a loro insaputa, con le conseguenze immaginabili.
Gerhard Leher morì a Dresda a 62 anni dopo un infarto del miocardio. Esaminando negli anni recenti alcune compresse del farmaco che la moglie aveva conservato, proprio quelle che il paziente all’epoca assumeva rincuorato dal medico del reparto che parlava di farmaci ”molto speciali”, si è scoperto che contenevano placebo.
Oggi una sperimentazione simile non sarebbe eticamente possibile.

Testo in parte ricavato da Ferdinando Schiavo. Malati per forza: gli anziani fragili, il medico e gli eventi avversi neurologici da farmaci. Maggioli Editore 2014