marco mussettaIl 22 febbraio 2001 nasce la figura dell’operatore socio sanitario con il provvedimento della Conferenza Stato-Regioni e l'accordo tra il Ministero della Sanità, il Ministero della Solidarietà sociale e le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano. L’istituzione di questa figura tecnica è dunque piuttosto recente Ho scritto "tecnica" perché al momento (2016), non rientra tra le figure sanitarie e, proprio in questo periodo, è in corso, da parte di alcuni enti, una proposta per far rientrare in questa categoria gli operatori sociosanitari.


Il soddisfacimento dei bisogni primari e il mantenimento per quanto possibile delle autonomie residue, questi sono, in linea generale, i compiti dell’OSS nei diversi ambiti in cui può operare. Esiste una descrizione più dettagliata delle mansioni, è presente negli allegati A e B definiti proprio con la conferenza Stato-Regioni del 2001. Rimangono comunque dei compiti piuttosto aperti a interpretazioni, non tutti i punti degli allegati vanno a definire in modo chiaro e inequivocabile quello che effettivamente l'operatore sociosanitario può o non può fare.
Spesso questa poca chiarezza comporta delle difficoltà in ambito lavorativo con le altre figure professionali con le quali l'OSS collabora in un’ottica di equipe multiprofessionale. Si verificano conflitti tra professioni diverse a causa di mancanza di cultura del lavoro in gruppo, dove tutti gli attori dovrebbero lavorare in armonia consapevoli delle proprie e altrui mansioni e con un obiettivo comune che è il benessere degli assistiti.
I conflitti all'interno delle equipe di lavoro determinano secondo me un peggioramento nella qualità del servizio, incentivano il burnout (generano stress), incrementano i costi, contribuiscono a creare negatività nell'opinione pubblica (quando si discute, tra operatori, in presenza dell’assistito o dei sui famigliari).
Senza dubbio si tratta di una figura di tipo "trasversale" tra quello che è il sociale e il sanitario, questa sua trasversalità gli offre la possibilità di operare in contesti anche molto diversi tra loro, con finalità differenti. Immaginiamo un ospedale e un centro diurno per disabili, in entrambi operano anche gli operatori sociosanitari. Questo comporta anche un importante diversificazione, più sbilanciata verso il sanitario o più verso il sociale, della stessa figura dell'OSS a secondo del contesto in cui lavora.
E' una grande ricchezza quella di poter operare in situazioni così diverse ma è nello stesso tempo fonte di difficoltà nel dare una definizione precisa ed esaustiva della collocazione se sanitaria o sociale. Rientra in una categoria a se che già è proprio presente nella sua denominazione "sociosanitario", un'area vasta. Proprio per questo non può essere considerato in un settore escludendo l'altro anche perché questa settorialità scompare nel momento in cui si comprende che l'essere umano di cui ci prendiamo cura non è solo una questione sanitaria o solo sociale ma ha una sua interezza con tutte le complessità che ne derivano.
Occuparsi della relazione d'aiuto fa emergere in noi, anche in modo inconsapevole, le nostre debolezze, i nostri limiti e i nostri vissuti personali. Il problema che si pone è: sappiamo rispondere in modo adeguato a queste vere e proprie provocazioni?
Manca a mio avviso una cultura dell'OSS, non basta sapere rifare un letto o saper entrare in empatia. Conoscere la storia di questa figura, com'è nata e come il mondo della socioassistenza e della sanità sta cambiando è altrettanto importante per avere una visione più ampia.
Per non rimanere indietro serve formarsi costantemente come fanno le figure professionali con la formazione continua (Operatori sanitari e Assistenti sociali) che, mi auguro, venga introdotta anche per gli OSS.
E' impensabile immaginare che questa figura rimanga statica dal punto di vista culturale e formativo; il corso di formazione per conseguire l'attestato non può e non deve essere l'unico momento formativo dal momento che gli scenari sociali e sanitari cambiano rapidamente.
E' anche auspicabile che gli operatori facciano in determinati casi formazione "self made", immagino ad esempio quelli che si occupano dei servizi a domicilio. Potrebbero aggiornarsi su cosa accade nel territorio dove operano, quali risorse offre e come usufruirne per il bene dell'assistito e per offrire risposte congrue e utili agli utenti del servizio. Operare in un sistema sempre più dinamico ci obbliga a esserlo anche noi, non solo dal punto di vista "fisico" ma anche formativo.
Esiste un reale pericolo per la  figura dell'OSS, proprio in virtù del fatto che opera in contesti molto diversi e il suo lavoro nelle diverse situazioni è più sbilanciato verso il sanitario o verso il sociale? Ancora: il fatto che ci siano OSS che lavorano per organizzazioni facenti parte del terzo settore, altri privatamente e altri ancora nel pubblico può dar sì che si crei una situazione in cui ci si sente "diversi" e "lontani" tra colleghi?
Per evitare questo sarebbe utile trovare il tempo e la voglia di confrontarsi tra OSS che lavorano in ambiti completamente diversi da quelli che si conoscono. Questa pratica oltre ad essere formativa ridurrebbe quella percezione di "lontananza" professionale trasformandola in condivisione di esperienze diverse.
Sarebbe interessante ma questo non riguarda solo gli operatori sociosanitari, fare un cambio di paradigma, ovvero non concentrarsi più solo in modo unidirezionale al soddisfacimento dei bisogni primari ma iniziare a considerare anche i desideri, le aspettative delle persone.

So che se ne sta già discutendo in diverse sedi di questo ma è necessario passare anche alla pratica. Provare a pensare quello che è giusto per la persona in difficoltà e non quello che secondo noi, equipe multiprofessionale, è giusto per l'assistito.