laura bertIl dibattito sui criteri di valutazione delle persone, o di alcune loro caratteristiche, ci accompagna lungo tutto il corso della nostra vita, dagli anni della scolarizzazione, e a volte anche prima, in poi. Non penso sia possibile giungere a una risposta univoca, sarebbe una semplificazione di una materia che semplice non può essere: l’essere umano.

Anche restringendo il campo alla misurazione dell’autonomia, o piuttosto della sua perdita, nei vecchi (evitiamo termini edulcorati che possono ulteriormente aumentare la confusione), non si riesce a semplificare la materia.

Identificare un giusto equilibrio fra la descrizione di una situazione complessa cercando di prendere in considerazione il maggior numero di elementi possibili, con il rischio di rendere tale descrizione inutilizzabile ai fini amministrativi trasformandola quindi in uno “spannometro” e, per di più, operatore – dipendente, e, al contrario, un rigido criterio di valutazione che trasformi in numero ogni aspetto della vita di una persona, pretendendo di riassumere tutto in un numero finale, è operazione estremamente complessa.

Partiamo quindi da una delle domande che si pone Lidia Goldoni nell’articolo “Sono appropriate le schede di valutazione dell’autosufficienza” (Professioni, 19/02/15): Può esistere una sola scheda di valutazione dell’autonomia, come va costruita, come può essere utilizzata? La mia personale risposta è: probabilmente no.
E’ necessario dotarsi di una scheda più articolata possibile che dia una valutazione di base, ma questa dovrebbe essere integrata da altro materiale (PAI, colloqui mirati con gli interessati, relazioni sanitarie, sociali), in funzione dell’obiettivo della valutazione.

Utilizzo schede di valutazione tutti i giorni in una Unità di Valutazione Geriatrica del Piemonte, una regione che ha scelto di dotarsi di uno strumento che nulla ha a che vedere con le scale utilizzate in altre regioni italiane. Tale strumento è in realtà l’unione di due schede di valutazione, sociale e sanitaria, sulla base delle quali i due distinti operatori quantificano in un numero il proprio “punto di vista”. L’Unità di Valutazione Geriatrica sommerà i due numeri in un “verdetto finale”, è tuttavia possibile applicare alcuni correttivi in base a quanto emerge dalle due descrizioni, attribuendo ad esempio una priorità indipendentemente dal punteggio, oppure una intensità assistenziale diversa da quella che il solo punteggio suggerirebbe.
Il sistema presenta numerose pecche: la valutazione non è unitaria ma, per definizione scissa, le scale sono disomogenee fra loro, spesso si sovrappongono esplorando ambiti analoghi, sono state inoltre selezionate in base alla rapidità esecuzione a discapito della precisione.
Ricordo inoltre che la scala sanitaria è estrapolata da una cartella clinica (La Cartella Clinica Geriatrica di F. Fabris, ed. Minerva Medica, 1989), e nasce quindi con finalità descrittive più che valutative.
Purtroppo, se rigidamente applicato, il sistema è fallace in molte situazioni, ad esempio sottostima il carico assistenziale di una persona affetta da demenza che mantiene una parziale autonomia di base ma presenta disturbi del comportamento.
La valutazione dicotomica se da un lato si presenta disomogenea nei criteri di valutazione, dall’altra obbliga alla sintesi fra due punti di vista diversi, operazione che se condotta in maniera corretta porta a un arricchimento della descrizione.
La stessa delibera istitutiva (DGR n° 42 del 2008) prevede inoltre l’integrazione con documentazione aggiuntiva, a discrezione della commissione valutativa, in modo da rendere la valutazione dell’autosufficienza di una persona il più possibile aderente alla descrizione della situazione. Ovviamente un tale correttivo è possibile solo se tutti gli operatori hanno ricevuto una formazione adeguata, in modo da uniformare criteri di applicazione e di giudizio. In caso contrario tale strumento si avvicina troppo pericolosamente al paventato “spannometro”. Spesso purtroppo gli operatori variano in base alle necessità di turnover del personale, e non hanno mai ricevuto alcuna formazione specifica.

Eppure credo che sia proprio questa la strada, non tanto quella di semplificare uno strumento che deve misurare la complessità, quanto quella di lavorare sulla formazione degli operatori in modo tale che siano in grado di utilizzare scale comuni, un linguaggio comune (l’acronimo NAT per esempio si traduce in Non Autosufficienza Totale per Rosanna Vagge, e in Nucleo Alzheimer Temporaneo per me), e parametri analoghi, così che tutti siano in grado di utilizzare un unico criterio di valutazione che conduca a un dato grezzo, di base, il cui significato sia a tutti comprensibile. A questo dato andranno aggiunti ulteriori elementi che vadano a evidenziare, ad esempio, il carico assistenziale di una situazione a seconda che si sia in RSA o a domicilio (è molto diverso), oppure gli aspetti su cui si deve focalizzare un Piano di Assistenza Individuale.

Forse per valutare persone bisogna puntare sulle persone, dotandole di strumenti adeguati ma soprattutto delle capacità di utilizzarli.

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Author: Laura Bert
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