Nell'Anno Europeo dell'Invecchiamento Attivo (decisione 940/2011/EU) l'IRPPS-CNR di Salerno ha realizzato, in collaborazione e grazie ad un finanziamento del Comune di Napoli, il progetto Memory, un progetto di attivazione rivolto ad anziani non autosufficienti istituzionalizzati da anni. Il progetto si è posto l'obiettivo di promuovere il massimo livello possibile di autonomia di un gruppo di anziani non autosufficienti di età compresa tra 65 e 91 anni, utilizzando la narrazione come strategia di attivazione.

Nella prospettiva del filone di studi meglio conosciuto come orientamento narrativo (Demetrio 1996, 2008) il progetto ha infatti adottato la pratica auto-narrativa (che molto si avvicina alle metodologie dell'empowerment) per indurre processi di sviluppo personale, ovvero processi trasformativi dal punto di vista cognitivo, psicologico ed emotivo. Ha quindi indotto l'auto-narrazione a scopo terapeutico, utilizzandola come antidoto ai processi di spersonalizzazione che frequentemente si producono nelle strutture residenziali. In questo modo ha sviluppato, nei partecipanti alla ricerca, risorse personali e strategie di resilienza che hanno funzione protettiva nei confronti della consapevolezza di sé, ma anche del decadimento psico-fisico e del benessere percepito.
Il progetto nasce dal convincimento che approfondire la ricerca in questi contesti è fondamentale dal momento che le strutture residenziali producono spesso una sistematica, anche se non sempre intenzionale, mortificazione del soggetto attraverso la segregazione fisica e una condizione di forzata inattività (Goffman 1961). Può accadere, e spesso accade, che il benessere psico-fisico risulti fortemente compromesso dall'istituzionalizzazione e da una permanente inattività. Viceversa il decadimento in età avanzata rallenta grazie alle normali attività della vita quotidiana (De Beni 2009) dal momento che rimanere in attività è un fattore protettivo del processo di invecchiamento (Schooler e Mulatu 2001; Stine-Morrow 2007). Da anni lo sottolinea anche l'Assemblea Mondiale della Sanità che nel 2001 con la nuova Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) concettualizza la disabilità con un approccio socio-relazionale, mettendo a tema la centralità del contesto e evidenziando come l'ambiente possa limitare o sviluppare le capacità funzionali del soggetto.
Si comprende quindi la necessità di interventi che favoriscano processi di attivazione, a maggior ragione se il contesto di vita quotidiana degli anziani è l'istituto.

Il processo di spersonalizzazione

Il progetto Memory è stato realizzato in una delle quattordici Case Albergo convenzionate con il Comune di Napoli. La struttura, gestita da una comunità religiosa, ospita circa ottanta anziane autosufficienti e non, prive di adeguata assistenza familiare, in disagiate condizioni economiche. Alla ricerca hanno partecipato sedici anziane con gravi limitazioni motorie.
Ristrutturata di recente la casa presenta l'architettura tipica delle residenze assistenziali: un ampio vano ascensore al centro delle rampe di scale conduce ai reparti che si distribuiscono sui cinque piani, chiusi da porte antisfondamento. Ciascun reparto comprende camere doppie col bagno e una sala refettorio. Tuttavia lo spazio personale è ridotto e molto essenziale l'arredamento: letto, comodino e armadietto. Fatta eccezione del refettorio non esiste un luogo di socializzazione, tant'è che anziane alloggiate su piani o in palazzine diverse non si conoscono. L'unica attività in cui sono coinvolte sono incontri di preghiera organizzati, un giorno a settimana, da un'associazione di volontariato.

Dalle interviste al dirigente e ai responsabili del Servizio di Programmazione sociale e Politiche di welfare del Comune, e attraverso due focus group con i soggetti che lavorano quotidianamente nella struttura (le suore, gli operatori sociali e le stesse assistenti sociali) è emerso che sia abbastanza radicato il convincimento che le anziane ospitate vadano assistite, piuttosto che attivate. Di loro ci si occupa per il soddisfacimento delle esigenze primarie e dal punto di vista sanitario, ma non dal punto di vista della promozione di una vita attiva. L'incapacità di attivazione delle anziane istituzionalizzate è per lo più data per scontato. È indicativo a tal proposito che, all'infuori dei medici, le uniche figure professionali presenti nella struttura siano gli operatori socio assistenziali.
Di fatto queste donne vivono una condizione di ospedalizzazione: sono curate e assistite ma contenute in uno spazio-azione sempre più piccolo. Stando alle testimonianze raccolte, la comunità religiosa svolge essenzialmente una funzione di custodia, un'azione di disciplinamento e controllo: sovraintende al lavoro svolto dal personale socio-assistenziale, assicurando che gli spazi, gli orari, i comportamenti, le attività prescritte relative all'igiene personale, all'alimentazione e all'assistenza medica siano osservati. Tuttavia la libertà personale delle ospiti risulta fortemente compromessa.

All'arrivo dell'équipe la scena è la seguente:

Sono ferme, sedute intorno al tavolo già apparecchiato per il pranzo (sono solo le 9.30 del mattino). Qualcuna è sulla sedia a rotelle. Non parlano e il loro sguardo sembra perso nel vuoto. Qualcuna muove più velocemente gli occhi spostando lo sguardo dalla finestra alla porta, e ancora dalla finestra alla porta.....aspettano.

Olga: una donna minuta, esile che da anni si porta dietro un corpo consumato dal Parkinson. All'inizio sembra intimorita tant'è che siede in disparte. Per lei non è facile parlare, né tantomeno muoversi. Trascorre gran parte del suo tempo seduta, quasi del tutto immobile.
Più volte ripete: Non ce la faccio. Ho il Parkinson e non ho i movimenti buoni! Guardandola tornano alla mente le parole di Olievenstein (1999), Non ci sono più automatismi. Mettersi l'orologio, allacciarsi le scarpe, abbottonarsi i vestiti, non sono più atti naturali, vanno ripensati ogni volta. Per Olga le cose stanno proprio così: ogni azione risulta molto faticosa perché manca la coordinazione motoria; con le mani in particolare ha grandi problemi: fatica ad afferrare un qualsiasi oggetto e a maneggiarlo con competenza.

Elena: è presentata dalle assistenti sociali come un soggetto intelligente, attivo, ma problematico. È irascibile, non contiene la rabbia ed è molto difficile conquistare la sua fiducia.
Ha grossi problemi respiratori e trascorre diverse ore al giorno attaccata alla bombola di ossigeno. Durante i primi incontri rimane seduta, lontano, fumando e osservando attentamente ciò che accade. Scruta l'équipe con attenzione e diffidenza. Avverte come pericolo ogni richiesta di avvicinamento, ma continua ad osservare da lontano.

Anna. T.: siede sulla sua sedia a rotelle e ripete che potrebbe ricominciare a camminare se solo le lasciassero fare terapia. Parla molto lentamente e timidamente. Ripetutamente torna con la mente a quando la madre l'ha abbandonata in collegio. Non si è mai sposata e ha vissuto facendo la governante.

Pasqualina: le assistenti sociali riferiscono che non l'hanno mai sentita parlare. È ferma, stancamente abbandonata su una sedia. Prendendo a prestito le parole di Baricco (1993) "sembra per sempre esiliata in un mondo inesorabilmente altrove [...] l'unica cosa che alluda a qualche rimasuglio di coscienza è lo sguardo".

Adriana: si muove fiera con il suo girello. Sovrasta le altre con la sua abilità narrative. È animata da un forte desiderio di comunicazione. Tuttavia nella fase iniziale della ricerca la sua narrazione è concentrata soprattutto su episodi tristi della sua vita (ha perso un fratello molto giovane, non si è mai sentita amata da sua madre e dopo il fallimento dell'attività di famiglia ha avuto una vita molto difficile).

In generale le donne che l'équipe si trova davanti sono donne ferite nel corpo e nell'anima. Parlare del passato è per molte di loro faticoso e doloroso. Nella fase iniziale della ricerca le loro parole non aprono a una storia, non raccontano, se non di striscio, volti e nomi che non ci sono più. Incardinano invece il presente sulla sensazione prevalente di essere delle sopravvissute ed esprimono il comune sentire di aver perso tutto. Le loro parole raccontano la resa ad altri che hanno preso il sopravvento:

non è che è stata una mia scelta venire qua, è stata una necessità [...] Un'assistente sociale, venne la mattina e disse, o persone del palazzo, insomma perché io incominciavo no a dare fastidio, ma io volevo compagnia, e le famiglie ognuno tiene i problemi propri, e sono venuta qua, e sono cinque anni [...] una mattina mi fu fatta arrivare sta signora, dice: - Voi andate alla casa di riposo di Cristo Re -. Io! Chi l'ha detto!

Il racconto fissa un momento emblematico. È mattina, arriva un'assistente sociale chiamata da qualcuno nel palazzo e avvisata che c'è un'anziana sola che dà fastidio. Cerca compagnia. L'assistente sociale risolve il problema inviando il fastidio presso una struttura adeguata. Rita, questo il nome della donna che qui racconta, reagisce. Chiede: Chi l'ha detto! Rita quindi vuol capire, inizialmente reagisce ma alla fine obbedisce perché sa che non c'è altra soluzione. Il racconto non spiega altro. Restituisce quel momento decisivo nella vita di Rita e chiarisce che ad un certo punto lei stessa pensa che non ci sia altra soluzione. Tant'è che conclude:

Io sono venuta, ma non ho fatto nessuna domanda, non ho chiesto questa.....

È arrivata dunque e non ha fatto domande. Cosa avrebbe potuto chiedere? Torna attuale la lezione di Goffman (1961). Il sé di Rita si è progressivamente ridotto ad un sé che non fa più domande, perché ridotto alla condizione di sé agito. Come lei stessa racconta infatti altri hanno deciso di lei (i vicini di casa, l'assistente sociale, il responsabile della struttura che l'ha presa in carico).
Nella stessa direzione altri frammenti narrativi:

mi mise qua, senza nemmeno dirmi niente! Perché lei doveva andare, allora senza dirmi niente, per non lasciarmi sola, perché sarei rimasta sola, anziana [...] mi mise qua, senza che io sapevo niente.

mi avevano mandato a un'altra parte, e là stavano tutti vecchi, tutti a letto.. e Io stavo alzata!..... e poi mi hanno fatto tornare qua. Mi hanno fatto tornare qua.

Che l'agente sia la nipote che doveva andare o l'assistente sociale di turno, poco importa. Queste parole raccontano donne che non sono più padrone di loro stesse, che si raccontano come "complementi oggetti" perché non si percepiscono più come persone. Sembra essersi realizzato un processo di annientamento dell'identità stessa.

Ora non sono niente, dice Elena, equiparandosi al nulla.

Elena arriva a percepirsi come una cosa da niente. La consapevolezza di sé è dunque progressivamente e definitivamente scomparsa in una condizione di confinamento che, togliendo autonomia di pensiero e azione, ha annientato la capacità di pensarsi come persone. Scompaiono l'allenamento a riflettere su se stessi, a mettersi in discussione, a ri-progettarsi, scompare la capacità di provare un qualsiasi desiderio e di immaginarsi nel futuro; si sviluppa, come condizione permanente, l'abitudine alla staticità e all'eterodirezione. Lo schema qui di seguito sintetizza il processo.

Il metodo Memory

Memory sposa l'idea che l'esercizio del racconto autobiografico, quale attività creativa della vita quotidiana, sia in grado di svolgere una funzione protettiva sui processi di spersonalizzazione favorendo una nuova comprensione di sé.
La strategia d'intervento si basa sull'attivazione di pratiche conversazionali su temi di vita quotidiana e prevede l'allestimento di un laboratorio narrativo nell'ambito del quale con l'ausilio di sollecitatori visivi, uditivi e tattili (immagini colorate, foto personali, canzoni e oggetti della vita quotidiana) l'équipe di ricerca stimola donne anziane istituzionalizzate affette da pluripatologie a ricordare e raccontare frammenti di memoria perduta.
Il metodo Memory prevede tre elementi base: l'uso dell'osservazione etnografica, pratiche finalizzate al recupero della memoria sensoriale, la realizzazione del gioco dei ricordi.

FiguraA
In primo luogo il metodo mette in pratica l'osservazione etnografica che consente di esercitare la riflessività per allenarsi a riconoscere l'alterità dell'altro. Il Metodo Memory utilizza questo particolare tipo di osservazione e con la sua collaborazione l'équipe di ricerca riesce ad andare oltre i "confini consueti dell'esistente", a progredire nella conoscenza individualizzata, a bai passare gli stereotipi, e a prestare attenzione all'unicità del soggetto nella sua alterità, imparando a vedere il cambiamento di queste donne, captando il loro processo di attivazione che, nonostante le limitazioni funzionali e le capacità comunicative residue, si realizza a partire dal corpo che si è ri-mette in moto.
L'équipe si serve di questo particolare tipo di osservazione in un laboratorio narrativo che non è un luogo fisico, ma una situazione architettata ad hoc dai ricercatori con l'obiettivo di innescare un dispositivo che cambia l'ambiente socio-materiale delle anziane e mette in moto le loro capacità mentali e la vita interiore. In altre parole il laboratorio è uno spazio libero nel quale i soggetti sono accolti, valorizzati e coinvolti nella costruzione di un processo creativo: il gioco dei ricordi. In questo nuovo spazio è promossa l'auto-espressione attraverso qualsiasi forma comunicativa, compresi suoni e gesti e soprattutto è aiutata l'immaginazione. Ciò che conta non è la ricostruzione coerente della storia di vita, ma l'emersione di frammenti narrativi attraverso i quali i soggetti possano ri-nominarsi, ri-vedersi, ri-progettarsi, anche con l'ausilio della fantasia. Volutamente l'équipe struttura quindi un contesto che favorisce la ricostruzione immaginativa dei ricordi, facendo proprie le innovative concezioni della neurobiologia che definiscono per l'appunto i ricordi come atti creativi, parte di un processo continuativo di immaginazione (cit. in Mezirow 2003).
Questo particolare tipo di processo creativo migliora notevolmente quando i soggetti possono riconoscere oggetti cui si è normalmente associata un'emozione; per favorire negli anziani il processo rievocativo è dunque utile stimolarli con oggetti in grado di suscitare emozione (ibidem). In considerazione di ciò il metodo Memory immette nel laboratorio una serie di stimoli (visivi, uditivi e tattili) capaci di suscitare nei soggetti emozione (una conchiglia, un sacchetto di lavanda, una campanella, dei centrini, matite colorate). E allo stesso tempo propone attività che con ogni probabilità riportano le anziane ad una situazione di vita positiva. Propone loro di disegnare così come facevano da bambine e di impastare la pasta, così come probabilmente hanno fatto mille volte nella loro vita familiare.
Il metodo Memory si serve di pratiche per il recupero della memoria tattile poiché già numerose ricerche hanno dimostrato come il contatto tattile sia benefico per pazienti anziani affetti da pluripatologie (Goldschmidt, Meines 2012). A partire dalla mani è infatti possibile stabilire una connessione, ottenere un contatto, in una parola entrare in relazione dal momento che è molto grande la quantità di corteccia cerebrale dedicata all'interpretazione delle sensazioni provenienti dalle dita (Gray 1977, Montagu 1978). Per questo motivo la stimolazione tattile è una parte essenziale per il recupero della memoria sensoriale soprattutto nei soggetti che hanno ridotte capacità funzionali: per questi anziani, in particolare, la comunicazione tattile è una risorsa perché migliora le interazioni verbali e non verbali (Vortherms 1991). Memory fa tesoro di queste acquisizioni scientifiche e attiva pratiche di recupero della memoria sensoriale utilizzando proprio il gioco come l'elemento attrattivo che consente di emozionare e riaccendere l'immaginazione (Milione 2013).
L'applicazione del metodo ha sulle anziane che hanno partecipato alla ricerca un impatto potente. Le trasforma favorendo un ampliamento narrativo e discorsivo, sollecitando la consapevolezza retrospettiva e variazioni nell'immagine di sé. Permette che si riapproprino della loro identità mortificata e appiattita dalla condizione di inattività.
Riemergono così i ricordi e le anziane escono finalmente dal monologo interiore. Ricordare non è più il tormentarsi, rimuginando su chi non c'è più, fissati sul senso di perdita, è invece il riscoprirsi protagoniste. È vedersi attive, intente a fare, muoversi, emozionarsi, è tornare a casa, risentirne il calore, in una parola è ritrovare se stesse. Lo schema di seguito sintetizza il processo.

Il processo trasformativo

 

figuraB

Olga
Inaspettatamente un oggetto posto sul tavolo (una grossa conchiglia) produce in lei un'emozione talmente forte che il corpo "segue", si mette in moto, risponde all'emozione. Olga afferra, automaticamente, una grande conchiglia esposta sul tavolo. Questo gesto ne avvia altri: Olga porta la conchiglia all'orecchio e ascolta il mare (come probabilmente aveva fatto mille volte nella sua giovinezza). Il corpo "ricorda" gesti antichi. Il movimento del suo corpo si produce in modo del tutto imprevisto. Olga agisce: osserva, tocca, afferra, porta all'orecchio,ascolta e infine parla compiendo una precisa sequenza di azioni (se osservassimo i gesti alla moviola ne scopriremmo la perfetta sincronia). Olga ritrova dunque la sua coordinazione motoria e riesce a parlare con calma e chiarezza, utilizzando un lessico elegante, quasi poetico che emerge dal silenzio e infrange ogni sua forma di rimozione. È evidente che i suoi gesti e le sue parole arrivano da lontano. È accaduto che il corpo ha trovato la sua strada ed è uscito dal torpore. A partire da questo agire del corpo nasce una narrazione fluida, ricca che conduce Olga indietro nel tempo e la porta a raccontarsi, non omettendo fra l'altro episodi dolorosi e particolari intimi. Dopo questa prima esplosione narrativa Olga si apre a successive verbalizzazioni. Inizia ad usare, negli incontri successivi, un linguaggio colto e raffinato. Palesando un'acuta capacità di osservazione etichetta persone e situazioni usando aggettivi appropriati. Sebbene ogni volta parlare le costi molta fatica..

Elena subisce il fascino del laboratorio, sebbene pronunci parole confuse e inarticolate, si lascia piano piano attrarre e coinvolgere. Si fa "vicina ", si espone, non si nasconde più, e racconta di sé e della sua vita. Ogni volta poi reclama il suo spazio con sempre maggiore determinazione. Si prepara ad ogni incontro curando con maggiore attenzione il suo aspetto fisico e arriva ad inscenare "ingressi in situazione" eccentrici e rumorosi.

Anna T. è una nuova scoperta. Canta e improvvisa piccole drammatizzazioni. Impersona ruoli nuovi: un giorno si improvvisa una dolce mogliettina che prepara il pranzo al marito, un giorno immagina di lavorare in una pizzeria, un giorno crea una storia a partire da un disegno che ha realizzato. Ogni volta sta al gioco e crea il gioco. Questo nuovo fare l'attiva. A tal punto che Anna T., dopo l'intervento, lascia la sedia a rotelle e riprende a camminare con il bastone. Il suo caso è eclatante. Si è messa letteralmente in piedi.

Pasqualina ricomincia a parlare.

Adriana abbandona i ricordi tristi e ricorda i momenti più belli della sua vita.

Flora che non trova parole per tutto il laboratorio narrativo. Siede composta e quasi non si muove: si dondola dolcemente e impercettibilmente avanti e indietro. Il suo viso tuttavia si illumina di grandi sorrisi. Annuisce, ogni volta, ed è "in situazione" con maggiore coinvolgimento. Un giorno si china di slancio per afferrare una campanella ed esclama: "è mia!". È tutto quello che ci dice, in realtà, non dirà molto altro.

Conclusione

FiguraCIn conclusione i cambiamenti osservati attestano che la narrazione si è configurata come una pratica di attivazione che ha prodotto identità e apprendimenti situati. Come dimostra questa sperimentazione queste donne, nonostante le limitazioni fisiche e la loro condizione di vita, ricordano e si raccontano. Raccontandosi ritrovano la consapevolezza di se stesse. E questa nuova consapevolezza le mette in moto, le attiva, superano così ogni vincolo (spaziale, fisico, relazionale). Lo schema di seguito sintetizza il processo.

L'équipe ha infatti osservato come la narrazione abbia su questi soggetti effetti terapeutici, producendo notevoli cambiamenti apprezzabili all'osservazione, non misurabili, ma non per questo meno reali. Il metodo Memory propone la narrazione come luogo di attivazione soggettiva e mostra che tale luogo è abitabile da chiunque, anche da quegli anziani che meno di altri si concepiscono come attivi.
Il metodo parla direttamente agli operatori e suggerisce come mettere in pratica la narrazione. Si è visto che lo stare al gioco è una strategia che funziona perché produce processi di attivazione. Il sostegno degli anziani fragili, si propone dunque, può passare attraverso la costruzioni di relazioni di cura efficaci e positive che possono consolidarsi con l'ausilio della pratica narrativa. Il laboratorio è infatti uno spazio dove ognuno può esprimersi come vuole e può: non esiste una risposta giusta e una sbagliata. L'équipe non giudica e sanzione, ma incoraggia e premia. Mette al centro il soggetto e valorizza ogni suo progresso. Questo genera un aiuto umanamente e funzionalmente efficace e contribuisce a creare un clima più umano nei servizi sociali e sanitari dimostrando che la narrazione riesce a migliorare il clima relazionale anche in quelle strutture residenziali dove le persone sono istituzionalizzate da anni.

Bibliografia

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Olievenstein C. 1999
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Schooler e Mulatu 2001
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Stine-Morrow et.al. 2007
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Vortherms 1991
Clinically improving communication through touch, in Journal of Gerontological Nursing, vol. 17, n. 5, pp. 6-9.

Biografia
Author: Tiziana Tesauro
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