C’è modo e modo di arrivare al capolinea della propria esistenza. Quello all’interno di una RSA è spesso il peggiore.

A questo punto la domanda che si pone è: esistono soluzioni che consentano ad anziani,  singoli o in coppia, “fragili” dal punto di vista socio-economico-familiare e con problemi di salute, di evitare di finire i propri giorni nelle RSA (perché sono prevalentemente loro che affollano queste strutture)?  Le soluzioni ci sono, sono note da almeno 40 anni, e recentemente stanno sempre più diffondendosi in molti paesi (tranne che in Italia)[i]

Si tratta di strutture costituite da miniappartamenti raggruppati, dotati di servizi comuni: mensa, biblioteca, lavanderia, palestra, pulizie, in certi casi un ambulatorio infermieristico.  I miniappartamenti, per singoli o per coppie, del tutto indipendenti, sono dotati dei servizi essenziali, compresa la cucina, con una scrupolosa attenzione alle barriere architettoniche e alla facile agibilità per il transito  delle carrozzine.  Quindi libertà assoluta di vivere nel proprio appartamento in piena autonomia, e di utilizzare i servizi comuni (e di fruire della solidarietà degli altri ospiti) in caso di bisogno.

Dicevamo: in Italia niente. Tranne che a Lastra a Signa, Comune di 20 mila abitanti nei dintorni di Firenze.  Qui dal 1979 esiste il Centro Sociale, costruito sul modello dei logements foyers. Un complesso residenziale composto di 25 miniappartamenti per due persone (36 m2) e 36 miniappartamenti per persone singole (20 m2), con una capienza complessiva di 86 posti.  Tale area è dotata di numerosi  e ampi spazi comuni.  L’area dei servizi comuni (fruibili dal resto della popolazione) include: il ristorante-mensa, il bar, la lavanderia, la biblioteca, la palestra, la sede di associazioni. Inizialmente vi erano collocati i servizi  del Distretto socio-sanitario, attualmente sostituiti  dalla scuola materna comunale.    

Per descrivere  questa esperienza – veramente unica e originale –  abbiamo usato la cronistoria.  Un approccio che aiuta a comprendere la nascita e l’evoluzione di un’idea innovativa, della sua realizzazione e dei suoi risultati.

Flashback

Era un caldo pomeriggio del luglio 1973 a Firenze. Villa Monna Tessa a Careggi, studio del Prof. Francesco Maria Antonini, ordinario di Geriatria all’Università di Firenze. Intorno al tavolo della riunione oltre al fondatore della Geriatria italiana, il sindaco di Lastra a Signa (un Comune nei pressi di Firenze), Gerardo Paci, l’assessore ai servizi sociali, Dolfo Poggesi, e l’autore di questo articolo, allora poco più che trentenne medico condotto dello stesso Comune, nella veste di facilitatore dell’incontro tra Accademia e Amministrazione locale.

L’intenzione del Sindaco era quella di costruire nel territorio del Comune una Casa di Riposo per anziani (oggi si chiamerebbe RSA).  L’idea fu rapidamente smontata dal Prof. Antonini con gli argomenti che gli stavano più a cuore: le case di riposo sono la negazione della dignità degli anziani, perché li privano della libertà, perché la vita quotidiana viene regolata dalla struttura e ciò li rende passivi e gli impedisce di utilizzare ed eventualmente sviluppare le loro capacità residue - fisiche, intellettuali, affettive -.  A causa di tutto ciò, questo era il ragionamento, le Case di Riposo non fanno altro che accelerare il decadimento degli  ospiti, generando depressione e disperazione.        

“Esistono altre soluzioni per sostenere la fragilità, e anche le condizioni di handicap, degli anziani,  senza privarli della libertà e della dignità. Se volete ve le mostro, poi decidete”, con queste parole Antonini ci congedò.

Due mesi dopo eravamo con lui e con una ventina di specializzandi in Geriatria alla volta della Francia (Grenoble e Alta Savoia) e della Svizzera (Ginevra) a visitare strutture per anziani costituite da miniappartamenti raggruppati, dotati di servizi comuni: mensa, biblioteca, lavanderia, palestra, pulizie, in certi casi un ambulatorio infermieristico.  I miniappartamenti, per singoli o per coppie, erano del tutto indipendenti, dotati di cucina, frigo, TV e servizi.  Naturalmente ovunque una scrupolosa attenzione alle barriere architettoniche e alla facile agibilità per il transito  delle carrozzine.  Quindi libertà assoluta di vivere nel proprio appartamento in piena autonomia, e di utilizzare i servizi comuni (e di fruire della solidarietà degli altri ospiti) in caso di bisogno. 

Le strutture visitate in Francia e Svizzera erano (e sono tuttora) denominate logements foyers,  “residences offrant aux retraités un logement indépendant avec possibilité de bénéficier de services collectifs (restauration, blanchissage, salle de réunion, infirmerie, etc.) dont l’usage est facultatif”.

Alla fine del 1973 presso il Comune di Lastra a Signa fu costituita una commissione incaricata di progettare una soluzione abitativa per anziani con le caratteristiche dei logements foyers osservati nella spedizione guidata dal Prof. Antonini.   Un paio di anni per preparare il progetto e trovare i finanziamenti: i lavori iniziano nel 1976 e si completeranno nel 1979, anno di inizio dell’attività del Centro Sociale Residenziale.

La cronistoria

Per descrivere la storia – dalla fondazione ai giorni nostri – del Centro Sociale abbiamo utilizzato stralci dei documenti ufficiali prodotti nell’arco di 35 anni, con analisi e ricerche a disposizione di chiunque desiderasse approfondire l’argomento.

1976 – Completamento delle strutture portanti del Centro Sociale. Nell’occasione, il Comune di Lastra a Signa produce un Rapporto a cura di M. Geddes,  G. Maciocco e A. Perra, con la presentazione del Sindaco Corrado Bagni (successivamente pubblicato sulla rivista Prospettive sociali e sanitarie, 6.3.1978) in cui, tra l’altro, si legge:          

“Il momento della progettazione del Centro Sociale è stato preceduto da un ampio e approfondito studio da parte degli amministratori, urbanisti e operatori sanitari. Un primo quesito si pose: è corretto parlare di abitazioni per anziani?

Su questo punto non esistono dubbi: quando Il nucleo familiare si riduce, quando gli anziani abitano da soli la casa deve avere particolari caratteristiche: essere di piccole dimensioni, essere dotata di una serie di accorgimenti che garantiscano il massimo di comodità e di sicurezza per chi vi abita.

L'altro quesito fu: è più giusto raggruppare insieme gli appartamenti per anziani o disperderli nelle altre strutture abitative? Per l'impossibilità di trovare in Italia esperienze valide cui fare riferimento, l’attenzione si è necessariamente spostata verso esperienze straniere.

……….

Questi sono i maggiori benefici degli appartamenti raggruppati.

«Appartamenti raggruppati con certi servizi comuni rappresentano una buona soluzione per coloro che desiderano avere minori responsabilità e che necessitano di maggiori cure personali».

«Quando i problemi da affrontare vanno oltre quello della ricerca di alcuni accorgimenti che da soli permettono una vita autosufficiente ed al problema degli anni si aggiungono la solitudine e tutta una gamma di necessità che compromettono l'indipendenza e la libertà fisica e psicologica del vecchio occorre dare qualche cosa di più alla casa descritta A questo stadio di necessità la casa non può rimanere a sè stante, isolata, sia pure ripetuta nella sua nuova molteplicità di standard attrezzati. Ma deve partecipare ad un sistema organizzato che faccia capo ad nucleo di servizi comuni».

1984 Viene pubblicato un Rapporto “Il Centro Sociale” ( a cura di S. Barzini, A. Bini, C. Cappellini, Q. Cartei, G. Giacomelli, G. Maciocco, C. Poggi, V, Ragonese, GB. Ravenni, A. Scarafuggi) in cui – nell’introduzione del Sindaco, C. Bagni - si legge:

«Il progetto iniziale del Centro era quello di creare una struttura residenziale che rispondesse alle necessità abitative della fascia di popolazione anziana più esposta a rischi di tipo sociale, senza ricorrere alle classiche soluzioni della casa di riposo o dell'ospizio. Ci si rese ben presto conto che per ottenere questo risultato era necessario che si realizzassero due condizioni fondamentali:

- le residenze dovevano essere caratterizzate dal massimo di libertà e di autonomia per chi avrebbe dovuto abitarvi: appartamenti singoli o doppi dotati di cucina e servizi, un vero e proprio condominio con la possibilità - e non l'obbligo - di fruire di spazi per la vita collettiva;

- la zona residenziale doveva essere inserita in un contesto più ampio di servizi aperti a tutta la popolazione.

Il Centro Sociale fu così progettato come centro di servizi integrati: residenze per anziani (con alcuni appartamenti destinati a situazioni di emergenza), ristorante, lavanderia, palestra per attività motorie di riabilitazione, sedi per ambulatori, per attività amministrative e associazionistiche.

Una parte del progetto mantiene invece i connotati di una partita aperta: avere strutturato la zona residenziale in miniappartamenti autonomi, collocandoli in un centro di servizi, di per sè attenua ma non annulla i rischi di segregazione, di emarginazione e di depressione per chi vi abita. L 'esperienza di questi anni ci insegna che la tipologia della struttura gioca un ruolo rilevante ma non definitivo: abbiamo imparato che il 'fattore umano' è di gran lunga più importante ed essenziale.

'Fattore umano' sono i rapporti che si stabiliscono tra gli anziani, la loro capacità di autonoma iniziativa e di partecipazione; è la sensibilità e la competenza professionale che gli operatori devono possedere nell'affrontare processi complessi e delicati come quelli dell'invecchiamento di una comunità; è la disponibilità della gente nello stabilire e mantenere legami di solidarietà; è infine la nostra capacità di amministratori di cogliere con la necessaria prontezza i reali bisogni della collettività.

Il 'fattore umano' non si adotta con regolare delibera, magari si potesse... La partita è tutta da giocare: c'è posto e c'è bisogno del contributo di tutti.

1992 -  Viene prodotto un nuovo Rapporto dal titolo “La casa comune per gli anziani – Analisi del Centro Sociale di Lastra a Signa” (a cura di A. Bini, S. Fontanelli, D. Gazzarri, L. Landi, G. Maciocco, A. Perra, C. Poggi, F. Rossi Prodi, A. Stocchetti) in cui si esaminano gli aspetti strutturali/architettonici del Centro e vengono riportati i dati di un’indagine sulla popolazione residente effettuata nel 1990, le cui conclusioni sono le seguenti:

«Dall'analisi dei dati e dalla valutazione incrociata degli stessi, riteniamo possibili alcune considerazioni conclusive.

l. Il Centro Sociale rappresenta una struttura con un discreto livello di socializzazione interna ed un sufficiente grado di integrazione con il territorio circostante. I motivi di questo risultato sono da ricercare nel riferimento territoriale che ha regolato e regola Ie ammissioni, nella omogeneità dello status sociale, nella omogeneità di condizioni psicofisiche. Questi elementi consentono uno sviluppo interno della struttura, su interessi comuni, su possibilità di dialogo su temi comuni, sulla riscoperta di vissuti riferibili a situazioni personali e sociali simili.

……………….

2. Emerge dall'esame dei dati un apprezzamento da parte degli anziani della condizione di totale libertà in cui vivono all'interno del Centro Sociale.

La struttura pertanto è al servizio dell'individuo che rimane protagonista assoluto della propria vita.

Tale condizione è raramente riscontrabile nelle strutture tradizionali ove invece la presenza degli anziani è funzionale ai ritmi e alle esigenze della gestione.

3. La valutazione dei motivi che hanno determinato la scelta per gli ospiti di lasciare la precedente abitazione sono per la quasi totalità riferibili alle condizioni igienico - ambientali della casa ed alle difficoltà derivanti dalla presenza di barriere architettoniche. In tal senso appare evidente come il Centro Sociale abbia risposto più a problemi che riguardano l'ambiente che a problemi che riguardano la persona

Dalla valutazione della struttura che viene fatta dagli anziani prevale, a conferma li quanto sopra, un apprezzamento degli aspetti connessi all'ambiente interno e ai servizi.

………..

2005. L’Amministrazione Comunale decide di avviare una riflessione pubblica sull’esperienza e sul ruolo del Centro Sociale, per fare un bilancio di trent’anni di attività e individuare le prospettive future. Oltre al Dipartimento di Sanità pubblica dell’Università di Firenze viene coinvolto nell’iniziativa il Dipartimento di Sociologia della stessa Università.  In due anni e  mezzo di lavoro – con la collaborazione di un gruppo studenti universitari di Lastra a Signa – viene raccolto e selezionato il materiale storico-documentale disponibile e vengono intervistati i residenti del Centro Sociale e tutti coloro che – a vario titolo: amministratori, gestori, operatori, medici curanti, infermieri, etc. – hanno “vissuto” l’esperienza del Centro Sociale.  Viene sentita anche la voce di chi sta “fuori” dal Centro Sociale per valutare la percezione della popolazione generale sulla struttura.

Al termine di questa ricerca viene organizzato un convegno “Il Centro Sociale. Un patrimonio della comunità” (7 novembre 2008), di cui vengono pubblicati gli atti.

Dall’intervento di Nedo Baracani, professore di Sociologia, riportiamo i seguenti significativi passi:

«Le storie che ci sono nelle interviste delle varie persone sono molto interessanti: oggi non c’è tempo di andare a fondo su questo, ma dovranno in qualche modo essere rese disponibili perché c’è un altro passo da fare, e cioè trasformare il Centro Sociale in qualche cosa che svolga un ruolo pubblico più ampio. La memoria è una dimensione di grande rilevanza perché ci fornisce identità, perché lega le generazioni l’una all’altra, perché ci permette di riflettere  e valutare.

Quando abbiamo preso in mano per la prima volta l’insieme delle persone che sono transitate da qui, e siamo andati a vedere quanto c’erano state, gli eventi che erano avvenuti durante il corso della loro permanenza, come e dove è avvenuto il decesso, quale era l’età in cui avveniva la perdita e la diminuzione dell’autosufficienza, ecco qui ci siamo resi conto di quanto era prezioso tale materiale: prezioso non soltanto per noi, per il Comune, ma di interesse veramente generale.

…….il successo di questa struttura dipende dal fatto che, con quattro persone, si fa funzionare una struttura molto complessa, perché si mantengono i legami con le famiglie di provenienza, ed è su quel fronte che bisogna fare un lavoro estremamente importante. Sono però già apparse le famiglie che scelgono di comprare sul mercato l’assistenza e di fornirla all’interno del Centro: il futuro è già cominciato, ed è cominciato come avviene spesso cioè senza che nessuno lo decida: i comportamenti dei singoli fanno emergere i fenomeni.

     E vengo all’ultimo punto di questa riflessione. Siamo di fronte a un modello. Guardate che è una pretesa grossa proporsi come modello, impegnativa, nel senso che noi possiamo offrire ad un pubblico la considerazione di risultati raggiunti, ma se sviluppiamo la pretesa che sia un modello, dobbiamo anche saper indicare con precisione le condizioni in cui questo modello può funzionare; quindi probabilmente è un modello che potrà essere replicato solo in certe realtà, proprio perché si basa sull’unione di risorse pubbliche, di risorse volontarie, di risorse professionali ma al fondo c’è sempre la famiglia.»

 

Le condizioni degli anziani

 

La condizione di autosufficienza fisica era un requisito per poter fare la domanda di ammissione al Centro Sociale, ma molte situazioni erano “borderline”: per esempio un anziano con una grave artrosi, con annessi problemi della deambulazione, era “non autosufficiente” nella casa di origine, abitando al 3° piano di una casa senza ascensore, ma  diventava “autosufficiente” all’interno del Centro Sociale, semplicemente affidandosi all’uso del bastone. Inoltre l’autosufficienza non era richiesta a una persona che entrava al Centro Sociale con il coniuge, perché in questo caso il coniuge stesso si sarebbe fatto carico del suo necessario supporto nello svolgimento delle attività quotidiane.  

 

Tuttavia la questione di come Il Centro Sociale potesse affrontare le situazioni di perdita temporanea o permanente della non autosufficienza dei residenti diventò ben presto oggetto di discussione, come emerge chiaramente da un passo dell’introduzione del Sindaco Bagni (Rapporto 1984): “E’ evidente che la nostra esperienza non può sopperire alle necessità di anziani in stato di dipendenza psico-fisica. Strutture come il Centro sono inadeguate a far fronte a tali problemi, a meno che non vi si prevedano aree protette in cui si invertano i rapporti personale-assistiti e vi si possano fornire cure.”

In sostanza, si temeva che il Centro Sociale non fosse in grado di garantire l’assistenza degli anziani quando questi perdessero l’autosufficienza e si prospettò l’ipotesi di creare all’interno del Centro delle “aree protette” dotate di un numero maggiore di personale per rispondere in maniera adeguata ai maggiori bisogni emergenti.

La risposta al problema posto nel 1984, ovvero agli inizi dell’esperienza del Centro Sociale, la troviamo qualche anno dopo, nel Rapporto del 1992 dove si afferma: Poco meno della metà dei residenti del Centro Sociale (47,9%) si trova in condizione di completa autonomia fisica, la restante parte (52,1%) registra gradi variabili di dipendenza: ciò richiede la presenza di un adeguato supporto assistenziale, domestico e infermieristico.  E’ osservazione comune che le persone non autosufficienti di vario grado rimangono all’interno del Centro Sociale grazie a un’efficace rete di supporti e relazioni (familiari, vicini, assistenti domestiche del Centro, personale infermieristico del Distretto),  e che sono assolutamente rari i casi di ricoveri in RSA, mentre i decessi dei residenti avvengono all’interno del Centro o in ospedale al termine di una fase acuta di dipendenza terminale”.

Ciò che ha consentito a una consistente parte di residenti con problemi di autonomia, insorti a causa di malattie o semplicemente a causa della senescenza,  di rimanere all’interno del Centro Sociale non è stata – fortunatamente – la creazione di un’area “protetta”, né un incremento del personale di assistenza.  Con le risorse “interne” al Centro Sociale si è fatto fronte alla vera sfida di una residenza per anziani del modello “logements foyers/ sheltered housing”, quella di garantire la permanenza dei residenti con crescenti problemi di autonomia, in condizioni di libertà.  

Se – come sta emergendo nel dibattito scientifico – la salute è in primo luogo “la capacità di adattarsi e autogestirsi”(“La salute non è un’entità fissa. Essa varia per ogni individuo in relazione alle circostanze.  La salute è definita non dal medico, ma dalla persona, in relazione ai suoi bisogni funzionali”), anche il concetto di autonomia varia in relazione alle circostanze, alle caratteristiche dell’ambiente, al supporto dei servizi alla persona, alle relazioni affettive e di aiuto solidale.

…………

A conferma della solidità assistenziale del Centro Sociale, a tutti gli effetti un condominio sia pur “protetto”, anticipiamo qualche dato molto generale sulla storia delle 200 persone che tra il 1979 e il 2010 sono “uscite” dal Centro Sociale, ricavato dalla ricerca attivata con la convenzione tra Comune di Lastra a Signa e Università di Firenze[i].

Di queste 200 persone, 152 sono decedute al Centro Sociale (73) o all’Ospedale (79, provenienti dal Centro Sociale), 24 sono tornate nelle proprie famiglie, 24 sono state trasferite in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA).

Dei 200 ex-residenti del Centro Sociale, 71 hanno vissuto un periodo prolungato (superiore ai 6 mesi, ma per diversi di essi il periodo è durato alcuni anni) in condizioni di grave dipendenza fisica o psichica grazie all’assistenza garantita dalle risorse del Centro Sociale.  Delle 24 persone che sono state trasferite  in RSA, 17 hanno ricevuto all’interno del Centro Sociale un’assistenza continua per almeno 6 mesi, e il motivo del trasferimento è il più delle volte legato all’impossibilità di controllo della persona durante le ore notturne.  

Quella del Centro Sociale è una storia lunga finora quasi quarant’anni e che ho seguito da vicino come operatore sanitario (medico condotto e poi responsabile di distretto), come professionista (diversi miei pazienti erano tra i residenti del Centro Sociale), come cittadino di Lastra a Signa (ho abitato per molti anni a duecento metri dalla struttura). 

Il primo pensiero – su cui ho più volte riflettuto – è la straordinarietà dell’evento: un’opera nata dal genio di un professore universitario e dalla lungimirante, appassionata volontà politica di un amministratore pubblico. 

Il secondo pensiero va ad alcuni protagonisti di questo progetto che sono nel frattempo scomparsi, il Prof. Francesco Antonini, il maestro della gerontologia,  e Saverio Fontanelli, un grande assistente sociale che ha seguito per molti anni la gestione del Centro Sociale. Nel suo intervento nel corso del citato convegno del 2008, rivendicando il valore dell’esperienza del Centro Sociale, come prevenzione e anche come alternativa alla soluzione residenziale in RSA, aveva affermato:  “Nell’esperienza di tutti i giorni vediamo come la residenzialità così com’è (le RSA, ndr) fa precipitare da una condizione anche piccola ad una grande di non-autosufficienza” (…) “Devo dire che tutta la letteratura scientifica sulle RSA dimostra che esse riescono a cancellare tutto quello uno sa fare. L’esempio classico  è sull’incontinenza: tutti gli anziani delle RSA devono diventare incontinenti perché è molto più facile mettere il pannolone che andare a facilitare l’escrezione urinaria fisiologica di una persona anziana. Tutto ciò è terrificante perché fa regredire una persona adulta allo stato di un neonato: un colpo inferto alla sua dignità. Una persona incontinente accelera il processo di decadimento fisico e psichico in maniera enorme. ” (…) “(il successo del Centro Sociale) dipende dal fatto che ha agito nel rispetto dell’impostazione iniziale di riferimento: quella di stare attenti a quello che i residenti del Centro Sociale, non solo sapevano ancora fare, ma avrebbero di nuovo potuto fare. I residenti della struttura assumevano anche compiti di piccola responsabilità all’interno della struttura stessa, tipico di chi è residente di un posto, attento al suo accudimento, alla sua manutenzione e al suo buon funzionamento.  L’aver introdotto fin dall’inizio questa regola non scritta, contagiosa, è stato l’elemento grazie al quale il Centro Sociale ha prodotto ciò che ha prodotto”.

Saverio Fontanelli aveva perfettamente ragione citando la letteratura scientifica a proposito dei danni generalmente inflitti dalle RSA, prima alla dignità e poi alla salute degli ospiti.    

Scrive una delle più importanti riviste geriatriche: “Sebbene la sua portata non sia chiarita le forme minori e maggiori di depressione sono diffuse nella popolazione delle nursing home(equivalenti delle nostre RSA). Questa affermazione appare corretta alla luce dei fattori che entrano in gioco in queste strutture: l’inattività,  il declino nelle competenze funzionali (vedi incontinenza), la perdita di autonomia personale, l’inevitabile confronto con i processi della morte e del morire abituali nelle nursing home”[ii]

Un autorevole studio comparato richiesto da Bruxelles al professor Roberto Bernabei, a capo del dipartimento di Scienze gerontologiche, geriatriche e fisiatriche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, rivela che l'Italia delle RSA si distingue sul piano internazionale in una serie di cattive pratiche. Prima assoluta fra otto nazioni nell'utilizzo delle spondine dei letti e di cinghie che immobilizzano i pazienti al tronco come mezzi di contenzione. Siamo terzi invece dopo Repubblica Ceca e Olanda per quanto riguarda le piaghe da decubito. Nell'uso di psicofarmaci c'è chi ci va più pesante: Finlandia, Francia, Israele, ma secondi a quest'ultimo stato abbiamo i ricoverati meno coinvolti nelle attività sociali. Quanto ai depressi veniamo solo dopo gli olandesi. Siamo indietro nel trattamento del dolore e vantiamo fra gli internati più incontinenti d'Europa[iii]

Il terzo pensiero è più che altro un ragionamento di politica socio-sanitaria.  Il Centro Sociale è nato anche con un contributo finanziario della Regione Toscana, quindi in Regione sapevano, a partire dagli anni 70. quale innovazione si sviluppava a Lastra a Signa.  Una certa attività promozionale del Comune, con pubblicazioni e convegni, ha dato qualche visibilità esterna alla struttura: il libro degli ospiti, provenienti da varie regioni italiane e anche dall’estero, è pieno di apprezzamenti e ringraziamenti.  Il via vai delle delegazioni era, tra l’altro, molto utile perché stimolava i residenti a fare bella mostra dei vari locali e anche dei loro appartamenti.  Eppure nonostante tutto ciò l’esperienza del Centro Sociale non si è replicata in nessuna regione italiana. Colpisce in particolare l’assoluta rimozione del progetto praticata dalla Regione Toscana.  Altri erano, in Toscana e altrove,  evidentemente gli interessi. Erano quelli delle RSA e dei loro sponsor.  Un ricco business quello delle RSA che ha tenuto da parte le innovazioni che si sviluppavano in questo campo,  che ha limitato fortemente la crescita dell’assistenza domiciliare perché il grosso delle risorse dell’assistenza agli anziani erano indirizzate al pagamento delle rette delle RSA, e – cosa più grave – ha messo in secondo piano, producendo gravi danni, la dignità e la salute delle persone anziane.

A proposito di business, anche il Centro Sociale ha un budget annuale comunale (non paragonabile con quello delle RSA) per la gestione della struttura: le spese per il personale, il costo del riscaldamento, dell’illuminazione e della manutenzione ordinaria e straordinaria degli spazi comuni. Alla fine dell’anno il costo (annuo) a carico dell’Amministrazione Comunale, per residente (i residenti pagano per l’affitto mensile dell’appartamento da 40 a 200 euro  in relazione alla condizione economica e familiare, singolo o coppia), è di soli 5.000 euro.

Il disinteresse della Regione Toscana verso il Centro Sociale di Lastra a Signa è durato fino al recente 2008,  quando all’interno dell’Assessorato è stato deciso di rivalutare l’esperienza finanziando un complesso  progetto di ricerca che ha coinvolto Sanità Pubblica, Geriatria, Sociologia e  Statistica dell’Università di Firenze e la Fondazione Michelucci per gli aspetti architettonici e urbanistici.  L’obiettivo è quello di un’ampia valutazione dei risultati ottenuti dal punto di vista sanitario e sociale,  la rilevazione della situazione attuale dei residenti dal punto di vista sanitario e sociologico, l’analisi architettonica della struttura con ricerca di modelli analoghi a livello nazionale internazionale, le possibili indicazioni sulle prospettive future. 

Il progetto del Centro Sociale è stato inserito come “modello innovativo” nel nuovo Piano  Socio-Sanitario Integrato Toscano 2012-2015, con il testo che segue:

“………Per questo motivo Regione Toscana ha sostenuto l’avvio e consolidamento del Centro Sociale Residenziale di Lastra a Signa, un innovativo modello residenziale……..I fattori che rendono il Centro Sociale unico nel suo genere sono:

o Promozione e garanzia di libertà personale ed autonomia.

o Costi contenuti, permettendo la conduzione di una vita dignitosa.

o Elevati livelli di socializzazione e creazione di reti di solidarietà sia all’interno del centro che

verso la collettività esterna.

o Assenza di barriere architettonica.

o Ottima accessibilità ai servizi ed alla infrastrutture esterne.

La prospettiva è che il Centro Sociale possa assumere anche la connotazione di un centro di

studio, di ricerca e di formazione nell’ambito della qualità della vita degli anziani,

rappresentando un modello di riferimento e fornendo indicazioni provenienti da un’esperienza

concreta sviluppata in Toscana per praticare soluzioni assistenziali differenti, meno costose e

socialmente più gradite agli anziani.”

 

 


[i] Brani tratti  da un articolo in corso di pubblicazione

[ii] Giacomo Mazzoni, Ricerca sul Centro Sociale Residenziale (CSR) di Lastra a Signa, dalla Relazione conclusiva della ricerca, febbraio 2012

[iii] Abrams RC, Teresi JA, Butin DN., Depression in nursing home residents.Clin Geriatr Med. 1992 May;8(2):309-22.

[iv] Assessment of nursing home residents in Europe: the Services and Health for Elderly in Long TERm care (SHELTER) study. Graziano Onder1*, Iain Carpenter2, Harriet Finne-Soveri3, Jacob Gindin4, Dinnus Frijters5, Jean C Henrard6, Thorsten Nikolaus7, Eva Topinkova8, Matteo Tosato1, Rosa Liperoti1, Francesco Landi1, Roberto Bernabei1 and the SHELTER project, BMC Health Services Research2012, 12:5, vedi L’Espresso:  M. D'Amico. Rsa, viaggio nei "capolinea" dove l'Italia confina i suoi vecchi, 8 marzo 2012.