Dopo una esperienza ospedaliera quasi trentennale rivolta alla gestione del malato acuto e critico, ho iniziato a assistere  gli anziani “ospiti” di strutture residenziali affetti, per lo più , da malattie croniche stabilizzate. L’esperienza  maturata  nel periodo in cui gestivo  il pronto soccorso e  la terapia subintensiva,  mi aveva portato alla convinzione che i vecchi sono abili a reagire  agli eventi critici, ma occorre rispettare  alcune regole, come la tempestività e l’essenzialità. L’organismo di un vecchio non permette ritardi o incertezze, è come una vecchia auto,

  avevo scritto in una relazione  dal titolo ”L’anziano, un mondo in equilibrio tra grandi fragilità e risorse inaspettate” Per mantenerla inalterata nel tempo, bisogna rispettare i principi e le regole con cui è stata costruita e,  se improvvisamente ha un guasto,  bisogna fare subito l’intervento giusto che non può prescindere dalla conoscenza accurata del suo funzionamento globale.

Certo, il  passaggio dall’una all’altra attività non poteva definirsi lineare perché, di  differenze, tra pronto soccorso e casa di riposo, se ne contano parecchie: dal punto di vista dell’impatto, della relazione, delle attività, delle aspettative, delle speranze. Nell’urgenza le emozioni si consumano in pochi giorni, vige la logica del tutto o niente, del pianto o del sorriso, c’è poco spazio e tempo per altri sentimenti.  Nella cronicità   prevalgono rassegnazione,  rabbia, esasperazione  che proseguono, indefinitivamente, senza altri sbocchi,   fino alla morte. E con cronicità,  non intendo solo le malattie che non guariscono, ma anche e soprattutto la definitiva istituzionalizzazione del vecchio con inevitabile emarginazione dalla società. Perché, e questa è un’altra mia convinzione, la presenza di malattia fisica o psichica non impedisce di conservare  la voglia di vivere, allo stesso modo in cui la salute fisica o psichica,  non è una motivazione sufficiente per   rimanere in questo mondo e, tanto meno, per essere socialmente utili.

Da queste riflessioni, unite ad una buona dose di tenacia per l’incapacità a rassegnarmi a qualunque situazione di staticità, dalla casualità di essere diventata responsabile di una piccola casa di riposo  e di  trovarmi in totale sinergia con la direttrice e il CDA, dall’incontro, altrettanto casuale, con   l’antropologo Guerci con il quale condividevo un  grande amico, Antonio Terrizzi, che, purtroppo ha deciso di abbandonare la vita terrena all’età di solo 60 anni, è nata un’altra convinzione: le case di riposo, così come sono pensate e organizzate (almeno nella mia regione), a fronte di costi esorbitanti e non più  sostenibili, offrono risposte frammentarie e incomplete al mondo dei vecchi, sempre più variegato e superaffollato.

In Liguria poi, tra mare e monti, le soluzioni  organizzative per  i bisogni diversissimi  di pescatori e contadini, casalinghe e commercianti, indigeni o trapiantati, ricchi e poveri, sani e malati, motivati e non, sono  ulteriormente complicate  dalla  peculiarità del territorio e i problemi diventano, non di rado, insormontabili.

Come sostiene l’amico antropologo, è” […] indubbio che il problema prioritario riguarda l’organizzazione sociale e la messa in opera di politiche delle età che assicurino a tutte le generazioni delle condizioni d’esistenza degne e dei ruoli riconosciuti compatibili con le loro capacità e i loro bisogni, senza discriminazioni né esclusioni.

Nel contesto sociale attuale, ove il segmento anziano della popolazione conosce una rapida espansione e dove quattro generazioni coabitano sempre più abitualmente, la separazione tra le età della vita non sembra dipendere dalle necessità demografiche e ancora meno dal buon senso, essa  è piuttosto dovuta alla semplificazione analitica e assai futile delle logiche strategiche del marketing. La “dittatura del mercato”, articolata secondo dei fittizi bisogni generazionali distinti e stereotipati, è divenuta da strategia di mercato un succedaneo culturale. La visione della vita parcellizzata in nicchie generazionali ha trovato nei media dei partner formidabili che l’hanno diffusa senza difficoltà alcuna in una società in piena crisi identitaria […]”.

Come si può non condividere questa preoccupazione?

Non si tratta di criticare  l’una o l’altra forma di organizzazione sociale, né di aggiungere modelli innovativi che spaziano dalla riabilitazione motoria a quelli psicoattitudinali,  della comunicazione e dell’espressività,  offerti ( a costi elevati) da professionisti della materia,   ma di constatare come sia difficile oggi, aggrovigliati in una matassa di leggi, disposizioni, regole, protocolli e per di più con scarse risorse economiche,  cercare, ognuno per la proprio piccola realtà, quella sorta di equilibrio, tra ciò che era una volta e ciò che è adesso in modo da permettere la convivenza di giovani e anziani, ma soprattutto la conoscenza e la comprensione degli uni e degli altri,  senza le quali viene meno la solidarietà e ne deriva isolamento e emarginazione ( e non solo degli anziani).

Oggi dobbiamo contare tutto e fare i conti con tutto e tutti: bisogna certificare, regolamentare, omogeneizzare, omologare ecc. ecc.  E così anche le intenzioni più benevole  vengono sminuzzate in tanti piccoli frammenti  che, nel loro complesso, sono tutti egualmente utili, adeguati, opportuni, ma è come se si volesse costruire un puzzle di migliaia di pezzi  avendo perso il coperchio della scatola che riporta il disegno d’insieme.

I bisogni degli anziani nella loro globalità  sono talmente differenti,  da caso a caso, dipendendo dalla personalità di ognuno di essi, malato o no, disabile o no, autosufficiente o no, e dalla relazione con gli operatori che è pressoché impossibile identificare dei criteri generali di comportamento. 

All’anziano non interessa se compiliamo  accuratamente  il piano assistenziale individuale secondo la valutazione multidimensionali sancita dalle linee guida,  se annotiamo sul diario clinico le variazioni del peso corporeo, le evacuazioni, la temperatura  e nemmeno se garantiamo l’animazione e l’attività motoria  per le ore settimanali corrispondenti ai  parametri di riferimento istituzionali .

L’anziano  deve sentirsi  utile, considerato,  amato e rispettato per quello che è stato, che è, e potrà ancora essere e ha il diritto, che diventa il nostro dovere, di portare a  conclusione il suo arco di vita nel modo migliore possibile. L’arco della vita che,  come un arcobaleno, ha infiniti colori con infinite  sfaccettature,  diversi e indistinguibili al tempo stesso. Come un arcobaleno, solo apparentemente, inizia e finisce all’orizzonte.

E’ evidente quindi, che, se vogliamo uscire dal circolo vizioso, se vogliamo contenere la spesa economica  e, nel contempo, dare all’anziano quello di cui ha bisogno, secondo la  sua scala di valori  che spesso non corrisponde ai bisogni cosiddetti primari, occorre avvicinarsi al problema in modo diverso, pensare e costruire diversamente l’ambiente, puntare sull’educazione all’ambiente e al cambiamento delle proprie condizioni e abitudini di vita,  proporre animazione e “terapia” del tempo libero pensata individualmente.

In altre parole, occorre promuovere un cambiamento culturale che deve necessariamente coinvolgere tutto il personale, con la consapevolezza di dare inizio ad  un percorso, lungo e  impegnativo, che non può essere imposto, né schematizzato, né protocollato, dove non esiste ordine gerarchico.  Come è possibile protocollare il buon senso, il vissuto, la relazione, la percezione, la sensibilità, l’arte?

Occorre creare, per ogni realtà, un modello organizzativo proprio, che, facendo tesoro di quanto la vasta letteratura in materia ci insegna, sappia tradurre in termini applicativi queste informazioni e sappia adattarle al contesto ed alle esigenze individuali investendo soprattutto sulle risorse umane,  nel rispetto dei  diritti  e delle prerogative inalienabili della persona, declamati a gran voce da tutte le organizzazioni internazionali, ma, così difficili, da raggiungere nei fatti concreti.

Il cambiamento culturale può essere promosso solo con un lavoro continuo e  specifico che sappia convogliare le diversità culturali e formative di ogni operatore e accrescere l’istruzione e le competenze  individuali e di gruppo.

 

altE’ per questo che abbiamo iniziato a riflettere, insieme, ed è nato il  percorso formativo “ Arco della vita”, presentato nel 2010 per  gli operatori della “Fondazione Morando” e riproposto  nel 2011-2012  anche a personale esterno.  All’inaugurazione ha partecipato il Prof. Antonio Guerci,  con la lezione “ Antropologia e Salute”; alla conclusione del corso hanno partecipato Silvana Quadrino e Giorgio Bert, cofondatori di Slow Medicine, sul tema della medicina narrativa. Altri docenti sono stati Maria Grazia Sbarboro, educatrice, direttrice della Fondazione Morando e Stefano Bacciola, psicologo.

 

Nel percorso formativo, svolto con modalità interattive, sono stati posti in particolare rilievo gli aspetti psicologici, sociali e culturali, la responsabilizzazione,  il clima aziendale e il lavoro di gruppo, presupposti  fondamentali per offrire alla persona un approccio metodologico nuovo e antico allo stesso tempo, globale e individuale nello specifico, che può essere definito semplicemente ”antropologico”.

Perché l’ Antropologia, come sostiene il Prof. Guerci, più che  una disciplina che si colloca in  una posizione intermedia tra la biologia e le scienze umane, coniugata all’approccio sistemico, è una  attitudine nel pensiero.

Spesso interferenze di vario genere, tra le quali  il turnover del personale, la presenza di  operatori provenienti da altre realtà e culture, costringono  a dare priorità all’apprendimento delle mansioni rivolte ai bisogni primari ( igiene, alimentazione, farmaci) mettendo in secondo piano proprio gli aspetti relazionali e comunicativi che sono alla base di una assistenza geriatrica dignitosa.

L’ immagine culturale della vecchiaia, che ognuno di noi si costruisce in modo più o meno cosciente, condiziona i pensieri e le azioni che quotidianamente pratichiamo nei confronti degli anziani.

In questa ottica diventa  indispensabile  che chi si prende cura dell'anziano  acquisisca conoscenze  relative al contesto in cui deve operare, conoscenze che possano arricchire  le  competenze specifiche e  istituzionali di operatore socio sanitario, assistenziale, infermiere, medico, animatore, psicologo, fisioterapista e care-giver  di quel valore aggiunto che, seppur difficile da quantificare in termini misurabili,  è fondamentale per la tanta auspicata “umanizzazione”.

Lo staff di operatori potrà agire all’unisono come “educatore geriatrico” aiutando chi invecchia ad assumersi la responsabilità di “ Inventare la vecchiaia”  ( come dice Sergio Tramma) sia dal punto di vista individuale che collettivo “all’interno dei margini di pensiero e di azione consentiti ai soggetti individuali e collettivi, in un delimitato contesto sociale e culturale”.

Non si può  parlare “genericamente di anziani”, differenziati esclusivamente in base al punteggio AGED che, oltre a stabilire il minutaggio  dei bisogni assistenziali, secondo la scala di valori imposta dalla società, sancisce l’autorizzazione alla permanenza o meno all’interno delle residenze a seconda di rigidi  parametri strutturali e di personale, imposti dalla normativa.

Ci sono tante vecchiaie quanto gli individui.  La vecchiaia non si può banalizzare riducendo la sua  complessità a uno dei suoi molteplici aspetti … sistematizzarla  nel suo dispiegarsi … prevederla  nelle sue manifestazioni, bisogni e auspici”. ( “Inventare la vecchiaia” di Sergio Tramma)

Ancora una volta l’attitudine di pensiero antropologico ci può aiutare a trasformare il “tessutosociale” delle strutture per anziani in un “sinciziosociale”, in cui l’apparente disordine secondario alla fusione del citoplasma e alla locazione dei nuclei è in realtà espressione di una organizzazione sinergica altamente specializzata.

Altra nostra convinzione  è che la qualità funzionale ed estetica degli spazi, sia chiusi che aperti, abbia un ruolo determinante, non soltanto perché supporta lo sviluppo dei programmi terapeutici, ma perché richiama costantemente il valore e l’inviolabilità di ogni persona, riconoscendone  la  dignità, sia di chi ci abita , sia di chi se ne prende cura.

Una struttura per anziani deve proporsi come luogo di vita, in cui realizzare un progetto assistenziale, e deve essere in grado di dare all’ospite (termine improprio), meglio, a chi ci vive, e ai suoi familiari l’opportunità di godere di spazi aperti, dove il movimento è senza limiti e pericoli, e dove è possibile ripristinare un contatto con la natura.  E’ nata così l’idea del  giardino sensoriale, del condominio solidale, di locali attrezzati per incontri culturali, formativi ed educativi, progetti purtroppo non ancora concretizzati per intoppi legati al piano di bacino.

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Le  finalità che ci siamo proposti  sono  piuttosto ambiziose:

- promuovere la formazione di personale di assistenza geriatrica adeguata alle esigenze attuali

- migliorare l’ armonia di vita dei nostri vecchi e ridurre l’insorgenza di malessere psico fisico e di malattia

I risultati ?

Siamo solo al primo km della maratona “Arco della vita”, il percorso è lungo e faticoso,  non sappiamo quando ci sarà la prima tappa né se esisterà mai un traguardo, ma  …  siamo partiti .

La chiave di svolta?

Credere nelle risorse umane. Cambiare per migliorare.

Con queste mie riflessioni, come responsabile sanitario di strutture ho pensato 10 criteri per una  buona assistenza medica che ho postato sul faceboog nel gruppo "Slow Medicine Italia ".