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L’associazione ANOSS ha preso parte all’ultima edizione del “forum sulla non autosufficienza” dando il proprio contributo e sostegno a diversi interventi 

e proponendo, in particolare, due eventi del tutto innovativi per il nostro settore. Al mattino del 10 novembre ha realizzato un Talk Show con esperti della produzione dei servizi appartenenti sia al mondo del “Pubblico” sia del Privato e Privato sociale, mentre al pomeriggio ha presentato “La Squadra”, intervento formativo e pratico gestito con modalità diverse dal consueto.

Prima di tutto si deve sottolineare che si è trattato della presentazione di un compito svolto da una squadra vera. In realtà, per ragioni pratiche mancavano alcune professionalità, ma i presenti erano tutti operatori di uno stesso ente, abituati a lavorare insieme da diverso tempo. Insieme hanno presentato un caso pratico di PAI, per l’esattezza, anch’esso vero; cioè preso dalla realtà. Era un caso reale a cui semplicemente si è dato un nome convenzionale. L’idea che si è cercato di realizzare è sostanzialmente questa: parlare di PAI non è una cosa nuova ma non è inutile, parlarne in modo non cattedratico è forse la via per crescere insieme. Non è stato forse una grande novità nei contenuti, è vero, ma si è trattato di una forte provocazione e ha raggiunto l’obiettivo quanto a penetrazione e coinvolgimento. Se giudichiamo l’evento sotto il profilo formativo quindi, a suo modo, è stato un intervento valido e importante.

Il workshop del resto non si poneva tanto l’obiettivo di insegnare ma semmai quello di illustrare le difficoltà nella gestione di un gruppo di lavoro attraverso un esempio di vita concreta. Questo è l’elemento determinante della penetrazione nel pubblico perché entrava – alla pari – e si imponeva come parte nel vissuto dei presenti. E questo è ciò che ha assicurato il coinvolgimento. Una semplificata drammatizzazione di una prassi consueta e diffusa entra senza mediazione nella mente dei presenti, si impone per la sua semplicità e stana il pensiero nascosto e restio cosicché ognuno si senta chiamato a formulare un paragone tra ciò che vede e sente e ciò che abitualmente fa o pensa.

Al termine, visti i risultati di numero e i feedback ricevuti si possono giudicare positivamente due aspetti. Prima di tutto, appunto, la capacità di catturare l’attenzione per la naturalezza con cui un argomento di lavoro è stato reso alla portata di tutti con una sorta di rappresentazione che vedeva ogni operatore presente non uno spettatore ma un soggetto coinvolto nella scena. Sostanzialmente la platea è stata attratta dal fatto che “in cattedra” c’erano loro, quelli di una squadra che poteva anche essere la loro e quindi, appunto, c’erano loro.

Ciò che manca spesso è il coinvolgimento cioè la sensazione di un “qui e ora” che vede sia i relatori sia il pubblico membri di uno stesso processo. È troppo facile infatti, mentre un relatore o un docente parla, distrarsi e sentirsi trasportati verso altri lidi, verso il problema specifico che più ci assilla o verso un fatto personale. Con questo workshop abbiamo cercato di soddisfare l’esigenza di nuove forme comunicative più efficaci. Siamo certi, ormai che nel modo attuale pieno di comunicazioni forzate e spesso insignificanti sul piano culturale è necessario avere nuove strategie per far passare informazioni e concetti. L’idea di una drammatizzazione sia pur semplificata e improvvisata sembra cogliere nel segno. Del resto non è una novità che tutta la storia del teatro è storia di diffusione della cultura e di coinvolgimento nei processi evolutivi del pensiero e delle organizzazioni.

A ben guardare, però, questa iniziativa ha avuto anche un altro punto di forza dal punto di vista della sua efficacia formativa. Non è semplicemente stato un evento interessante sul piano emotivo perché penetrante come tecnica di espressione e coinvolgente per le caratteristiche di cui si è detto. È stato anche un potenziale invito ad attività future di confronto reale. Lo si è anche dichiarato, alla fine, ma al di là delle parole è intrinsecamente e per la sua stessa caratteristica uno strumento per introdurre una forma di benchmarking. Sembra abbastanza auspicabile un tale approccio anche nel mondo sociosanitario, infatti implementare processi di benchmarking porta a una consapevole revisione dei valori-obiettivo di prestazione da raggiungere e all’individuazione delle best practice da studiare e imitare. Sostanzialmente studiare i processi altrui per importarli in casa propria sapendo che non sempre l'imitazione è fattibile completamente. Ovviamente, infatti si deve tener conto che ogni cambiamento si scontra con le inerzie, i vincoli e la cultura della propria realtà aziendale, ma, intanto è importante conoscere, confrontare e per quanto possibile importare!

Perché dunque, il workshop “La squadra” ha una sua funzione strategica e formativa rispetto a questa pratica di sviluppo aziendale attraverso il confronto normalmente definita pratica di benchmarking?

Perché ha aperto una via semplice e naturale. Perché presentandosi senza formalità ha eliminato qualunque distanza col pubblico e ha creato dibattito, cosa molto apprezzata e non sempre ottenuta specie nelle performance convegnistiche. Ha creato anche attenzione e curiosità e, per dirla in breve, tutti quelli che hanno pensato:  “ma noi lo sappiamo già e, anzi, lavoriamo meglio!” bene, tutti questi sono dei potenziali interpreti di analoghe performance che a loro volta stimoleranno osservazioni contrastanti e/o di consenso da parte di altri potenziali interpreti e così via.

Alla fine si è parlato, un po’ scherzosamente per la verità, di fare un torneo nazionale del PAI. D’accordo, è un’idea un po’ strana e difficile da realizzare, ma se lo facessimo davvero? Quale migliore occasione per diffondere cultura utilizzando le differenze! A ben pensare bisognerebbe proprio farlo!

Così come bisognerebbe ripetere e sostenere ciò che in chiusura è stato offerto al pubblico. Già, perché alla fine di certo gli operatori presenti in sala sono proprio diventati il pubblico di un momento spettacolare. L’idea della drammatizzazione, in nuce nella presentazione del PAI, si è sviluppata e ha trovato la sua consacrazione nella performance finale di Irene Bruno e Letizia Espanoli (vedi video nella sezione media,N.d.R.)che, rivelando una insospettabile perizia scenica, hanno catturato non semplicemente l’attenzione ma anche la più profonda anima emotiva della gente interpretando due personaggi. La prima (Irene) ha portato sull’improvvisato palcoscenico tre figure drammatiche riferite al rapporto operatore - utente demente, operatore - utente incontinente e, da ultima, quella del parente che deve elaborare il senso di colpa per l’istituzionalizzazione della madre. La seconda (Letizia) ha invece sollevato gli animi dichiarando un sogno che si possa fare questo lavoro soffrendo di meno. Ha ricordato che i sogni hanno bisogno di coraggio e passione. E questa è la frase con cui si è chiuso il suo monologo: “… c’è una sola parola che conta: Vita! E ogni sera ci dobbiamo domandare quanto vita siamo riusciti a portare nella nostra vita e nella vita delle persone di cui ci siamo presi cura. Abbiamo un solo obbligo: essere persone felici!!”