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Questo libro è un manuale pensato non solo per gli operatori del welfare locale, assistenti sociali, educatori e altre professioni sociali, organismi del terzo settore, cittadinanza attiva, dirigenti e personale amministrativo,  politici e amministratori di enti locali, ma anche per i giornalisti,

 dato il loro ruolo di informatori sociali, sempre più rilevante nel presentare e commentare i fatti di cronaca di cui si occupano concretamente gli operatori del welfare.

Di questi personaggi si parla nel libro, cercando di far capire l’intreccio che esiste fra la vita delle persone in difficoltà con quella dei propri familiari, delle famiglie con i professionisti dell’aiuto sociale, di questi con i vertici politici e amministrativi e di tutti con i mass media.

Nella vita di ogni giorno lo scambio è personale, a volte collaborativo, altre volte conflittuale, indicatore di vicinanza o di distacco, in quanto ciascuno vede la realtà dal proprio punto di vista.

Nel libro tutti i punti di vista sono raccontati attraverso un dialogo fra 16 persone con ruoli differenti che vivono e lavorano in città diverse: il disoccupato, il pensionato, il lavoratore extracomunitario, lo studente volontario che opera in una struttura per senza dimora, la volontaria di un’associazione di auto-aiuto, il presidente di una cooperativa sociale, la sociologa, il tecnico informatico, l’impiegata amministrativa, l’assistente sociale a tempo determinato, l’assistente sociale di ruolo, l’assistente sociale dirigente di un ambito territoriale di servizi sociali, la dirigente dei servizi sociali di una città capoluogo di regione, l’assessore comunale non iscritto ad alcun partito, l’assessore comunale militante di un partito politico, il giornalista.

La comunicazione, data la distanza fisica,  avviene attraverso internet, ipotizzando che le persone inviino le loro mail ad un forum di discussione sul welfare italiano.

Il bisogno di parlare e di confrontarsi è grande, specie in questa fase caratterizzata dalla forte autonomia delle regioni e  dei comuni, per sapere come altrove vengono affrontate le difficoltà della vita, dall’inadeguatezza di reddito, alle difficoltà sociali, alla mancanza di autonomia personale oppure per far conoscere ad altri idee nuove e proprie esperienze positive.

 

Quali temi vengono trattati

 

I temi che vengono discussi fra i 16 personaggi sono quelli di cui si occupa il sistema di welfare in Italia: il disagio di vivere in solitudine in una società di cui non si capiscono più le coordinate, i tentativi di suicidio, la paura, la sofferenza di chi viene lasciato dal coniuge e dei figli minori di genitori che litigano o si separano, la violenza sulle donne e sui bambini, il disagio che deriva dal vivere in quartieri degradati, le difficoltà economiche, le persone senza dimora, il problema della casa, del lavoro, l’immigrazione, la dipendenza da sostanze stupefacenti e alcoliche, la carcerazione, la disabilità.

Ciascun argomento viene poi ripreso e approfondito, fornendo dati statistici e bibliografia e cercando di dare un quadro delle possibili soluzioni offerte dall’attuale sistema di welfare: dagli Uffici per le relazioni con il pubblico (URP), al Segretariato sociale e punti unici di accesso, al Pronto intervento sociale, al Servizio sociale professionale, agli interventi economici, alle altre prestazioni del sistema integrato di interventi e servizi sociali, concludendo con le prestazioni sociali del Ministero dell’Interno e del Ministero della giustizia.

Nella parte finale, il testo fornisce utili indicazioni per chi si appresta a programmare, organizzare e gestire nuovi servizi in risposta i bisogni delle persone che vivono in un dato territorio.

 

Come viene affrontato nel libro il tema dell’invecchiamento della popolazione

 

Nel libro, parlando delle difficoltà che le persone incontrano nel corso della loro vita, solo incidentalmente si fa riferimento all’età delle persone.

I problemi economici, la casa, la difficoltà di essere accettati in quanto diversi dalla maggioranza di un dato territorio per cittadinanza, razza, religione o altro, il disagio familiare, la dipendenza da droghe, alcolici, videogiochi, la carcerazione, la disabilità, sono infatti temi che tagliano trasversalmente le differenti età, riguardano indifferentemente  minori, adulti e anziani e raramente sono specifici di una particolare fase della vita.

Tuttavia, il libro non poteva non riflettere sui dati demografici, che parlano di costante aumento degli anziani sul totale della popolazione. I dati Istat relativi ai 60.340.328 residenti in Italia al 1° gennaio 2011 ci dicono, infatti, che i minori di età 0-14 sono il 14%, le persone di età 15-64 sono il 65,7%, mentre gli anziani di anni 65 e oltre sono il 20,2% e dal confronto con i dati degli ultimi anni fanno prevedere chiaramente un costante progressivo aumento percentuale delle persone anziane sul totale della popolazione. Nel 2001, i cosiddetti “grandi vecchi” erano 1 milione 234 mila, pari al 2,2% del totale. Oggi, sono 1 milione 675 mila, pari al 2,8% del totale. La stima delle persone ultracentenarie si è addirittura triplicata dal 2001 al 2011, da circa 5 mila 400 individui a oltre 16 mila.

Ecco, quindi, che tra i personaggi che vengono presentati nella prima parte troviamo Mario, un anziano di 70 anni che così si esprime:

“Da poco ho imparato ad usare il computer. Navigando in internet ho scoperto questo sito e desidero anch'io raccontarvi la mia storia, per condividere con voi i miei problemi e magari avere dei consigli. Ho lavorato sodo tutta la vita e sono riuscito ad acquistare l'appartamento nel quale vivo. Ho cercato di educare i miei figli al rispetto delle regole. Ora che sono anziano e potrei godermi il meritato riposo della pensione, mi ritrovo insicuro: mia moglie Anna non sta bene, lascia aperto il gas, non ricorda le cose importanti e a volte mi aggredisce. Mi dicono che ha l'Alzheimer e che ha bisogno di costante vigilanza. Un po' mi aiuta mia figlia, ma anche lei ha le sue preoccupazioni. Poi non mi sento più sicuro. Ho paura dei ladri, perché leggo sui giornali e ascolto alla televisione che rubano nelle case degli anziani, tossicodipendenti, ma anche ex carcerati usciti con l'indulto... Ogni tanto ne parlo con il vigile di quartiere, che cerca di rassicurarmi e mi ha fornito molti numeri di telefono utili in caso di emergenza. Tutto è cambiato. Quand'ero piccolo vivevo in campagna, i miei erano contadini. Vivevamo una povertà dignitosa,  il cappotto durava anni, ma nessuno moriva di fame, ci si aiutava. In paese eravamo come una grande famiglia. Mi ricordo le processioni, le sagre, la festa del patrono, i pellegrinaggi. Poi ho imparato un mestiere e sono venuto in città. Vivo qui da trent'anni, ma ora sono come perso: le famiglie che abitavano vicino a noi non ci sono più, alcuni sono morti altri si sono trasferiti, altri sono in casa di riposo e al loro posto sono arrivati stranieri o persone provenienti da altre città, con le quali non ho nulla in comune. L'unica famiglia italiana vicina è una coppia giovane, ma litigano sempre, sono sposati da solo due anni e già parlano di separazione e divorzio.”…

“Gli immigrati che vedo per strada chiedere l’elemosina mi ricordano la mia  infanzia, quando si mangiava carne solo alla domenica, perché i soldi erano pochi; ma penso anche alle loro difficoltà di inserimento, come è capitato a me quando ho lasciato il paese di campagna per venire in città a lavorare; non conoscevo nessuno e alla sera non avevo nessuno con cui parlare. Ora che sono vecchio non ho problemi economici, ma devo fare i conti con altri problemi, soprattutto con la malattia di mia moglie.”

 

Questo brano ci fa capire quali e quanti cambiamenti sociali siano avvenuti in Italia nel corso degli ultimi 60 anni. La società italiana del 1950 era ancora una società tradizionale, caratterizzata dalla presenza di molti bambini e adulti e pochi anziani. La maggior parte dei problemi veniva affrontata e risolta all’interno della famiglia. Con la paga del lavoro di un adulto e la pensione del nonno si contribuiva al mantenimento di tutta la famiglia, anche di figli che magari erano disoccupati. Le famiglie erano molto grandi, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano tanti fratelli e sorelle, zii e cugini e il reddito che arrivava a qualcuno in famiglia veniva gestito per sanare situazioni di difficoltà di qualcun altro per l’inserimento nel mercato del lavoro.

Nella società moderna e postmoderna attuale, le famiglie sono sempre più piccole e frammentate ed essendo più piccole svolgono meno funzioni rispetto al passato. Oggi è molto difficile affrontare i problemi all’interno della famiglia, ridistribuire il reddito da chi lavora a chi non lavora,  da chi ha una pensione al giovane in cerca di lavoro; come pure prestare assistenza al componente più fragile della famiglia, come può essere un anziano affetto da alzheimer.

Oltre a questi aspetti socio-economici, il racconto mette in evidenza i cambiamenti psicologici di chi invecchia, che deve fare i conti con eventi esistenziali quali la morte dei propri genitori, del coniuge, di un parente, di qualche amico; le malattie proprie o di qualche persona cara, che impediscono di muoversi e riducono i propri abituali piaceri della vita; il trasferimento in altra abitazione da parte dei figli, le cui vicissitudini familiari ed economiche possono creare ansia e preoccupazione. Tutto questo porta, generalmente, gli anziani ad abbandonarsi ai ricordi, a pensare con nostalgia sempre più forte ai momenti più belli della propria vita, a vedere il passato sotto una luce positiva mentre il presente e ancor più il futuro sono intravisti come fonte di ansia e insicurezza, carichi di ombre inquietanti. Per ragioni biologiche l’anziano si muove e pensa lentamente e questo, da un lato, gli consente di apprezzare più intensamente, rispetto a quando era sempre in movimento, le bellezze della natura, come il tramonto del sole, le cime innevate, il fruscio del mare, il verde della campagna, il profumo e la forma dei fiori che coltiva, ma dall’altro lo rende meno veloce ad apprendere cose nuove e la sua creatività, salvo eccezioni, si riduce fortemente. Di conseguenza, è poco disponibile alle innovazioni, come ad esempio ad imparare nuove lingue,  usare il computer e navigare in internet  e rimane legato alla propria passata esperienza e alle proprie convinzioni personali. Non avendo più nuovi obiettivi da raggiungere, vive senza aspirazioni, alla giornata, diventando sempre più egocentrico, a volte comportandosi da bambino, irritabile e capriccioso.

Questi tratti trovano nella realtà molte eccezioni e, quindi, vanno considerati alla stregua di uno stereotipo, da verificare concretamente, avendo presenti i diversi modi di vivere la vecchiaia da parte degli uomini rispetto alle donne, delle persone con reddito elevato da quelle che vivono di pensioni modeste, dei coniugati rispetto a chi è rimasto solo, degli artisti e intellettuali rispetto a chi svolge lavori manuali monotoni o pesanti, di chi vive in città rispetto a chi vive in campagna o in uno sperduto paese di montagna. Va, inoltre, considerato quanto possano incidere fattori quali il livello di istruzione, i precedenti interessi culturali e sociali, le relazioni affettive e il contesto abitativo e sociale in cui l’anziano vive.

Ci sono persone che hanno superato gli 80 anni, in buone condizioni di salute, che praticano ancora qualche attività sportiva, svolgono ruoli istituzionali (presidenti di associazioni ed enti, assessori, ecc.), sono impegnati in attività di accompagnamento di nipoti a scuola o prendono parte attiva ad organizzazioni religiose o di volontariato.

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Il 6 dicembre 2010, al Centro per l'Anziano di Trieste, Aldo Colombini ha festeggiato 103 anni, brindando davanti a una gigantesca torta, circondato dall’affetto degli operatori della struttura, dei dirigenti dell'Area Promozione e Protezione Sociale e degli altri ospiti. Nato a Trieste il 5 dicembre del 1907, quando è mancata la moglie (2001) ha preferito non vivere in solitudine ed è stato accolto nella struttura comunale. È totalmente autosufficiente e quotidianamente prende l’autobus per incontrarsi con la figlia in città e bere assieme un caffè. Fonte: “Il Piccolo” 10.12.2011. (Foto Maggian).

 

 

 

Va preso atto, pertanto, che le persone anziane non costituiscono un gruppo omogeneo dal punto di vista psicologico e sociologico e bisogna abituarsi a considerare la vecchiaia come un’esperienza del tutto personale, individualizzata che, pur essendo certamente il risultato di fenomeni di deterioramento biologico comuni alla media delle persone, è conseguenza dell’accumularsi di tutti quei particolari traumi fisici e psicologici che contrassegnano l’esistenza di ogni essere vivente in modo diverso dagli altri.

E’ comunque riconosciuto da tutti che i primi veri segni di invecchiamento psicologico cominciano con il pensionamento, cioè con la cessazione dell’attività lavorativa e produttiva. Se il lavoratore che va in pensione per raggiunti limiti di età, non ha la possibilità di essere “diversamente occupato”, rimane privo di ruolo e, a fronte della classica domanda “Lei, che lavoro fa?”, è costretto a rispondere “Pensionato”, termine privo di qualsiasi connotato valorizzante, che relega la persona in una posizione marginale della società, difficile da accettare.

Una situazione, questa,  che non veniva sperimentata nelle società attività agricole e artigianali del passato, in quanto in quei contesti si continuava a lavorare finché si aveva la forza, spesso con l'assistenza dei figli. Va ricordato, peraltro, che in quel tempo le persone non vivevano a lungo come oggi.

Il diritto al pensionamento e la facoltà/obbligo della cessazione dei rapporti di lavoro oltre una certa soglia di età, costituiscono una grande conquista dei lavoratori, avvenuta nel corso del novecento in quelli che vengono definiti “Stati sociali” o “Welfare State”  e rappresenta nell’immaginario collettivo il diritto  al meritato riposo dopo una vita dedicata al lavoro vissuto come faticoso.

Con la perdita del lavoro, l’individuo spesso perde i rapporti con i colleghi, cambia abitudini acquisite nel corso di anni e si ritrova ad avere molto tempo libero,  inizialmente vissuto come spazio di libertà  tanto atteso, che poi gradualmente viene percepito come spazio vuoto, nel quale le conoscenze, le abilità, l’esperienza  di una vita non hanno più alcuna rilevanza.

Insomma,  per il pensionato si tratta di reinventarsi la vita, dovendo però fare i conti con la limitatezza di mezzi economici a disposizione, avendo, mediamente, un reddito inferiore a quando svolgeva un’attività lavorativa.

 

Quali soluzioni sono offerte agli anziani in difficoltà dall’attuale sistema di welfare

 

Possiamo farci un’idea della possibili soluzioni, seguendo l’esperienza di Mario, di cui si riportano altri suoi racconti:

“Penso che programmare sia un’azione che facciamo tutti, nel momento in cui decidiamo a quale obiettivo dare priorità. Per quanto mi riguarda, fra i tanti problemi che mi assillano e mi rendono fragile e insicuro, penso sia prioritario affrontare la situazione di mia moglie, affetta dal morbo di Alzheimer. Da solo non ce la faccio e neanche l’aiuto di mia figlia è sufficiente. Ne parlerò con il medico di famiglia:  lui certamente mi saprà dare dei buoni consigli sul da farsi.”…

“Navigando in internet alla ricerca di soluzioni per l’Alzheimer di mia moglie,  ho notato che l’azienda sanitaria cambia di nome da una città all’altra e così pure la sigla con cui viene chiamata per comodità: azienda per i servizi sanitari (ASS), azienda unità sanitaria locale (AUSL), ecc. Ho trovato ciò che cercavo: nel mio distretto sanitario di questo problema si occupa l’unità operativa anziani. Ho appuntamento con l’assistente sociale la prossima settimana.”…

“Vi informo  che ho preso contatto con l’assistente sociale del distretto, alla quale ho raccontato tante cose della mia famiglia. Mi ha detto che per avere un aiuto devo anzitutto procurarmi l’ISEE. Mi ha spiegato che significa “indicatore della situazione economica equivalente” e viene calcolato dai CAF, centri di assistenza fiscale, portando i certificati attestanti i redditi della famiglia, i depositi bancari  e altri documenti inerenti l’abitazione. Ho dovuto farmi spiegare più volte queste sigle, perché finora non ne avevo mai sentito parlare, non avendo mai avuto bisogno di assistenza.”…

“L’assistente sociale del distretto è venuta in visita domiciliare con il medico di famiglia. Ha voluto che fosse presente anche mia figlia. Alla fine è stato concordato un piano assistenziale che prevede la presenza a turno di tre persone, io, mia figlia e una “badante”, con il controllo del medico. Periodicamente l’assistente sociale si è impegnata a fare una valutazione dell’andamento del piano assistenziale e questo mi ha sollevato dal senso di oppressione e di ansia in cui mi trovavo.”...

“ L’assistente sociale del distretto mi ha fatto firmare un modulo per l’autorizzazione a trattare i dati della famiglia, come previsto dalla legge sulla privacy. Mi ha detto che verranno memorizzati nella banca dati informatica dell’azienda sanitaria e utilizzati solo per l’assistenza di cui mia moglie ha bisogno. Ho dato il mio assenso, perché mi fido di loro.”…

“La formula che abbiamo trovato per l’assistenza a mia moglie funziona. Nei momenti di crisi so che posso, inoltre, portarla in un apposito centro diurno gestito da una cooperativa, dove anch’io posso andare a giocare a carte con altri anziani. A volte organizzano anche gite con un pullmino e tutto questo per me è una boccata di ossigeno.”

La storia di Mario e di sua moglie fa riflettere sull’importanza del lavoro di rete e di concetti come il welfare mix. 

In genere, l’assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia, o meglio, sulle  figlie adulte e, solo, in minima parte sui servizi sociali. Alcuni fanno ricorso al mercato privato dell’assistenza, pagando assistenti familiari, per lo più donne immigrate, le c.d. “badanti”,  complessivamente stimate nel 2010 in 700mila,  per l’assistenza agli anziani non autosufficienti. Altri fanno ricorso alle strutture residenziali.

Più che una scelta, in certe realtà del Paese, la soluzione “parenti”, “badanti” o “casa di riposo” è spesso condizionata dalla mancanza di alternative messe a disposizione da parte dell’ente locale. Laddove le politiche sociali regionali e locali si sono poste obiettivi di mantenimento delle persone anziane nel proprio domicilio, in alternativa al ricovero in strutture residenziali, le famiglie sanno di poter contare su una rete di servizi pubblici e privati di assistenza sanitaria sociosanitaria e sociale domiciliare e, in questo caso si, le famiglie possono realmente scegliere la soluzione migliore.

 

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Raffaello Maggian

Guida al welfare italiano: dalla pianificazione sociale alla gestione dei servizi.

Manuale per gli operatori del welfare locale

Maggioli editore, Santarcangelo di Romagna (RN), 2011