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Nell’estate dell’anno 2003, durante una vacanza, ho seguito un corso di scrittura creativa;

  è stato interessante, emozionante e divertente trovarsi ogni sera intorno a un brano, lavorarci e infine scriverne uno nostro da condividere con gli altri partecipanti. Avevo sempre scritto per passione.

Lavoravo come infermiera professionale in casa di riposo, o R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistenziale) così, durante il viaggio di ritorno, l’insegnante mi ha suggerito di scrivere sulle cose che vi accadevano. Da quel suggerimento, ha avuto inizio il libro.

Piccoli e grandi episodi, curiosità, dialoghi con protagonisti gli anziani, mi affollavano la mente e si stavano accumulando, dato che ogni giorno di lavoro ne accadevano di nuovi. I vecchi mi facevano tenerezza nel loro vivere insieme, tolti dal loro ambiente, privati in parte della loro personalità, del potere di decidere della propria vita… Amavo ascoltarli e parlare con loro, ma questo, dal punto di vista organizzativo, non era considerato vero lavoro. Lavoro era occuparsi del loro vecchio corpo e delle sue malattie. Parevano le loro, vite da tenere nascoste; un po’ dimenticate.

Avevo cinquant’anni quando ho ripreso a fare l’infermiera, lavoro che avevo interrotto in seguito a un trasferimento e a motivi familiari. Per meglio prendermi cura di mia figlia, che crescevo da sola, ero stata per molti anni, dipendente di una pubblica amministrazione, con orari regolari.

Le motivazioni che mi avevano spinta al cambiamento erano forti e guardavo le situazioni che mi si presentavano con occhi diversi. Esperienze personali, ipersensibilità, età matura e una visione della vita che metteva al centro la relazione, ritenendola atto di cura quando rispettosa dei bisogni e non priva di empatia, mi rendevano difficile, se non impossibile, omologarmi agli ambienti di lavoro e a modi d’agire che non mi appartenevano. Lavoravo quindi con rispetto verso i colleghi e nel rispetto dei protocolli ma, al contempo, ero motivata a proseguire nel mio percorso di vita e ad esprimermi per come ero.

Cose che in me destavano meraviglia, allegria, perplessità, angoscia… parevano lasciare indifferenti operatrici che da anni si prendevano cura dei vecchi. Voler essere attenta alle emozioni, stabilire un contatto anche fisico che non fosse strettamente necessario, dialogare, erano considerati (con qualche eccezione) vizi che davo, perdite di tempo o non erano compresi. Era davvero difficile occuparsi in modo olistico dei vecchi.

Ciò che più importava nelle strutture erano l’organizzazione e gli orari da rispettare; era che gli anziani se ne stessero fermi e tranquilli, anche solo apparentemente. A meno che fossero gli operatori a decidere cose che dovevano fare.

Lavoravo come libera professionista, per poter dare una disponibilità limitata di ore mensili, e avere il tempo per altri interessi.

Quando ho iniziato a scrivere, avevo da poco cambiato struttura; questo mi permetteva di verificare come le differenze rispetto la precedente, sia pur piccole, influissero sulla vita degli anziani e sul nostro lavoro. Riguardo alla relazione sentivo la mancanza dei vecchi conosciuti nella precedente R.S.A., nella quale la collaborazione con le assistenti durante i pasti e l’igiene, faceva sì che vi fossero più occasioni di conoscerli. Questo tipo di organizzazione era possibile perchè gli interventi tecnico-infermieristici erano limitati.

Lasciare gli anziani di questa struttura mi aveva creata una piccola lacerazione, un rimpianto. Mi pareva di averli traditi, anche perchè lo avevo detto solo ad alcuni; per gli altri, un bigliettino affettuoso lasciato in bacheca.

Ho iniziato scrivendo il “ritratto” di una persona che mi stava particolarmente a cuore. L’esperienza, emotivamente liberatoria, è proseguita man mano che altri vecchi e ricordi, salivano spontanei dal cuore alla mente o viceversa. Desideravo non andassero perduti.

Scrivevo anche per desiderio di dare voce a chi voce non aveva.Volevo che i “miei” vecchi continuassero a vivere perchè unici, e capaci d’amare chi si prendeva cura di loro con affetto.

Non era ancora nelle mie intenzioni, scrivere un libro.

Dopo un altro cambiamento di struttura, m’ero dovuta fermare di fronte alle difficoltà incontrate tentando di prendermi cura dei vecchi “a modo mio”; stavo male e mi rendevo conto di chieder troppo a me stessa.

Avevo ora tempo di riprendere a scrivere e, facendo ricerche, non trovavo pubblicazioni riguardo le strutture per anziani, a parte libri che trattavano di cure e varie patologie.

La vecchiaia, il fine vita, e i luoghi dove spesso si svolgeva questo percorso parevano rimossi.

Come non esistessero. Pur sapendo bene dove si trovavano le case di riposo e la loro funzione, pareva fosse più comodo dimenticarsene, sperando forse di non averci a che fare mai.

Pensavo che l’argomento fosse importante, anche perchè riguardava un gran numero di persone.

Da qui l’idea di informare con semplicità riguardo la vita quotidiana nelle strutture, spaziando dai punti di riferimento, il salone, il carattere dell’anziano, i rumori e le grida, l’igiene e i pannoloni, l’autonomia, la sessualità… Passando a scrivere del personale delle strutture, (riguardo gli infermieri mi sono dilungata per farli conoscere meglio) … l’alimentazione naturale e artificiale, le piaghe, la sedazione, il dolore, le demenze, la morte… Per terminare scrivendo di feste e animazione, relazione, familiari… Infine abbozzare una struttura “ideale” e trarre qualche conclusione.

Le pagine dedicate ai miei “vecchietti” (come li chiamavo) sono state inserite non senza difficoltà, in un opera che li vedesse protagonisti e nel contempo descrivesse il dipanarsi delle giornate nelle RSA. I ritratti degli anziani (circa quaranta) sono piuttosto brevi e sintetici, puntando sul particolare che si vuole mettere in luce, sull’emozione suscitata, sul tratto del carattere, sulla relazione.

Ed ecco Maria, che è cieca e continua a chieder l’ora… l’inseparabile borsa tra le mani, Margherita che, uscendo, cade e si fa male, tanto da non riveder più la sua casa. Clementina, triste e rassegnata, Aurelia con la sua affettuosa positività… la Iride che urla, il signor Ranieri con le sue patologie e continui bisogni, Erminia con la sua simpatia e la determinazione a non volere il sondino nasogastrico, Ignazio, in stato vegetativo, Anna che ha l’Alzheimer, Franca con le sue paure, Teresa, che si avvia a morire serenamente, Beatrice, che vorrebbe andare in Paradiso ma, pensa, siamo noi che decidiamo, Marisa che, uscendo dalla sua riservatezza, vuole anch’essa essere interrogata sulle cose della propria vita…

Da qui scrivere è divenuto più impegnativo; decidere gli argomenti e la successione dei vari capitoli, riuscire a inserirele persone a seconda delle particolarità, entro quello adatto, cambiare loro nome e altri particolari che potevano renderle riconoscibili, rendere comprensibili azioni tecniche proprie del mio lavoro…

Consapevole di trattare argomenti che, se non nel presente, potrebbero riguardarci tutti in futuro. Si tratti dei nostri cari o di noi stessi. Con il timore di poter suscitare ripensamenti o sensi di colpa in alcuni, riguardo scelte fatte in passato o nel presente, di ricoverare un familiare. Scelta che a volte è inevitabile. E non è detto sia sbagliata.

Affrontando argomenti particolarmente scomodi come l’accanimento terapeutico praticato sugli anziani, e mettendo in discussione scelte gestionali che puntano a prediligere l’ambiente, che dev’essere bello se non lussuoso, a tutti i costi (anche economici), risparmiando sulla forza-lavoro. Ma la qualità delle cure deriva soprattutto dall’attenzione al personale che dovrebbe essere adeguato per numero (anche in caso di assenze), e preparazione.

Ero e lo sono ancora, convinta che, visti anche gli importi delle rette mensili pagate, agli utenti si dovesse consentire di esprimersi riguardo questi ed altri aspetti etici del processo di cura, confrontarsi e, nel caso, dissentire da scelte fatte da altri.

A questo punto avevo un potenziale libro tra le mani.

Ho quindi iniziato la ricerca di un editore, che avrei presto trovato, fossi stata disposta a comperare un certo numero di copie per una determinata cifra. Questo non mi convinceva; pensavo che se il libro valeva, l’editore si sarebbe assunto qualche rischio, altrimenti pazienza. Non ero smaniosa di pubblicare. In rete avevo trovato conferme al mio pensiero. Insieme al consiglio di proporre un lavoro più possibile corretto e rivisto.

Avevo proposto il manoscritto a molti editori, tra questi uno si era interessato, l’aveva letto e consigliate modifiche, prospettandomi una pubblicazione non a pagamento. Così avevo riscritto, aggiunto e modificato parzialmente una prima, una seconda e un'altra volta. Senza raggiungere il risultato sperato.

Scoraggiata, delusa e arrabbiata, mi trovavo con quattro stesure; troppe per trarne una sintesi. Avevo accantonato fogli e motivazione.

Mi tormentava però il pensiero dei pomeriggi interi trascorsi al computer, il lavoro di mesi, di anni, di tante ore che mi parevano buttate. Scrivere richiede molto tempo e, lavorando, il tempo doveva esser ritagliato, sottratto ad altro. Svago compreso.

Non so bene come, sono arrivata alla determinazione di terminarlo. E alla decisione che avrei fatto il lavoro come mi piaceva, come sentivo, senza ascoltar suggerimenti vaghi.

E’ stato impegnativo. L’ho costruito dai vari fogli tagliando, aggiungendo, limando il superfluo per l’armonioso.

Tecnicamente il libro si compone di premessa, diciannove capitoli e conclusione. Per un totale di 227 pagine.

All’inizio di ciascun capitolo è inserita una frase (scelta con cura) che lo introduce.

Di nuovo la ricerca dell’editore (ve ne sono un infinità) che, dopo altri contatti, finalmente ho trovato, “sentendo” che poteva essere quello giusto. Non mi sbagliavo.

Alcuni mesi e la mia creatura è nata. Era la notte di Natale quando mi è ritornata, impaginata.

A febbraio di quest’anno il libro è uscito nelle librerie. Qualche tempo prima l’ho avuto tra le mani. Come il concretizzarsi di un sogno. Ho compreso che i sogni vanno accompagnati con determinazione e fiducia perchè si realizzino.

Arrivano richieste di contatti per confronti e opinioni, oltre a riscontri positivi di persone conosciute e sconosciute che lo hanno letto, e questo mi riempie di gioia perchè pubblicare è un successo, ma rendersi conto di essere utili è molto di più.

 

Il libro si rivolge a persone anziane e non solo, perché un buon invecchiamento è anche il risultato di uno stile di vita che comprende autenticità di rapporti, espressione dei propri potenziali e fedeltà a scelte e ideali. Onde evitare di trovarsi in età matura alle prese con rimpianti e rimorsi dai quali è difficile sfuggire, qualora non fosse possibile porvi rimedio.

Si rivolge ai vecchi che già si trovano nelle case di riposo, ai loro familiari, al personale, ai volontari.

Può dare indicazioni a chi si trova a dover decidere un eventuale ricovero per sé o per un congiunto; a scegliere tra cure parentali e “badante”.

Informa riguardo situazioni, nelle quali tutti potremmo trovarci un giorno impreparati e impotenti, senza  neppure immaginare che esse esistano.

Può fornire spunti, anche critici, a chi si occupa di anziani e a chi potrebbe doverlo fare per affetto, necessità, o per lavoro.  

Non ultimo, si offrono suggerimenti per possibili cambiamenti che si potrebbero attuare riguardo al prendersi cura dei vecchi, fuori e dentro le strutture.  

Che accadrà quando, anche a causa della crisi economica, le pensioni diminuiranno? Quando i soldi pubblici non potranno più colmare in parte le rette non coperte dalle pensioni? In un paese come l’Italia, nel quale gli anziani sono in numero particolarmente elevato, sono domande da porsi e bisogna anche chiedersi come mai sono argomenti dei quali si parla poco o niente.

Infine il libro può indurre a riflettere sul trascorrere del tempo, l’invecchiare, il vivere e il morire.

Nella consapevolezza che ciascun individuo è unico e irripetibile, che ogni vita vale e ha un proprio significato, che ciascuna persona dovrebbe avere la possibilità e il diritto di invecchiare con dignità ed essere curata con rispetto. Questo è possibile se si conosce e si agisce perchè questo avvenga.

Il termine della nostra vita terrena, credo sia un momento importante si sia o meno credenti. E va accompagnato da gesti appropriati, da poche e autentiche parole, da un ambiente nel quale il vecchio si senta riconosciuto e a cui si riconosca appartenere.

Che resti una traccia, un commiato, una foto, una parola… anche questo è importante.

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