Il 6 luglio 2011 il Tribunale di Sassari, su richiesta del Pubblico Ministero, con tempestiva comunicazione telefonica ai familiari, provvedeva a sequestrare,

previo sgombro coatto degli inquilini, un appartamento di civile abitazione, in cui vivevano 4 persone con disabilità mentale ( psichica o psichiatrica), sul presupposto che trattavasi di una irregolare residenza assistita, gestita da una cooperativa assistenziale priva dei requisiti e della prescritta autorizzazione sanitaria , di cui all’art 40 l.r. Sardegna n. 23/05 e l.r..n. 10/06, per seguire persone con questa tipologia di disabilità. Gli inquilini dell’abitazione venivano immediatamente trasferiti coattivamente presso una residenza sanitaria assistita funzionante presso un ex padiglione dell’abolito manicomio di Sassari in fase di definitiva, anche se tardiva, chiusura.

L’appartamento ospitava da quasi un anno le persone e nessun intervento era mai stato effettuato dalle forze dell’ordine; il sequestro dello stesso e lo sgombero coatto degli inquilini era stato provocato, come leggesi nelle Premesse dello stesso Decreto del tribunale, da un tentativo di suicidio di uno degli ospiti. Il testo del decreto può leggersi sul sito http://comitatoacasamia.blogspot.com/p/comitato.html, dove si trovano pure altri documenti, fra cui la lettera di un familiare al medico curante del fratello per chiedere come ristabilire la serenità che il fratello aveva conquistato durante il soggiorno nell’appartamento, serenità ormai gravemente compromessa dall’improvvisa iniziativa della Magistratura. Infatti la nuova collocazione abitativa degli “sfrattati” era in una specie di “residuo manicomiale” assieme ad altri con grave disabilità mentale, non sufficientemente assistiti ; tale situazione aveva gravemente alterato lo stato di equilibrio raggiunto dal fratello e, si deve supporre, anche degli altri ex inquilini dell’appartamento sequestrato come corpo del reato di esercizio abusivo di residenza assistita non autorizzata.

 

LE CRITICHE

Immediatamente si è innescato un forte contenzioso nell’opinione pubblica sarda e nazionale circa la correttezza e l’opportunità dell’intervento.

I familiari- che hanno immediatamente aperto il sito sopraccitato e hanno costituito un apposito comitato al quale hanno aderito numerose associazioni nazionali e locali di tutela dei diritti delle persone con disabilità- hanno duramente criticato la tempestività e la violenza psicologica dell’intervento, dimostrando che l’appartamento non era stato preso in locazione dalla cooperativa, ma dalle stesse persone con disabilità, tramite i rispettivi amministratori di sostegno con il pieno consenso degli stessi parenti; pertanto sarebbe inesistente il presupposto della gestione irregolare da parte della cooperativa di una residenza assistita abusiva. I familiari inoltre sostengono che trattasi invece di una sperimentazione di “convivenza assistita” che si svolgeva col consenso dei medici del locale Centro di Salute mentale dell’ASL. In vero, da informazioni più precise che ho avute dall’UNASAM, Unione tra le Associazioni di salute mentale, è verissimo che l’appartamento era stato preso in locazione dagli stessi inquilini e non dalla cooperativa che si limitava a prestare assistenza secondo le indicazioni dei familiari e degli Amministratori di sostegno; però non esiste un accordo formale con il locale Centro di Salute mentale dell’ASL, i cui medici visitavano privatamente i propri clienti presso l’appartamento. Certo non si comprende come mai, anche se si fosse stati in presenza di una residenza abusiva, l’intervento di sgombero sia stato così tempestivo, senza un preventivo accordo con i familiari e l’autorità sanitaria che è stata informata la stessa mattina dello sgombero, senza così avere la possibilità di preparare psicologicamente gli inquilini del cambiamento di dimora e di accompagnarli in modo debito alla nuova abitazione; cose tutte queste che, per persone con tanta fragilità psicologica, avrebbero dovuto essere prese nella dovuta considerazione, tanto più che l’eventuale “corpo del reato” non avrebbe potuto essere alterato nè giuridicamente nè di fatto.

In vero una situazione simile si era determinata alcuni mesi fa in Calabria dove l’autorità giudiziaria aveva finalmente chiuso un istituto speciale per persone con disabilità a Serra d’Aiello, dove erano ammassati in modo incivile oltre 300 assistiti. Doveroso lo sgombero di un tale lager, ma del tutto inopportune le modalità ; infatti i “reclusi” erano stati improvvisamente deportati da Serra d’Aiello ad alcune lontane residenze assistite , ignorando le richieste dei familiari e di alcune associazioni di volontariato, aderenti alla F I S H-Calabria, che avevano proposto la sistemazione in alcune comunità alloggio di piccole dimensioni nei pressi del domicilio dei familiari.

Nei due casi è da sottolineare la differenza tra le risposte istituzionali , costituite da “residenze assistite” per “persone con disabilità mentale” e “convivenze” di tali persone; la differenza cioè tra una risposta in cui le persone con disabilità sono ancora viste come “oggetto” di attenzione dell’autorità esterna e quella in cui esse sono viste come “soggetti” che si scelgono dove e come vivere. Su questo punta molto il Comitato che ha aperto il sito web.

Qui non ha senso riaprire l’eterna diatriba fra i sostenitori della riforma Basaglia con la chiusura dei manicomi ad opera della  legge n. 180/78 ed i sostenitori del mantenimento degli stessi, sia pur in forme nuove, tra i quali attualmente sono anche alcune associazioni di familiari. Infatti qui non trattavasi di persone che, dimesse o mai entrate in strutture manicomiali, erano abbandonate a sé stesse a causa della mancata predisposizione di strutture assistite; qui sono gli stessi familiari , d’intesa con gli Amministratori di sostegno, che hanno assicurato una corretta abitazione di tipo familiare con assistenza ai singoli interessati che erano quindi sufficientemente seguiti.

E’ poi venuto meno il presupposto che poteva, se esistente, giustificare il sequestro dell’appartamento e cioè l’appartamento non era preso in locazione dalla cooperativa assistenziale , ma dagli stessi interessati e quindi non può parlarsi di esercizio abusivo di residenza non autorizzata.

 

LA NUOVA DIGNITA’ DELLE PERSONE CON DISABILITA’ MENTALE

Se la l.n. 180/78 ha voluto abolire i manicomi perché i nuovi orientamenti della psichiatria hanno convinto il legislatore italiano a garantire in via definitiva con gli artt. 64 e seguenti della legge di riforma dell’assistenza sanitaria, l.n. 833/78,   altre forme di cura e di vita per le persone con disabilità mentale, di ciò bisogna tener conto nel discutere dell’attuale vicenda e di tutto il problema.

Si tenga presente che la normativa previgente alla riforma Basaglia parlava di “alienati mentali” ed il Codice civile, prima dell’introduzione, con la l.n. 6/04, della figura dell’Amministratore di sostegno, parlava di “incapaci” privi totalmente di capacità di compiere qualunque atto giuridicamente rilevante. Oggi a livello sanitario queste persone sono considerate “persone” con disabilità mentale e possono compiere gli atti giuridici che il Giudice tutelare ritiene essi possano compiere da soli o con l’assistenza dell’Amministratore di sostegno.

Conseguentemente se la vecchia concezione tendeva a considerare tali persone “ non più persone, perché “alienate”da sé cioè prive totalmente di capacità di intendere e volere e quindi alienate, escluse dagli altri,   oggi la legge le considera titolari del diritto di riappropriarsi di quegli atti giuridici che il Giudice tutelare ritiene dover riconoscere loro e quindi titolari del diritto all’inclusione sociale, sia pur con tutte le forme d’assistenza sanitaria, sociale e civile che la legislazione è venuta maturando sino ad oggi e che però rischiano un forte ridimensionamento a causa dei drastici tagli alla spesa sanitaria e sociale.

Anzi la cultura sociale e giuridica è andata oltre avendo previsto il diritto alla parità di trattamento con tutti gli altri cittadini, con l’approvazione della l.n. 67/06 che vieta ogni forma di discriminazione diretta ed indiretta nei confronti di tutte le persone con disabilità.

Anche a livello internazionale la dignità di tutte le persone con disabilità è stata riconosciuta con la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità approvata dall’ONU nel 2006 e ratificata dall’Italia con la l.n. 18/09, totalmente incentrata sul diritto all’inclusione sociale con forme di vita per quanto possibile simili a quelle degli altri.

 

“L’ACCOMODAMENTO RAGIONEVOLE”

Da quanto sopra detto risulta evidente che le persone con disabilità mentale possono, personalmente o tramite i loro amministratori di sostegno, decidere di rinunciare a vivere in residenze assistite “ per disabili” per vivere in normali appartamenti in convivenze “ di persone con disabilità”.

Non ci si può però nascondere un problema giuridico. La l.n. 180/78, nel deliberare la chiusura dei manicomi, ha però preteso che queste persone, che necessitano d’assistenza sanitaria di carattere riabilitativo di mantenimento e miglioramento dello stato di benessere raggiunto, non possano essere abbandonate a sé stesse o alle loro famiglie. Di qui, allora, la previsione di residenze assistenziali per piccoli gruppi gestite dal servizio sanitario direttamente o tramite enti convenzionati che debbono possedere certi requisiti, fissati nelle varie leggi regionali, come quelle sarde.

Ciò può sembrare una discriminazione ai danni di tali persone; però dobbiamo tener conto che noi, persone con disabilità, a seguito della certificazione della minorazione di cui siamo portatori, acquisiamo uno status che ci pone sotto una particolare tutela dell’ordinamento giuridico, riconoscendoci dei particolari diritti e ponendoci talune particolari limitazioni. Ad es. a me, cieco, l’ordinamento non rilascerà mai l’idoneità ad acquisire la patente di guida di autoveicoli; così pure alle persone con gravi disabilità non è consentito di insegnare, come docenti curricolari, nelle scuole dell’infanzia e primaria, data la loro grave difficoltà a garantire l’incolumità di bimbi ( fermo restando però il diritto ad insegnare in tali scuole come docenti per il sostegno, dato l’obbligo di compresenza coi colleghi curricolari ).Così alle persone con disabilità mentale non è consentito vivere senza una vigilanza costante dell’autorità sanitaria.

E’ vero che persone con disabilità intellettiva come le Persone Down, quelle con ritardo mentale medio e lieve ecc. da anni ormai sperimentano percorsi di vita da soli in piccoli appartamenti, seguiti dalle associazioni proprie e dei loro familiari, come l’AIPD, l’ANFFAS ecc. senza una vigile ed invasiva presenza dell’autorità sanitaria. Però bisogna tener presente, come ha precisato la Sentenza n. 50/90 della Corte costituzionale, sia pur a proposito del collocamento lavorativo obbligatorio, che c’è una notevole differenza tra persone con disabilità “ intellettiva”, come le Persone Down, i cui comportamenti sono prevedibili e quelle con disabilità “ mentale” i cui comportamenti non sono sempre prevedibili; mentre per le prime la vigilanza dell’autorità sanitaria avviene solo su richiesta degli interessati e dei loro familiari, per le seconde la vigilanza dell’autorità sanitaria è obbligatoria ed istituzionale nell’interesse degli stessi e dei terzi.Ciò non comporta però la perdita della libertà di queste persone, ma solo un maggior contatto con l’autorità sanitaria. Pertanto resta fermo per loro il diritto a scegliersi dove e come vivere; però occorre un contatto solerte con l’autorità sanitaria.

Ciò può realizzarsi anche con delle “convivenze assistite”, il cui funzionamento sia segnalato all’autorità sanitaria che instaurerà una vigilanza discreta ma sicura per ogni evenienza. E ciò è stato fatto, ad es. dal Centro di salute mentale di alcune AASSLL di Torino, che hanno autorizzato circa 10 convivenze assistite di persone con disabilità mentale, di cui può leggersi su “Fogli di informazione “, rivista dell’associazione Medicina democratica.

Conseguentemente, se il Comitato e le associazioni di Sassari vogliono che la sperimentazione avviata ed improvvisamente interrotta, possa proseguire, non debbono far altro che prendere accordi con l’ASL di Sassari al pari di quanto da anni avviene a Torino.

E’ vero che attualmente l’appartamento è stato dissequestrato, ma non è stato consentito ai familiari ed agli amministratori di sostegno degli ex-inquilini di rientrarvi, a mio avviso, proprio perché manca un preventivo accordo col Centro di salute mentale.

L’iniziativa può essere avviata sia su istanza dei singoli ex-inquilini, sia dal Comitato, dal momento che il comma 4 dell’art. 118 della Costituzione stabilisce oggi che le pubbliche istituzioni debbono sostenere le libere iniziative promosse da singoli o da gruppi nell’interesse generale. Ora è certamente d’interesse generale avviare una convivenza assistita che, oltre a garantire un percorso di vita personale di maggiore qualità, evita o comunque riduce enormemente le spese della retta di ricovero in residenze assistite.
La realizzazione di convivenze assistite d’intesa con le AASSLL, in alternativa alle residenze istituzionali, può considerarsi un esempio del principio di “accomodamento ragionevole”, così definito dall’art 2 della Convenzione ONU, ratificata dalla l. n. 18/09:

“Accomodamento ragionevole” indica le modifiche e gli adattamenti necessari ed appropriati che non impongano un carico sproporzionato, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per assicurare alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, sulla base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e le libertà fondamentali”.
Cari amici del Comitato di Sassari, avete quindi dalla Vostra parte la Giurisprudenza costituzionale, la legislazione ed ora anche un trattato internazionale; coraggio ed andate avanti.

 

 

 

Biografia
Author: Salvatore Nocera